venerdì, 7 agosto 2020
l'editoriale di Luisa Montù

IL PASSO DEL GAMBERO

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Erano gli Anni Ottanta, gli anni del boom economico, gli anni in cui, dopo le proteste, le rivolte, le illusioni, sì, dei due decenni precedenti, si pensava che quelle idee, quegli ideali per i quali si era combattuto fossero ormai acquisiti per sempre, fossero diventati un patrimonio della gente che nessuno, mai, avrebbe potuto toglierle.

Negli anni Sessanta e Settanta la protesta era promossa soprattutto dagli studenti, ma questi studenti l’avevano maturata per anni, già sui banchi della scuola, quando si crede che i ragazzi pensino solo a fare i compiti e a giocare. Ma non in quegli anni! S’è criticato che in quell’epoca lo studio fosse troppo nozionistico. Non era così. Le nozioni che venivano impartite non erano calate dall’alto, ma spiegate, chiarite, fatte assimilare. I ragazzi si abituavano a ragionare. Si decise di modernizzare la scuola. Si ridusse lo studio del greco e del latino: erano lingue morte, a che potevano servire? Eppure servivano: a ragionare. Certo, qualcosa da snellire c’era, ma sicuramente non come si è fatto. C’è stato il dilagare delle “tesine”, praticamente riassunti di fatti a loro volta già riassunti negli appunti dei professori, non ricerche vere e proprie, di quelle che richiedono la lettura di vari testi e l’assimilazione degli stessi prima dell’esposizione con parole proprie.

La scuola così non è stata modernizzata ma banalizzata, è diventata un luogo dove qualche docente particolarmente serio e impegnato cercava davvero di trasmettere il suo sapere agli alunni, ma questi docenti, purtroppo, diventavano sempre di meno.

Che fosse necessaria una riforma della scuola è indiscutibile, perché occorreva aprirla alle nuove tecnologie, alla nuova visione del mondo così come i movimenti dei due decenni precedenti l’avevano richiesta, solo che lo si è fatto nel modo sbagliato. C’è chi dice lo si sia fatto apposta perché il popolo coglione stava diventando troppo poco coglione, c’è chi dice si sia trattato solo di scarsa preparazione da parte di chi l’ha attuata. Questo adesso poco importa, quello che conta è il risultato: un progressivo quanto rapido arretramento dalle consapevolezze duramente conquistate con le contestazioni di tanti.

I genitori, coloro che da studenti avevano lottato per quei diritti fondamentali che la società del loro tempo non applicava, le madri in particolare, che sapevano sulla loro pelle quanto fosse facile essere relegate a un ruolo marginale in una società tesa a negare quella parità che loro spettava, avrebbero dovuto percepire ben presto il segnale d’allarme. Avrebbero dovuto capirlo dalle ambizioni dei loro figli, prima fra tutte, da parte delle femmine, non più il desiderio di essere libere, di fare sport, di non accettare gli schemi, ma di vestirsi Naj Oleari. Naj Oleari era una stilista che trovò in quegli anni l’apice del successo proprio perché lanciava prodotti per le ragazzine, che cominciarono a sentirsi in imbarazzo di fronte alle compagne se non ne potevano sfoggiare la cartella, il portapenne, il cerchietto per i capelli, la felpa, i guanti e quant’altro. Chi più ne sfoggiava più veniva ammirata. Negli anni Cinquanta il re della moda era stato Christian Dior, che vestiva l’alta società, le dive, quei personaggi dei quali la gente comune leggeva sulle riviste patinate ma non incontrava mai, così come lo era stato Yves Saint Laurent negli anni Sessanta. Negli anni Settanta alla moda della società (alta o bassa che fosse) ci si pensava ben poco, erano i pensieri, le parole che dicevano chi eri, non quello che ti mettevi addosso. Poi, negli anni del boom, arrivò una moda per tutti, accessibile anche a chi di soldi non ne aveva poi troppi e quello che s’indossava divenne improvvisamente importante, così importante da far dimenticare tutto il resto. Sembra un paradosso, ma una stupida moda era riuscita a divorare anni di femminismo, di lotte, di umiliazioni e di sacrifici. Per i ragazzi però le cose non erano poi così diverse: pure loro guardavano al look, che doveva essere apparentemente trasandato ma rigorosamente “di marca”, altrimenti non si poteva essere “paninari” ma solo poveracci. Certo non fu colpa di Naj Oleari o della Timberland se in quegli anni si andò via via sgretolando la sostanza per lasciare il posto all’immagine!

La colpa forse fu di coloro che avrebbero potuto intervenire e non lo fecero. Genitori, insegnanti, tutti coloro che appartenevano a quella generazione che aveva combattuto e sofferto per dare a quelle che l’avrebbero seguita un mondo diverso, migliore. La loro colpa fu non rendersi conto che, quando si crede di aver vinto una battaglia, quella vittoria va coltivata giorno per giorno come una piantina che, sì, ha germogliato, ma ha ancora bisogno di infinite cure per diventare un albero alto e forte. Se ci si adagia, se ci si distrae, ecco che si torna indietro come i gamberi e ci si ritrova al tempo della donna-oggetto e, persa, come purtroppo è accaduto, la memoria del passato, dell’uomo-pupazzo.

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