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IN PROVINCIA TORNA IL CALCIO CON LA COPPA ITALIA

Con la Coppa Italia, in data 6 settembre, inizierà la nuova annata delle modicane nel campionato di promozione 2020-2021. Modica e Frigintini sono state inserite nel girone D insieme al Comiso, allo Scicli, che ha dato vita ad una sola società grazie alla fusione dello Per Scicli e Atletico Scicli, mentre il titolo dello Per Scicli è stato rilevato dal Vittoria, che ritorna in campo dopo anni di assenza dal calcio, quindi Canicattini, ripescato, che prende il posto di uno “sbadato” Pozzallo, che perde il campionato di Promozione per la tardiva iscrizione al campionato nei termini stabiliti. Errore imperdonabile che però permette di eliminare la probabile formazione più accreditata per il salto in Eccellenza. Pozzallo, che sperava nel ripescaggio in Eccellenza, ora riparte dalla prima categoria. Sparisce dalla promozione pure l’Ispica, ma per transitare in Eccellenza, categoria superiore, prendendo il posto del Rosolini, purtroppo fallito. Altre formazioni che completano il girone sono il Floridia, il Megara, il Priolo, la Garrone Siracusa, Caltagirone, Mazzarrone, Sporting Eubea, Armerina e Aidone.

Eliminato il Pozzallo, tra le squadre che punteranno al salto di categoria, oltre alle blasonate Megara e Caltagirone, inserirei il Modica del presidente Zocco, che ha fatto una buona campagna trasferimenti.

Oltre a Mister Orazio Trombatore, che ha fatto bene a Rosolini in Eccellenza, il Modica fa incetta di buoni giocatori, locali e non, per sperare nel salto di categoria. Tra le novità, il ritorno di Pippo Macrì, veterano del Modica, che ha vestito tutti i ruoli nel Modica, da giovanissimo calciatore, quando venne dal Messina, ad allenatore negli anni novanta, oggi inizia, a 73 anni, nel nuovo ruolo di dirigente nell’area tecnica.

Il Frigintini conferma mister Adamo e un po’ la filosofia che la contraddistingue, ossia puntare a mantenere la categoria con giovani di qualità e giocatori di esperienza.

Il campionato inizierà il 20 settembre, con la speranza di una riapertura, almeno parziale, al pubblico.

Giovanni Oddo




I MALI DELLA SICILIA

Ecco che i politici in Sicilia insieme a quelli del resto d’Italia, stanno giocando carte false pur di farsi una campagna elettorale di primo piano in vista delle elezioni e del referendum che si terranno il 20 e 21 settembre di quest’anno.

Lanciano sassi, anzi macigni, per colpirsi a vicenda, ma questi stanno cadendo tutti sulla testa dei cittadini di ogni regione italiana.

Stanno usando gli immigrati come se fossero delle cose da sballottare e denigrare, li stanno facendo apparire tutti infettati da covid e a spasso per le città senza essere controllati. Stanno istigando all’odio e al razzismo il popolo siciliano che di per sé è da sempre un coacervo di genti immigrate nel corso degli anni, anzi dei secoli. Più di tremila anni di storie di uomini che l’hanno conquistata, vissuta, amata, una piazzola di sosta per i più assetati.

Eppure i siciliani hanno il cuore molto grande proprio per le mille culture diverse che hanno fuse nell’anima e nell’amore per la propria terra e per ogni figlio che ci nasce. Sono però proprio per questo molto sfortunati, perché tanti di quelli approdati e radicati su questa terra non sono mai usciti dall’isola per dare un occhiata al mondo, non si rendono conto che è finita l’era del padrone, dell’io sono io e decido io sennò vi punisco chiudendovi tutti in casa, lavandosi così le mani di tutti gli errori fatti volutamente e addossandoli ad ogni isolano.

Non sono i migranti il problema della Sicilia, l’unico grande problema che pesa sulla testa dei siciliani è la politica corrotta e sporca che da sempre infesta ogni istituzione pubblica o privata che fa parte della società, dall’istruzione fino ad arrivare alla sanità, dove tutto funziona solo per chi ha un amico o un parente in politica.

A proposito di politica, elezioni e referendum stanno ancora una volta penalizzando i nostri figli che hanno bisogno di una buona e corretta scuola.

Tutti si stanno lamentando del fatto che i banchi monoposto non arrivano ancora, litigano per ogni regola imposta di cui nessuno vuole assumersi la responsabilità, nessuno sa chi deve misurare e quando la temperatura ai docenti, a tutti gli operatori scolastici, agli alunni. Nessuno sa come dovrà comportarsi, nessuno sa a cosa stanno andando incontro i nostri figli, nessuno sa, ma pensa al lavoro che dovrà abbandonare se non potrà praticarlo e seguirlo insieme al figlio chiuso in quarantena a casa, ma intanto in Sicilia le scuole inizieranno con dieci giorni di ritardo per colpa delle elezioni che proprio nessuno vuole rimuovere dai plessi scolastici (ma perché non le tengono nelle tante aule o stanze comunali, visto che ormai la maggior parte degli utenti richiede tutto e riceve tutto per via telematica e gli impiegati possono lavorare da casa?).

Molti, in ogni luogo di lavoro, hanno avuto una cattiva scuola, una scuola che li ha abituati a dare il minimo indispensabile pretendendo uno stipendio sicuro, adesso che tutti devono lavorare in ogni luogo con correttezza e competenza nessuno vuole responsabilità ma pretende di addossarle all’altro. Uno scaricabarile insomma.

Ma i siciliani meritano davvero questo? I figli di adesso e quelli futuri saranno capaci di cambiare questa mentalità contorta che proprio non se ne vuole andare dalla testa di tanti e li rende tutti cattivi e capaci solo di addossare colpe a chi vuole migliorare la scuola, la sanità, le istituzioni tutte?

Il problema in Sicilia non sono gli immigrati, il problema più grande sono i siciliani stessi e proprio loro lo devono risolvere, iniziando ad alzare la testa e a pretendere un diritto che appartiene a tutti: l’istruzione per i figli al primo posto, da non confondere mai con la politica, perchè si può appartenere a un partito diverso ma essere tutti uguali fra esseri umani, senza avere pretese e neppure giudicare, solo amare quello che si dice e quello che si fa per se stessi e per gli altri.

Non è un sogno, potrebbe diventare una bella realtà, basta crederci e attuarlo in ogni luogo e tutti insieme.

Sofia Ruta  




La Modica di Enzo Belluardo




Vergogna!




IL GIROTONDO DELLE MASCHERE

Ed eccoci qui, gli ultimi giorni di “leggerezza estiva”, tiepida illusione di una vita quasi tornata alla normalità, una normalità che in verità sembra tutta da ricostruire.

E si discute di scuola: decreti, indicazioni, protocolli di sicurezza, linee guida, comitati tecnici che dicono, ministri e minestroni, dirigenti in panne e genitori preoccupati di un futuro prossimo non certo rassicurante.

Tra i problemi maggiori, mai come questo inizio anno scolastico vede in primo piano il problema “sicurezza”, un dilemma che viene fuori da una scarsa cultura della prevenzione già radicata da decenni nelle scuole italiane, di fatto da sempre non “in regola” per spazi e ambienti per la didattica. Il 6 agosto 2020 è stato sottoscritto il Protocollo di Sicurezza per “garantire” l’avvio dell’anno scolastico nel rispetto delle regole di sicurezza “anti Covid 19” previste nel D.M. 39/2020. Questo documento specifica che qualora le attività didattiche si svolgano in locali esterni all’istituto scolastico, gli enti locali e i proprietari degli edifici ne dovranno certificare l’idoneità in termini di sicurezza e con specifica convenzione dovranno essere definite le responsabilità della pulizia e della sorveglianza di detti locali con piani accertati e monitorati secondo le singole emergenze. A sua volta, per supportare gli enti locali in interventi urgenti di edilizia scolastica per l’adattamento e l’avvio dell’anno scolastico 2020/2021 il  D.L. 34/2020 ha destinato nel piano di gestione n. 11 del Fondo Unico, denominato Fondo per le Emergenze, 30 milioni di euro per il 2020, contributo che sarà ripartito tra città metropolitane, province e comuni con popolazione scolastica pari o superiore alle 10.000 unità, quindi, sulla base del numero di studenti, tale somma sarà distribuita per attuare gli interventi di adattamento. In questo Protocollo dunque si prevede che devono essere sviluppati “Patti educativi di Comunità” tra enti locali e comparto scolastico, così da attuare una sinergia operativa che possa riattivare spazi utili alla didattica, qualora gli istituti ne richiedano l’utilizzo. Quello degli spazi e della sicurezza è uno dei numerosi problemi nodali che tutte le scuole si troveranno ad affrontare nei prossimi giorni, questioni di fondamentale necessità che il governo ha avviato solo nella seconda decade di agosto, col fiato sul collo, come se le strutture scolastiche fossero già pronte, come se tutto fosse attuabile con una semplice bacchetta magica chiamata “Protocollo di sicurezza”! Inoltre, possiamo tutti intuire dalle ultime repliche e indiscrezioni che ancora una volta nel nostro paese assistiamo al gioco così comune dello “scarica barile”, un’attività che i nostri politici sanno attuare benissimo, sono maestri in questo: il ministero scarica al Comitato tecnico scientifico che a sua volta riscarica alla Commissione di Sicurezza che scarica alle regioni che a loro volta delegano le province e i comuni che delegano i dirigenti che protendono nuovamente il problema alle regioni e così via… Non so come si potrebbe chiamare questo gioco del girotondo mascherato, e intanto siamo a settembre e milioni di bambini e ragazzi aspettano delle risposte concrete da adulti confusi e molto ansiosi che, come spesso accade, per loro  non sanno edificare certezze solide e speranze concrete!

E poi diciamo che i nostri giovani sono fragili e senza carattere, ma siamo proprio certi che i confusi in verità siano loro?

Graziana Iurato

 




SI PRENDE IL LOGLIO, SI BUTTA IL GRANO

Ce l’hanno sempre detto che bisogna separare il grano dal loglio, per spiegare che si deve saper distinguere ciò che è commestibile (grano) da ciò che è velenoso (loglio), cioè quello che è giusto da quello che è sbagliato, quello che è buono da quello che è cattivo, quello che è vero da quello che falso.

Perché non ci riusciamo più? Probabilmente perché siamo diventati troppo pigri per assumerci questa fatica, così preferiamo seguire quello che ci dicono gli altri. Quelli che sanno? No, quelli che ci sono più simpatici, quelli che ci sembrano più “fighi”. Discutiamo di legge come se fossimo allievi di Carnelutti, di fisica come se fosse caduta in testa a noi la mela di Newton, di meccanica quantistica come se fossimo compagni di bevute di Richard Feynman. Ovviamente si finisce per sparare castronerie che farebbero arrossire persino Pinocchio.

Insomma, abbiamo finito per gettare il grano e conservare il loglio, senza renderci conto che questo finirà per distruggere un’umanità pigra, autolesionista e sciocca.

In Italia, a costo di pesanti sacrifici, eravamo riusciti a contenere il covid-19. Era stata riconosciuta la nostra capacità di essere intervenuti con le misure di contenimento e prevenzione prima di altri. Si pensava che almeno gli italiani avessero imparato qualcosa, invece no: appena sciolte le righe si sono gettati nella stupidità più sfrenata (non divertimento, precisiamo, proprio stupidità) negando l’esistenza di un virus per colpa del quale solo poco tempo prima si erano viste a Bergamo lunghe file di bare percorrere la città. No, diciamo invece che è stato il Governo a inventarsi tutto per sottometterci, per schiavizzarci e imputiamo a Conte di essere un untore psicologico! Eppure ormai lo sanno tutti come si trasmette un contagio e cosa si deve fare per proteggere sé e gli altri. Da quando in qua il rispetto si chiama schiavitù?

E’ quel pane fatto col loglio invece che col grano che ci avvelena giorno per giorno. E ci schiavizza, quello sì, perché nulla rende più schiavi della stupidita, quella stupidità che subdolamente ci fa sentire forti, intelligenti, invincibili.

Le notizie, quelle verificate, non interessano più, i giornalisti, quelli seri, non li legge più nessuno. Quelli furbi hanno restituito il tesserino e sono diventati dei blogger, così dai loro blog possono sparare cazzate senza controllo, pur di guadagnare di più. E ci riescono alla grande!

Come difenderci? Come intervenire? Chi è alla guida di una città, di una regione o dell’intero Paese non può che applicare misure restrittive e allora diventa un tiranno, un dittatore, ma quando il ragionamento, la logica hanno perso qualsiasi efficacia, cosa rimane?

Il fatto è che quando un veleno entra in circolo i suoi effetti si fanno sentire alterando le facoltà intellettive anche di un genio. Il loglio ormai è entrato in circolo nell’organismo sociale che ora ne subisce gli effetti senza più controllo.

E’ bella la libertà, l’amiamo tutti, ma qualsiasi essere vivente si muove in una comunità, una comunità che, per sopravvivere, deve darsi delle regole. Dalle api alle formiche, dai lupi agli elefanti, si seguono le regole nel rispetto degli altri e della specie. E’ una legge di natura, natura della quale facciamo parte pure noi.

Gli esseri viventi dunque sono tutti regolati dall’istinto che guida i loro rapporti all’interno del gruppo. Anche l’uomo. Un tempo.

Gli animali ancora oggi d’istinto distinguono il cibo che possono assumere senza danno da quello pericoloso, l’uomo no, non ne è capace perché, credendo che la ragione fosse sempre e comunque superiore all’istinto, ha soffocato di questo la parte migliore, ma purtroppo solo quella, perdendo la capacità di distinguere il cibo buono dal veleno.

Eppure è stato l’istinto, solo l’istinto, che ha spinto una cornacchia, curata e salvata da una famiglia modicana, a restare a far parte di quella famiglia che l’aveva curata e salvata. Perché? Sì, per istinto. Un istinto animale che conosce e capisce la gratitudine. Sapete? Questo si chiama anche amore. Questo è il chicco di grano che si salva dal loglio. Peccato che lo sappia salvare solo una cornacchia.

 




FRA GLI ARCHI TORNA BUFALINO

Archi simmetrici, archi che hanno abbracciato pubblico e spettacolo la sera del 16 agosto nell’attimo di Palazzo S. Domenico. Un luogo di memorie modicane come “Argo il cieco”, il romanzo andato in scena nella lettura di Giuseppe Bisogno e Simonetta Cartia, scandita da video e musica e danza.
Se qualcuno non conosceva il testo di Gesualdo Bufalino, ha avuto l’occasione di entrarci dentro e di andare a quell’estate del 1951 nella Modica “in figura di melagrana spaccata” e di “mirabilia… un paese teatro che odorava di gelsomino sul far della sera”. Un valido esercizio per chi sa quanto sia complessa la ricerca della morte nell’età dell’infelicità e come sia vitale trovarvi soluzione nei ricordi felici custoditi nella memoria, sogni o menzogne non ha importanza; essi sono pur sempre una terapia, nutre di struggenti nostalgie che si fanno metafore e ossimori, miraggi scherzosi di un “tempo sospeso”.
La sera del 16, i miraggi hanno preso forma nel canto della ammaliatrici Simonetta Cartia e Fiammetta Poidomani che passavano dai “Tulipani” a “Morena me llaman”, dalla delicata “Ninna nanna della rosa”, da “Ay, mi vida” alla “Habanera” di Carmen, nei movimenti scenici di Serena Cartia, spagnola e Persefone, nelle figure femminili di Maria Venera, Cecilia, Isolina, rievocate per fare da contrappunto dialogato al narrare di Bisogno.
C’era anche un motivo molto personale legato a questo testo e alla sua rappresentazione; me lo ha ricordato Rossella Zagami (presente insieme a Lorenza Baglieri, Francesco Biscione e Margherita Di Rauso negli intermezzi in video), mia sensibilissima alunna liceale, che ha letto il romanzo di Bufalino nel 2005 dietro mio suggerimento è ora si è adoperata per realizzarne questa splendida messinscena.
Così, come l’Autore, anche io cerco nella mia zona oscura la luce di immagini vivide e, forse, di rimpianti incantati…

Marisa Scopello

 




A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

Purchinna e Velia mi intrattengono descrivendo il vino prodotto nei loro vigneti in attesa che gli spiedi e le carcasse degli arrosti siano portati via.
“Esportiamo il nostro vino e il nostro olio lungo tutta la costa ad altre popolazioni, e importiamo stoffe di lusso intessute d’oro. Quella del tuo abito viene dai telai di artigiani che usano la nostra lana tingendola con un murice che dà il colore porpora scuro, quasi viola.”
“Vedi la ricchezza dei colori del mio sciale?
– dice Velia – I quadretti rosa e blu sono ricamati a rilievo, quello di Ramutha Kansinai, alla mia sinistra col marito Aranth, e di Velthura subito dopo, sono fatti a telaio. Noi, donne etrusche, non solo siamo libere ma svolgiamo anche attività commerciali. I piatti e le pissidi nere in bucchero della nostra tavola sono prodotti della bottega di Kusmai, una mia carissima amica. E Larthia Seianti crea gioielli preziosi: orecchini, collane di ambra e borchie per abiti. Spesso viaggiamo da sole nella nostra lucumònia per le gare degli atleti dai muscoli scolpiti, lucidi di olio. E  possiamo abbracciarci in pubblico col nostro uomo. Questa è la gioia di vivere. La nostra gioia di vivere. Sei pronta per i nostri dolci?”
Stanno arrivando i servi con grandi piatti pieni di delizie.
“Serviti pure del nostro miele fritto. È un impasto di latte cagliato, miele e farina di farro, steso in piccoli dischi, fritto nell’olio e cosparso di miele. C’è poi la torta di un frutto che si produce nel nord dell’Etruria, racchiuso in ricci spinosi che si chiama castagna. Noi la usiamo per preparazioni dolci ma anche salate. Le castagne sono ottime per farcire maialini e cinghiali di allevamento.”
Assaggio volentieri questa torta, ornata in superficie di pinoli e ciuffi di rosmarino.
E poi arriva un trionfo di frutta fresca e secca.
“Di pomeriggio sei libera di girare tra le case di Agilla e conoscere la cucina del popolo. Ti aspetto per la cena. Ci sarà per te più di una sorpresa!”




versi di versi per versi e detti male detti (a cura di Sascia Coron)

Johnson con Bolsonaro e l’immunità di gregge:

dopo tanto aver belato il cretino s’è ammalato.

 

Qualunque cosa malamente faccia

il politico impassibile fa la faccia.

 

Recita il politico un copione contraffatto

che copia dai copioni che lo han redatto.

 

Se sparisce il mulo

morirà la rima baciata del culo

che baciano tutti.

 

Il chador è un preservativo

bucato.

 

Un buon sistema per non dover rinunciare alle proprie idee

è quello di farsi quelle degli altri.

A meno che non si sia capaci di raggiungere la perfezione

di non farsi alcuna idea.

 




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Melanzane farcite 

Ingredienti:

8 melanzane piccole e tonde, q.b. di filetti di alici sott’olio, un mazzo di menta fresca, 100 gr di primo sale, 4 spicchi d’ aglio, 1 cipolla rossa, 1 cucchiaio di semi di finocchio, 1 mazzetto di basilico, 1 kg di pomodori datterino, q.b. si olio evo, sale e peperoncino

Procedimento:

Fare in ogni melanzana quattro tagli profondi, cospargere di sale e far riposare almeno mezz’ora. Tritare la menta e l’aglio, tagliare a cubetti il primo sale. Preparare la salsa di pomodoro con la cipolla stufata in tegame con l’olio, i semi di finocchio leggermente tostati, il datterino passato, sale, peperoncino e basilico. Sciacquare le melanzane e inserire in ogni taglio un’alice, il trito di menta e aglio e il formaggio, scaldare una padella antiaderente e fare soffriggere le melanzane con poco olio, man mano che sono pronte metterle nel tegame della salsa e far completare la cottura fin quando diventano morbide e il sughetto si restringe. Servire tiepide, ma sono buone anche a temperatura ambiente.