venerdì, 30 ottobre 2020
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A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

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Di buon mattino esco per partire. Purchinna ha voluto darmi una scorta che mi guidi a Roma; ad attendermi c’è il suo amico Caile, esperto di lingue, religione e molto altro ancora, insieme ad alcuni portatori di bagagli. Ci avviamo mentre l’alba tinge di rosa l’Oriente.
“Oggi è Thesan Tins (l’aurora di Tinia), il sole sorge dal punto esatto dell’est.”
Capisco che si tratta dell’equinozio di primavera e mi sembra un ottimo auspicio.
“Viaggeremo per due giorni per non stancarti troppo e avrai tempo di osservare la campagna attraversata, gli alberi spogli che riprendono a vivere nel ciclo eterno delle stagioni. Guarda quel pesco dai fiori rosa, il biancospino accanto e la trepida fioritura del prugno selvatico mentre gli uccelli sono indaffarati a costruire i loro nidi.”
“Cosa sono quei dischi di terracotta appesi ai rami?”
“Sono gli oscilla, c’è impressa la figura di una ragazza su un’altalena; sono legati al culto primaverile dei Paganalia, feste dei villaggi di campagna in onore di Bacco e hanno derivazione greca: rappresentano il passaggio dalla fanciullezza alla fertilità femminile che si slancia verso la procreazione perpetuando la stirpe delle famiglie. A Roma e nel suo territorio ci sono molti culti agresti autoctoni o importati da altri luoghi che si affacciano sul Mediterraneo, molte comunità con tradizioni diverse convivono anche in modo turbolento, creando un mondo variegato: Etruschi, Sabini, Greci, Africani…”
Andando più avanti c’è un gruppo di persone chine a raccogliere piante. Ci avviciniamo ed è subito evidente dal modo di vestire la loro diversità: indossano tuniche grezze e gli uomini portano in testa un piccolo copricapo.
“Sono ebrei. – dice Caile – Avviciniamoci.”
Stanno riempiendo cesti di lattuga, sedano, cicoria; su un lungo bastone è appeso un agnello appena macellato.
“Shalom. Mi chiamo Amos, con me ci sono mia moglie Ester e mio figlio Ben, il mio fratello maggiore Adam e i suoi figli Avrahàm e David. Il nostro copricapo si chiama Kippah ed è il segno della nostra fede. Ci prepariamo al Shabbàt Hagadòl che apre i festeggiamenti di Pesach. Venite, vi ospiteremo per il Seder di stasera. Siamo due famiglie arrivate  clandestinamente e in modo fortunoso dalle antiche terre di Canaan al territorio romano, però manteniamo intatta la nostra fede e i riti ad essa legati.”
Entriamo in casa dove c’è il fuoco acceso, odore di pane appena sfornato e sulla tavola un grande vassoio da riempire di cibo.
“Mentre le verdure amare vengono bollite e le cosce di agnello messe in forno, vi spiegherò il significato delle vivande che mangeremo. Le uova sode sono Betzah, i gambi di lattuga e sedano (
Chazeret) si intingono in una tazza di aceto. La cicoria lessata (Maror) e tre pani azzimi (Matzah) si mangiano con l’arrosto di agnello (Zeroah). Infine il Charòset, un dolce di mele, pere e noci impastati col vino.”
Ci sediamo e mangiando incomincia l’Haggadah, la narrazione biblica della schiavitù in Egitto e della liberazione ad opera di Moshé. Al centro della tavola la Menorah illumina parole, canti e gesti e cibi rituali.
“I bracci del candelabro rappresentano simbolicamente i sette giorni dell’Emanazione, della Creazione e della Formazione. È il vincolo che ci lega a Gerusalemme e al Tempio di David, sono il Patto che Dio ha fatto col suo popolo.” conclude Amos.
Anche Caile è colpito dalla cerimonia, dal monoteismo ebraico, così lontano dagli dei della sua tradizione, e dalla fortissima identità che si respira intorno alla tavola.
Ringraziamo per la condivisione di idee e cibo. Domani, senza disturbare oltre, andremo via verso la nostra meta.

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