venerdì, 30 ottobre 2020
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A NORD DEL NOIR

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Approfittando della presentazione del saggio “Il giallo nordico e i suoi dintorni” di Alessandro Centonze e avvertendo una certa mancanza di conoscenze sull’argomento, ecco una serie di riflessioni per chi voglia accostarsi alla letteratura “gialla” (termine assolutamente riduttivo) di matrice scandinava.
Chi non ha mai avuto occasione di fare esperienza della lunghissima notte artica, illuminata talvolta dall’aurora boreale, quando il gelo attanaglia i pensieri e li fa scricchiolare come lastre di ghiaccio, poco riesce a capire di questo fenomeno letterario né può paragonarlo in modo semplicistico al thriller classico e anche odierno di latitudini più mediterranee come le narrazioni spagnole di Montalban, di Giménez-Bartlett, di quelle italiane di Marco Vichi o Andrea Camilleri. A una distanza di mille miglia e nell’immenso nord, diventato paradigma démodé di liberi costumi sessuali, esiste una tradizione (a partire dagli anni ‘60) di autori che hanno osservato l’umanità che vive a Copenaghen, tra i fiordi norvegesi, metropoli come Stoccolma, tra boschi di betulle, ville lussuose, alcolismo e degrado. Un continente di riflessioni e tipologie umane che si sedimentano come la neve, compagna onnipresente del rigore climatico nordico.
Nell’opaca inquietudine della società del benessere a farne le spese sono spesso i più deboli, anziani, donne e bambini, abitudini e costumi, omologati e cancellati. Un libro consigliato è “Il senso di Smilla per la neve” di Peter Høeg, pubblicato nel 1992: si entra nella sensibilità inuit della protagonista trapiantata in Danimarca che risolve l’omicidio del piccolo Esajas grazie al suo senso per la neve.
Il fascino selvaggio di spazi poco abitati e bellissimi si popola di hacker, giornalisti, commissari e detective diventati famosi come il metodico e lento Martin Beck di Per Wahlöö e Maj Siowall, il magnifico Kurt Wallander di Henning Mankell, i personaggi di Camilla Lackberg e la città di Fjällbacka, la Annika Bengtzon di Liza Marklund.
C’è un reale fatto di sangue che ha avuto ripercussioni su tutta la società svedese: il delitto del Primo Ministro Olof Palmer nel 1986, delitto tuttora irrisolto. Il welfare state e la psicologia collettiva ne hanno accusato il colpo e spesso ritorna nel racconto di questi autori.
Su tutti splende Stieg Larsson e la sua trilogia “Millennium”, tre romanzi mozzafiato e personaggi indimenticabili come Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander, tra inchieste su clamorosi scandali sociali e finanziari, mafia russa e prostituzione, spezzati dalla prematura scomparsa dell’autore.
Infine Jo Nesbø, norvegese, autore de “Il leopardo”(2011), “Il coltello” (2019), due soli esempi di una produzione felicissima con tanti personaggi e un protagonista che si inseguono al ritmo di rock (l’autore è anche chitarrista) dall’Asia all’Africa in un turbinio di avventure strettamente intrecciate e sorvegliatissime. Harry Hole, l’ispettore alcolizzato e segnato da ferite profonde, può essere considerato il prototipo della commistione di sangue e neve, diritti e storture sociali che la lezione scandinava ha stampato con potenza nella letteratura mondiale. Ormai è chiaro, accanto ai classici ci sono voci che si si fanno spazio e urgono  con forza.
È un peccato  divulgarle male e non leggerle.

Marisa Scopello

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