lunedì, 30 novembre 2020
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LA SECONDA ONDATA E LA RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE 

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Siamo in piena seconda ondata della pandemia, era prevista ed è giunta, non mi soffermo sul dato nazionale che tutti conosciamo, voglio anche tralasciare le polemiche sui provvedimenti del governo, lo trovo inutile, c’è un’emergenza più scottante su cui dirottare l’attenzione ed è quella di parlare a noi stessi in modo da fare responsabilmente la nostra parte.

E’ il momento che ciascuno di noi prenda consapevolezza che la catena del contagio è costituita da innumerevoli anelli che sono gli individui, tutti, nessuno escluso.

Sappiamo bene che non possiamo più ricorrere alla chiusura totale attuata nella prima fase perché economicamente non possiamo permettercela, è ovvio quindi che dobbiamo convivere col rischio di infettarci, se ci rimane un briciolo di onestà non possiamo non riconoscere che la reazione di lamentela non ci preserva, non ci aiuta a metterci nella giusta posizione per individuare le condotte da attuare. La situazione è talmente delicata da non permetterci di svicolare, di tentare di fare ciò che si è sempre fatto nel modo come lo si è sempre praticato, è il tempo di cambiare l’atteggiamento individuale verso il vivere.  Cambiare in cosa? In che modo?  Questo è il problema! Dobbiamo iniziare dal concetto di libertà, uscire dall’accezione narcisistica del possesso, rinquadrarla nell’accezione di facoltà nella responsabilità contestuale, altrimenti i suoi effetti ci ritornano a guisa di boomerang e colpiscono noi stessi prima degli altri. Dobbiamo ritornare al concetto che la libertà personale ha come confine la libertà dell’altro, il contagio del virus ce lo sbatte in faccia.

E’ giunto il momento di cambiare in tutto. Cambiare è difficilissimo, lo sappiamo,  quindi occorre innanzitutto pensarlo questo cambiamento, bisogna tornare a pensare, a riflettere prima di effettuare ogni piccolo gesto. Per pensare il come adeguarci alla mutata condizione dobbiamo innanzitutto togliere spazio alla lamentela, bisogna smetterla di mettere in scena ciò che non fa il governo, ciò che non fanno gli altri, bisogna concentrarsi su quello che possiamo fare noi per essere soluzione e non problema, se ci concentriamo su questo possiamo contribuire molto, possiamo togliere spazio all’azione del virus che viaggia e si diffonde tramite l’essere umano, non tramite l’azione o la non azione del governo.

Poiché il problema è serio, occorre essere seri anche noi, occorre lasciarci guidare dalla paura del contagio e della carestia, entrambi gravi, entrambi seri. Occorre lasciarci guidare dalla paura senza lasciarci paralizzare, ma al contrario reagendo con il coraggio della lucidità mentale e dell’onestà personale, perché il gioco è duro, quindi da duri dobbiamo imparare a giocare.

Bisogna agire tenendo bene a mente che se preserviamo noi stessi preserviamo il prossimo e il contesto. Certo, è tutto più complicato, maledettamente complicato, bisogna riprendere in mano quell’antico arnese che si chiama pazienza, non abbiamo alternativa. Se poi alla pazienza affianchiamo pure la sorella, cioè tolleranza, possiamo addirittura contribuire a proporre degli aggiustamenti nella catena dell’organizzazione del sistema dove, per via della tentazione di passare il cerino, alcune modifiche occorre farle.

Per uscire dal vago,  focalizzo il settore scuola che costituisce la cartina di tornasole della società nel suo complesso.

Nell’organizzazione scolastica molto si è fatto, è inutile negarlo, ma occorre apportare piccole modifiche per rendere più flessibile l’aggancio con la famiglia sotto l’aspetto delle procedure previste dal percorso di tracciamento Covid, bisogna apportare degli aggiustamenti per consentire ai genitori dei bambini che prendono un normale raffreddore di non rimetterci tre giorni lavorativi ad ogni occasione in cui ciò si verifica.

Attualmente succede che, se un bambino becca un raffreddore il mercoledì e rimane a casa con il mal di gola il giovedì e il venerdì (condotta responsabile da tenere) anche in assenza di febbre, succede che il terzo giorno in cui potrebbe rientrare cade di sabato, quindi non può farlo perché la scuola si è organizzata come in passato, con la settimana corta. Ecco, come in passato! Solo che adesso scatta l’applicazione della procedura prevista dalla pandemia, cioè la certificazione medica basata sull’esito negativo del tampone.

Una procedura logica se il bambino fosse soggetto singolo non inserito in un contesto familiare, ma non è così, succede quindi che anche i due genitori sono impediti dal recarsi al lavoro, pena sanzioni di natura penale. Poiché il restare a casa dei due genitori non sempre comporta che lo stipendio arrivi ugualmente, poiché la maggioranza sopravvive attraverso il pane che si guadagna solo se lavora ogni giorno, succede che un semplice raffreddore decurta il pane di quella famiglia per tre giorni.  E’ evidente che questo “come prima” cozza con la realtà mutata, è evidente che questo raccordo scuola-famiglia va studiato e ri-negoziato evitando irrigidimenti e tentazioni di lasciare il cerino in mano altrui, questa eventuale condotta avrebbe conseguenze insostenibili a carico delle famiglie con condizioni lavorative non garantite.

La situazione riportata non è un caso teorico, è una situazione già avvenuta, conclusa dopo l’esito negativo del tampone e il rientro a scuola dell’alunno, dopo sei giorni di assenza (sabato e domenica compresi). Va sottolineato che il servizio sanitario è stato celere ed efficiente, che il pediatra è stato tempestivo nell’attivare la richiesta del tampone, che la risposta è giunta nei tempi annunciati, insomma una condizione priva di complicazioni, ma i genitori sono stati assenti dal lavoro per quattro giorni.

E’ una situazione che nell’arco della stagione invernale potrà verificarsi innumerevoli volte, basta un colpo d’aria e un conseguente mal di gola. Con l’organizzazione scolastica della settimana corta viene a crearsi un ponte che allunga i tempi non solo per l’alunno, ma anche per l’astensione dal lavoro dei genitori.

E’ evidente che bisogna attenersi correttamente alle procedure previste per limitare il dilagare del contagio, ma, se si vuole tutelare i bambini,  bisogna anche fare in modo che i genitori possano poter lavorare per sostenerli, bisognerà “potare” il materiale ingombrante dell’automatismo, bisognerà rendere flessibile, oleare, rimettere a punto, un meccanismo teorico e renderlo aderente alla realtà. Ovviamente con le verifiche di responsabilità, distinguendo caso per caso, circostanza per circostanza, bisognerà poter distinguere tra casi ipotetici e casi di positività comprovata, bisognerà prendere in esame la realtà e ipotizzare degli aggiustamenti, altrimenti non sarà possibile convivere con la pandemia, perché, come tutti sappiamo, si muore anche di carestia.

Il dirigente ha il diritto di ricevere lo stipendio ogni fine mese, ma ha anche il dovere di farsi carico della situazione non garantita dei genitori degli alunni che frequentano la scuola da lui diretta intralciata dalle procedure per contenere la pandemia.

Se ci si appiattisce sui diritti o sui limiti delle norme senza piegare in maniera funzionale l’organizzazione del servizio, senza tenere conto della situazione socioeconomica del contesto, lo stipendio sicuro diventa un privilegio a discapito del prossimo.

Carmela Giannì

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