lunedì, 30 novembre 2020
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LE TRISTI CASE DI RIPOSO

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A chi venne in mente di chiamare “casa di riposo” questa specie di reclusorio che tiene appunto recluse le persone anziane che non sono più in grado di badare a se stesse, “ dipendenti” , chi più chi meno, dall’opera assistenziale ma prezzolata di altre persone?

Non sono più capaci di gestire la loro vita, i loro movimenti. Si muovono trascinando i piedi o giacciono giornate intere in poltrona a guardare la televisione (e meno male!), un programma vale l’altro,  o sul letto.

Penoso per chi va in una casa di riposo a visitare un congiunto o un amico vedersi attorno altre persone anziane, invalide, che ti guardano con lo sguardo smarrito, perso dietro a chi sa quali pensieri, se di pensieri si può parlare o invece di nebulose.

“Dov’è il nonno?”  chiede al nipote il vecchio amico di suo nonno.

“Sta in una casa di riposo.”  risponde il caro nipote.

“E’ da un po’di tempo che non vedo suo padre” dice il simpatico vicino di casa alla figlia, “l’abbiamo portato in casa di riposo”, risponde secca la figlia, come dispiaciuta.

Questa è l’attuale, incresciosa ma necessaria (?), situazione anche nelle migliori case di riposo. Fino a qualche tempo fa l’anziano viveva l’ultimo scampolo di vita a casa sua, dove lo confortava la vista di oggetti che gli ricordavano qualcuno o qualcosa e di persone a lui familiari: figli, nipoti che già per la loro età fresca e vigorosa erano, certamente, di consolazione e conforto, giacché l’anziano vedeva muoversi attorno a sé la vita che restava e resisteva.

Ora nella casa di riposo vede solo altri vecchi che attendono, come lui, la morte e il pensiero corre sempre dietro alla morte che pare non arrivare mai, nonostante spesso la invochi nel corso della lunga giornata, scandita da lamenti suoi e di altri e da qualche decesso, sempre pronto alla porta.

Si accettava la presenza in casa propria dell’anziano padre o della vecchia madre come appunto naturale momento e aspetto della vita che accompagnava il corso della giornata lavorativa, facendoci così persuasi per tempo della ineluttabilità della malattia e della vecchiaia e ci si preparava a viverle e ad accettarle, l’una e l’altra.

Ovunque ora nelle case di riposo giri e posi lo sguardo vedi corpi decrepiti, volti rugosi, occhi spenti o quasi, capelli candidi, quelli che restano (se ne restano), bocche sdentate, orecchie sorde, schiene piegate, pelli piagate. Vorresti vedere la vita attorno a te: ma lì, nella tua casa di riposo, non ci sono bambini vocianti, voci amiche, parenti che ti sorridono e che ti accudiscono, nessuno ti si avvicina se non per porgerti le tue pillole che ti vengono somministrate abbondantemente come fossero caramelle. Attorno a te c’è la morte  che prima o poi ti afferra, la morte che sopraggiunge a “’ncannistràriti”*.

E la morte arriva perché non hai più motivo e forza per resisterle: la giornata scorre sempre uguale, lo spazio è sempre quello, pochi metri quadrati da condividere con persone che nemmeno conosci e da scorrere con l’occhio o da attraversare per andare a fare (sempre che riesca a farli da solo) i propri bisogni, strisciando le ciabatte a stento; la giornata è vuota, vuota di suoni, di colori e gesti che possano ancora significare qualcosa

per te, che abbiano il valore di farti sentire utile a qualcuno o a qualcosa. La tua pensione paga il tuo quieto e lieto soggiorno nella tua casa di riposo.

Anziano (non rimbambito)

*Parola nel dialetto niscemese, presa in prestito da un verso d’una poesia di Mario Gori.

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