lunedì, 30 novembre 2020
image0

CREDEVAMO FOSSE UN HIGHLANDER…

Print pagePDF pageEmail page

Sono da poco finiti i non-giorni dell’1 e 2 novembre della tradizione celtica di Samhain, quando le Pleiadi appaiono nel cielo della sera e segnare la supremazia della notte sul giorno. Il buio prevale sulla luce e invita ad abbandonare la superficiale disattenzione, l’immagine illusoria del sé per concentrarsi sul senso fragilissimo del vivere. Sembra strano, ma la caduta del diaframma tra vivi e morti dei culti celtici, in apparenza così lontani da noi, hanno continuato a sopravvivere nella commemorazione cristiana dei defunti dell’Italia meridionale con i suoi valori affettivi e il senso di appartenenza famigliare. Lumini e candele accesi, fiori e preghiere, fotografie stinte guidano nel varco spazio-temporale di Samhain per un viaggio iniziatico, e la morte come negazione della vita impallidisce, e i defunti assumono il ruolo benevolo di portatori di doni e frutta martorana ai piccoli.
Cosa ben diversa dell’anglosassone Halloween, la caciara carnevalesca e ridicola delle mascherate, delle zucche ghignanti, del dolcetto o scherzetto, delle streghe dal naso adunco in abito sexy…
Proprio in quei giorni di passaggio se n’è andato Sean Connery con i suoi novant’anni di fascino, col suo quilt scozzese di Sir, lasciando l’eredità di innumerevoli personaggi a cui ha prestato volto e fisico aitante. Credevamo che, come l’abitante delle Highlands, fosse immortale, senza decadenza e malattie, “Leone d’inverno” e sguardo penetrante. Anche lui è andato di là come i tanti noti e sconosciuti che ci hanno preceduto; tutti, milioni di miliardi, che nel sonno eterno “durano” oltre il tempo e senza le anguste misure umane, raggiungibili in quei giorni di passaggio. Così sepolcri e loculi perdono la connotazione claustrofobica, diventano il luogo tangibile del transito, lo stargate verso spazi astrali. Basta solo abituarsi, farsi cassa di risonanza di impercettibili vibrazioni d’ali di farfalla. Non ci facciamo caso, ma è una cosa che è lì, sangue che circola dentro di noi, pulsa negli orecchi, nelle vene, facendosi sentire se ci immergiamo nel silenzio meditativo che dà la consapevolezza di “esserci” insieme a tutta la materia vivente dell’universo.
Il mistero cosmico non è conoscibile, possiamo però “comprenderlo” etimologicamente in noi che accendiamo lumini e candele, finché abbiamo la possibilità di farlo, in equilibrio tra molteplice dissipante e calma ascetica del pensare e meditare, quando il vento non soffia più come nelle notti di Samhain.

Marisa Scopello 

Condividi!