lunedì, 30 novembre 2020
Unknown-1

NON MOLLARE MAI

Print pagePDF pageEmail page

Non volevo ritornare a scrivere di coronavirus dopo il mio contributo del maggio scorso (Economia in rianimazione e covid-19) sempre su questo giornale, ma questi ultimi eventi epidemiologici con risvolti economici mi hanno indotto a farlo. Da qui il contributo che segue.

Il Dpcm del 24 ottobre  scorso (detto anti-Covid) ha messo in ginocchio l’economia  che – di per sé – era già in convalescenza, ma ha anche aperto ulteriori crepe e profonde spaccature nelle istituzioni. Su queste ultime puntualizziamo compiti e competenze.

La popolazione italiana è scesa nelle piazze a protestare sui divieti e chiusure inserite nel testo normativo del Dpcm.

Mi chiedo, dopo le promesse mancate da parte del premier Conte durante il primo attacco del Coronavirus (marzo scorso), perché la popolazione dovrebbe credere alle promesse di questo secondo attacco (peraltro previsto)?

Ricordo, purtroppo, che la storia è piena di “seconde volte” andate peggio della prima.

Il Paese  è stanco di sentirsi chiamato a essere di nuovo “comprensivo”, visto che proprio l’altra volta (in primavera e giù di lì), abbiamo pianto oltre 35mila morti (e morti tra sofferenze indescrivibili), compresi medici e operatori sanitari che hanno dato la vita per tutti noi.

Insomma, gli italiani hanno capito che non si è fatto abbastanza  per “gestire” questa seconda ondata pandemica.

Di fronte ad una pandemia che si diffonde nel nostro Paese in maniera non uniforme, è evidente la necessità di cure  mirate.

E’ indispensabile, in questi casi, la cooperazione tra Stato, Regioni e Comuni per raggiungere tale scopi.

Invece, di fronte all’emergenza estrema, sì dico estrema, che stiamo vivendo, continuiamo ad assistere ad un continuo e permanente conflitto istituzionale con scarico di responsabilità.

Precisiamo ancora una volta – in questa sede – che per la sanità la competenza è delle Regioni.

Ciò vuole dire che le Regioni (non Governo e Comuni) devono provvedere al buon funzionamento degli ospedali, potenziare la medicina del territorio, individuare tempestivamente eventuali focolai e provvedere ai relativi tracciamenti.

Ciò è avvenuto?

Assistiamo, invece, a un caos istituzionale vergognoso dove nessuno fa ciò  che gli compete, mentre i contagi continuano ad aumentare ed uccidere e ancora non si capisce perché sia così complicato fare i test rapidi, peraltro già autorizzati dal Ministro della Sanità. Per non dire poi che mancano  tamponi e vaccini antinfluenzali, mancano i posti letto in terapia intensiva, mancano medici e operatori sanitari.

Molti muoiono nelle corsie senza la minima assistenza, abbandonati, come dei medicinali scaduti, davanti agli occhi smarriti e atterriti dei propri cari. Questo è grave e insopportabile.

Precisiamo che le città italiane vengono molto prima delle Regioni, entità istituzionali costruite dalla legge 16/5/1970 n.281.

Con la pandemia stiamo scoprendo che, dal punto di vista sanitario le città, pur vantando tanta storia e orgoglio municipale, in materia sanitaria non contano nulla. Mentre le Regioni, prive di storia e di radicamento territoriale, dettano legge nel campo della sanità.

Questo paradosso si deve alla riforma sanitaria del 1982-93 la c.d. “riforma della riforma”, relativa al decentramento delle competenze amministrative e finanziarie dallo Stato alle Regioni.

Il tutto consiste in un duplice processo di regionalizzazione dall’alto, rispetto al governo centrale, e dal basso, rispetto al livello comunale.

Ma le Regioni purtroppo non hanno ancora compreso che il “VIRUS” ignora le linee di confine tracciate dalle istituzioni, così come non distingue chi aggredisce e a quale colore politico appartiene.

Da qui i ritardi e le inefficienze sanitarie diventano ancora più gravi, e letali, se i presidi territoriali sono lasciati sguarniti.

Ecco perché assistiamo  a code direi apocalittiche per i tamponi. Quindi la colpa non è da dare ai singoli sindaci, in quanto questi non dispongono del controllo sull’apparato sanitario, perché questo risiede altrove.

Il caos che stiamo vivendo in questi giorni, con momenti di esasperata disperazione e impotenza, nasce in gran parte proprio da qui.

A questo aggiungiamo l’insufficiente dialettica tra governo e opposizione in Parlamento che trasforma il dialogo tra le forze politiche in scontro istituzionale tra governo centrale e Regioni.

Più la situazione sanitaria si fa pesante e più bisognerebbe unire le forze. Ma ciò non accade.

Perché?

La risposta sta nella commedia, degna del grande Pirandello, messa in scena dalla politica: tra Governo, Regioni ed enti locali va in scena il più classico rimpallo di responsabilità.

E la crisi economica di cui si temeva  una recrudescenza con la seconda ondata  del Covid-19 è arrivata puntuale senza che il governo centrale se ne accorgesse perché preso a finanziare bonus a destra e a manca al fine di evitare una crisi di governo.

Nessuna riforma utile al fine di limitare eventuali danni è stata portata avanti. Ora che l’onda del virus è arrivata, ha trovato ancora una volta un governo smarrito e senza la minima idea di come fronteggiare un terremoto di tale portata.

Il Decreto messo in scena è un groviglio di bonus e di divieti che anziché aiutare la sanità e l’economia  del Paese le assesta il colpo di grazia.

Lo Stato deve distinguere tra la sedizione di piazza e il malessere giustificato al quale  deve dare una risposta politica e sociale.

Il Pil italiano con la seconda ondata del coronavirus dovrebbe accusare – secondo certi studi – un colpo di circa l’11-12%, con una perdita stimata in oltre 200 miliardi, più dei fondi del Recovery Fund, che il Governo aspetta come una manna salvifica.

Personalmente ho dei dubbi che il Governo sarà capace di spendere tutti i 209  miliardi del Recovery Fund, tenuto conto dei  precedenti.

Ma perché l’Italia non è in grado di spendere questi fondi?

L’Italia ha avuto ben sette anni 2014-2020 per spendere 72,4 miliardi di euro dei fondi strutturali (di cui 44,7 risorse Ue e 27,7 di cofinanziamento nazionale). Orbene, a giugno ha speso solo il 40%, cioè 28,8 miliardi. Mancano poco più di due mesi alla fine del settennato e a questo punto è difficile riuscire a impegnare tutte le somme  entro la fine del 2020, ultimo termine per fruire i fondi disponibili.

Pensate che i 209 miliardi del  Recovery Fund dovranno essere impegnati in tre anni invece che nei sette anni previsti per i fondi strutturali. Da qui scaturisce il mio dubbio.

Ci attendono mesi difficili nei quali dovremo abituarci a convivere con il virus.

Dobbiamo reagire con adeguate strategie che permettano la sopravvivenza economica del Paese e nel contempo garantiscano la salute dei cittadini. Lo sforzo della politica va tutto in questa direzione.

Pensiamo al futuro dei nostri figli e a come vedranno il mondo e la loro vita a venire dopo questa terribile esperienza.

Concludo questa mia disamina augurando a medici e operatori  sanitari impegnati in questa immane lotta  contro il Covid-19,

un sentito “ Never Give In”  (non mollare mai).

Savatore G. Blasco

 

Condividi!