mercoledì, 29 Giugno 2022

L’ASSALTO

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L’hanno chiamato “l’assalto all’ultimo treno di Milano” come se i nostri figli fossero dei briganti!

Ma vi rendete conto del punto in cui siamo arrivati ad essere?

Siamo arrivati al punto di piangere in pubblico per un momento solo per farci vedere solidali davanti a chi un figlio lo ha perso e non lo rivedrà più, essere felici (apparentemente) per chi viene liberato dalla prigionia e torna finalmente a casa dai suoi cari ma anche qui riusciamo a vedere il peggio dell’operato altrui anziché il meglio, addolorarci per chi si ammala o muore di Covid19 o di qualsiasi altra malattia, l’importante è che non tocchi noi; siamo orgogliosi e chiamiamo eroi coloro che muoiono aiutando gli altri; riusciamo a dispiacerci per chi ha perso tutto, per chi non ha un lavoro, per chi non ha una casa e poi… poi riusciamo a scacciare i figli della nostra terra divenuta sterile, perché su una terra che non ha mai dato spazio ai propri figli e li ha mandati via, a studiare o a lavorare lontano, dimenticando che insieme a loro, si sono portati  un pezzo del nostro cuore. Un pezzo di cuore che ha bisogno ogni tanto di tornare a casa per ricongiungersi ai suoi cari. Un cuore affranto che lotta per abbracciare la sua famiglia, famiglia che accetta gioie e dispiaceri di tutto e di tutti con ipocrisia e non sa accettare i propri figli e il loro ritorno a casa.

Questo “assalto” come lo chiamano, c’è stato sempre, in ogni ricorrenza degli anni che hanno preceduto questo. E questo è un anno uguale a tanti altri ma ci viene mostrato come un mostro, eppure se ci guardiamo indietro, all’interno dei mostri ci sono sempre stati i nostri geni felici, i nostri figli.

Figli che non sono assassini, possono essere anche malati o contagiati, ma come tutti hanno il diritto di tornare a casa a ristorarsi tra le braccia dei propri cari.

Ma allora perché riusciamo ad essere così cattivi contro il nostro stesso sangue?

Perché rifiutiamo il ritorno del nostro sangue?

Perché non accettiamo che se un figlio lontano si debba ammalare, non deve essere e stare a casa e non in un paese lontano, solo e abbandonato da tutta la società attorno?

Mio padre diceva sempre: “Quando non ci saranno più speranze per la mia vita, portatemi a casa, desidero morire con la mia famiglia accanto”, dopo essere stato per più di un mese in ospedale prima e poi in Hospice a Modica dove con lo staff medico lo abbiamo accompagnato ai suoi ultimi giorni con grande dignità, lo abbiamo portato nella sua casa il 23 dicembre, il 25 ha trascorso il suo ultimo Natale con tutta la sua famiglia accanto, il 26 dicembre del 2014 è spirato tra le nostre braccia e a casa. Questo era il suo desiderio più grande in quel momento.

Certo è che di questi tempi molti padri di famiglia, madri, figli e figlie, stanno piangendo i loro cari che non hanno potuto neppure abbracciare, a parte per il Covid19, anche per la tragicità di tanti incidenti nati per disattenzione e superficialità che hanno portato alla morte tante vite umane senza un perché.

Ma allora perché noi non riusciamo ad abbracciare più neppure i nostri figli con grande senso di responsabilità?

Quel treno non è un assalto, quel treno è il ritorno del nostro amore, il treno che abbiamo perso, quello che, se non lottiamo per il suo ritorno, non partirà e non arriverà mai più per nessun figlio, è un treno che viaggerà solo per delle macchine senza sentimenti. Quelle macchine lo siamo già diventati la maggior parte di noi.

Buon Natale allora a chi un figlio non lo piange perché forse non lo ha mai avuto, buon Natale a chi in quest’anno non ha pianto una volta per se stesso, buon Natale agli egoisti che vivono di superficialità e serenità apparente, buon Natale a coloro che disprezzano ogni operato altrui, buon Natale a chi si lamenta sempre, Buon Natale a chi avrà pane fra i denti, Buon Natale ai bugiardi, agli odiosi, ai veri briganti.

A tutti gli altri auguro un grande abbraccio che parte dalla terra e arriva fino in cielo, da ogni fratello che, vivo, piange chi non c’è più e da ogni famiglia che trascorrerà questi tristi e bui giorni insieme ai propri cari, a casa.

Sofia Ruta

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