lunedì, 25 gennaio 2021
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SCHIAVI DELLE NOSTRE GABBIE MENTALI

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Immersi in questo tempo di isolamento necessario a spezzare il ponte al virus per saltare dall’uno all’altro; costretti a guardare il mondo dalla finestra da dove appare immobile; immobilizzati dalla consapevolezza che durerà ancora per un tempo lungo e difficile da delimitare; pervasi dalla sensazione che da quasi un anno il fondale del mare si fa sempre più basso e livello dell’acqua sempre più prossimo alla gola, non ci rimane altro che meditare su noi stessi innanzitutto, sulle individuali fragilità, sulle schiavitù che ci siamo creati, sulle pigrizie che ci hanno inghiottito e sulla società bloccata contro cui brontoliamo.

Osservo e rifletto, a partire innanzitutto da me, che tutti contrastiamo, ci opponiamo con  ostinazione inconsapevole alla necessità di cambiamento che il contesto reclama. Osservo che siamo schiavi di un meccanismo psichico che respinge il cambiamento, che blocca la flessibilità, tendiamo, senza rendercene conto, al risparmio di energia mentale anche se ciò ci rende ridicoli e ci fa soffrire, insomma anziché proattivi per riuscire ad essere resilienti siamo sclerotizzati e schiavi delle abitudini e regole che ci siamo dati nel tempo.

Un esempio emblematico, non il solo, ma quello che più di ogni altro mostra la gabbia nella quale ci siamo rinchiusi con le nostre stesse mani è il linguaggio, che in effetti è  la parte visibile del nostro modo di pensare.

Viviamo il linguaggio come un dogma piuttosto che come una funzione adattabile alla necessità di espressione, aderiamo alla forma data con la forza di una fede, addirittura lo usiamo come scudo protettivo quando esercitiamo una qualsiasi forma di potere. Questa modalità è generalizzata, ma tanto più il soggetto è scolarizzato tanto più ossificato è il linguaggio cui ricorre, basti osservare tutte le gergalità settoriali (ambito medico, tecnico, burocratico, giuridico, ecc. ecc.) tutte modalità che facilitano il dicitore in quanto pesca in un repertorio di espressioni già formulate.

Ricorrere alla formulazione di gergo facilita, non solo in termini di energia mentale perché già precostituita, ma anche perché realizza distanza emotiva dai fenomeni osservati e nominati, anche, e soprattutto, perché realizza distacco verso l’ascoltatore. Per essere espliciti, realizza gerarchia e consente l’esercizio del potere con la copertura di una maschera. E siccome questa formula comunicativa ha dietro di sé il peso della consuetudine più l’autorità della cultura dottrinale che le conferiscono la patente di logicità e razionalità, nessuno osa metterla in discussione. L’espressione in gergo è comunemente intesa come un canone scientifico, quindi indiscutibile!

Naturalmente non mi riferisco tanto ai termini strettamente tecnici con cui si denominano certi mezzi (uno stetoscopio, un giunto, una puleggia, una spatola e via così per i milioni di oggetti che devono essere indicati col termine stabilito per convenzione), mi riferisco piuttosto all’uso delle espressioni criptiche per indicare certi processi cui si ricorre nella comunicazione intersoggettiva. Mi riferisco alle espressioni gergali  lasciate nell’involucro di termini oscuri a chi è fuori dal campo, utilizzate come immutabili, come insostituibili con sinonimi di uso comune, senza che chi vi ricorre si premuri della traduzione del loro senso, magari ricorrendo ad esempi e metafore pur di chiarire il senso e l’effetto al prossimo con cui si sta in interlocuzione.

L’effetto di questa comunicazione, nonostante di solito generi emozione negativa sul destinatario, tanto quanto costituisce rassicurazione ed agio al dicente, si perpetua simile a se stessa da secoli, e, inutile negarlo, ha conseguenze sulla psiche, impone di stare fermi, blocca, non sprona ad andare oltre.

Succede, credo a tutti, che leggendo una sentenza, o ascoltando una diagnosi, dopo il primo impatto bloccante si prenda animo e si chieda: cioè, che significa? Quello che segue attiene alla capacità empatica dell’emittente e all’insistenza e capacità di “domande di verifica” da parte del destinatario del messaggio, l’esito non è sempre la giusta intesa.

Il vero problema non è però utilizzare la modalità espressiva da gergo, quanto piuttosto farsi schermo di essa senza curarsi della capacità di decodifica del destinatario. Se ciò ha potuto funzionare in passato, quando la comunicazione si ripercuoteva fra interlocutori diretti, quando ancora non imperava la globalizzazione dell’informazione, oggi non regge più, oggi il rischio è il fraintendimento e l’implosione del senso.

Di recente è stata riportata notizia di una sentenza di assoluzione, nei confronti di un uomo che nel 2019 aveva ucciso la moglie, emessa dalla Corte di Assise di Brescia, in cui l’imputato, dichiarato tramite perizia psichiatrica, “incapace di intendere e volere” viene assolto con la motivazione che l’atto omicida era stato effettuato in stato di “delirio di gelosia”.

La notizia rimbalzata sui media fa un certo effetto, d’impulso l’assoluzione appare un atto di ingiustizia, “delirio di gelosia” appare una giustificazione scaturita dal “Codice Rocco”.

Sui social, dove le reazioni seguono l’impulso, si è scatenato il solito putiferio tra garantisti, colpevolisti,  giustificazionisti e invocanti la pena di morte.

Questo mondo dell’impulso non è senza conseguenze e non va ignorato perché impatta sul sentire sociale creando disastri. Si tratta di una realtà che non va ignorata, né la si può reprimere con strumenti coercitivi, occorre piuttosto comunicare con la consapevolezza adeguata alla prevenzione dello scatenamento delle tifoserie tra Guelfi e Ghibellini. Occorre assumere la responsabilità individuale di cambiare modo di comunicare, non si può più semplificare, occorre decodificare a monte, occorre prevenire il sorgere della deleteria tifoseria che infiamma il clima sociale e distrugge la fiducia nelle istituzioni (nel caso in esempio Giustizia e informazione).

Non si può comunicare come si faceva in passato quando questa notizia del proscioglimento avrebbe avuto come destinatari l’imputato e la sua famiglia e al massimo un cronista di giudiziaria delegato dalla carta stampata che, privo dalla pressione di dare la notizia in tempo reale, come avviene adesso con l’opportunità del web, avrebbe atteso i tempi dell’emissione della sentenza, l’avrebbe letta per intero e solo dopo avrebbe dato la notizia completa.

I tempi e i mezzi di comunicazione attuali purtroppo spingono alla semplificazione, bisogna esserne consapevoli, bisogna quindi assumere, ciascuno, la responsabilità di cambiare modo di comunicare per prevenire la conseguenza della decodifica impropria.

La notizia sopracitata, così come è stata data, è purtroppo una semplificazione della realtà perché l’imputato non è stato assolto e quindi lasciato libero da conseguenze espiatorie, è stato prosciolto ma verrà trattato, in termini giudiziari, da malato di mente, cioè, anziché la carcerazione ordinaria, verrà applicata una misura denominata R.E.M.S. (quello che una volta chiamavamo manicomio giudiziario, cioè un percorso di espiazione in ambito sanitario).

Purtroppo “assolto” e “prosciolto” nella consuetudine vengono utilizzati come sinonimi, pertanto se non si agisce la responsabilità della precisazione di un iter, se il giudice si limita a giustificare il termine prosciolto con “delirio di gelosia” senza valutare che la parte più fragile e sprovveduta culturalmente della società la tradurrà in: posso uccidere mia moglie e poi mi fingo pazzo e verrò assolto.  Se il giornalista si limita a riportare l’assoluzione senza argomentare che in casi di soggetti con perizia psichiatrica si avvia la procedura della giustizia sanitaria, si assume la responsabilità del fraintendimento da parte di una società ignara. In questi casi è palese che i comunicanti ignorano il livello culturale del contesto e gli effetti che da ciò derivano.

Insomma, emerge un gravissimo problema di responsabilità culturale nella pratica della comunicazione e nell’uso del linguaggio che riguarda tutti gli attori, innanzitutto chi rappresenta un’istituzione, la realtà contestuale richiede, a tutti, un adeguamento, chiede la responsabilità di porre argine alla deriva della semplificazione. Occorre pensare e valutare le conseguenze che il detto può generare, occorre riflettere prima di comunicare.

Dall’emissione di questa sentenza poggiata sulla espressione “delirio di gelosia” e dalla comunicazione data dalla stampa emerge tutta la sfasatura tra le espressioni di gergo e la decodifica del livello culturale della società.

Emerge un enorme problema di responsabilità culturale sull’uso della comunicazione che attiene soprattutto al mondo giuridico, ma anche a quello del giornalismo.

Entrambi gli ambiti non possono non tenere conto che in una società dove l’informazione è globalizzata bisogna cambiare codice comunicativo, bisogna uscire dalla comodità delle espressioni predefinite, bisogna accompagnarle con una decodifica dettagliando gli effetti, bisogna delimitare gli ambiti interpretativi, altrimenti si genera confusione, si genera visceralità, rancore, sfiducia, tutte conseguenze nefaste.

Non è più possibile semplificare l’espressione, bisogna assumere la responsabilità delle conseguenze sul piano degli effetti sociali. Questa responsabilità vale in ogni ambito, chi comunica deve tenere conto del fatto che il messaggio  riverbera e ha conseguenze su soggetti di tutti i livelli culturali e degli svariati stati psicologici e patologici. Bisogna che ogni comunicante assuma la consapevolezza della complessità sociale attuale e vi si adegui, occorre assumere la consapevolezza che il cambiamento avverrà se ciascuno di noi farà lo sforzo di concorrervi; se rimaniamo fermi, bloccati, schiavi della consuetudine ad aspettare che la manna cada dal cielo sarà, ma lo è già, una babele assurda, sarà la fine dell’intesa tra umani.

Carmela Giannì

 

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