lunedì, 25 gennaio 2021
Q32

UNA VOCAZIONE STRONCATA

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La nostra comunità sonnolenta, pigra, diffidente, nella sua maggioranza finanziariamente mal messa, ha poggiato la sua sussistenza economica prevalentemente sull’economia agricola, sul lavoro in ambito edilizio, e su quello artigianale, quest’ultimo indirizzato nella trasformazione dei prodotti agricoli, l’economia industriale è stata una piccola fetta. Nell’ultimo ventennio le cose sono con gradualità mutate, prima con molta timidezza e poi con più decisione, è stato tentato l’indirizzo turistico che ha registrato un notevole protagonismo di piccole imprese familiari.

Quando finalmente questa vocazione di sviluppo si è fatta chiara attraverso l’adesione di numerose piccole attività imprenditoriali, quando si è delineata una fisionomia netta in questa direzione, sia nell’agglomerato urbano che nell’extra urbano, quando da scommessa si è tramutata in strategia, quando tra i soggetti impegnati in questo ambito stava per germogliare la voglia di concertare con le istituzioni di prossimità anche gli interventi pubblici in maniera da mettere a sistema l’esistente e il futuro, ancora in embrione, ma deciso ad andare in scena, è arrivata la tempesta della pandemia, una sorta di uragano che ha travolto sostanza, progetti, idee e  anche i nascenti tentativi di riordino sistemico.

A distanza di 10 mesi dall’inizio di questa sciagura la città è bloccata, chiusa, spopolata, paralizzata. Porte chiuse, saracinesche abbassate, niente turisti in giro, ma neanche residenti, il ritmo sociale che ci era divenuto familiare di colpo è scomparso.

La città ha perso la fisionomia che la caratterizzava, ha perso il dinamismo umano ed economico, di colpo è stata annullata la varietà demografica che, grazie al turismo, era diventata una caratteristica costante.

Un certo numero di persone, italiani di altre regioni, ma anche stranieri, negli ultimi anni avevano scelto questo luogo come luogo del cuore, a Modica hanno comprato la seconda casa, per risiedervi diversi mesi nell’arco dell’anno, non potendo più spostarsi per le restrizioni dovute alla pandemia queste case rimangono chiuse e loro sono scomparse dalla circolazione.

Se a questo si aggiunge l’assenza dei turisti di passaggio solo per qualche giorno, più quelli che vi sostavano per poche ore affollando i negozi di souvenir e della cioccolata, il vuoto è drammatico. Modica oggi sembra tornata ad essere una realtà degli anni cinquanta, un paesotto del sud, addormentato, dove dimorano solo vecchi, dove la circolazione fuori casa è appannaggio di soli maschi anziani che escono di casa in tarda mattinata per sgranchire le gambe con lente passeggiate e godere dei raggi di sole. Niente donne, niente giovani, niente fretta, niente ritmo, niente dinamismo.

Percorrendo le vie del centro si ha la sensazione di una visita al cimitero, vi regna il silenzio, vi aleggia la mestizia, le poche persone circolanti si muovono a testa bassa, quasi in stato di raccoglimento.

Assente ogni forma di attività sociale, zero attività culturale. Entrambe queste attività creerebbero assembramenti, quindi non si possono attuare. Entrambe queste dimensioni nel tessuto della nostra città erano caratterizzanti, erano quelle che esprimevano la vitalità e la creatività, una dimensione che è la cifra caratterizzante la nostra comunità.

Attività culturali ed iniziative sociali sono state la cifra che rendeva Modica diversa dalle città del circondario, la loro assenza determina un silenzio assordante, che stravolge la fisionomia urbana.

Il commercio, quello che rimane aperto, è silente, non solamente perché manca la presenza turistica con l’apporto di risorse significative, ma anche perché i consumi dei residenti sono ridotti come tutta l’espressione vitale è ridotta.

L’assenza dei turisti non è solo una perdita economica, è anche una perdita di energia circolante, di varietà fisiognomiche, linguistiche, è assenza di colori, di occhi accesi dalla curiosità, manca il  catalizzatore della vitalità, e, siccome il bene si apprezza quando si perde, ora ne percepiamo la mancanza, proviamo nostalgia verso quella densità antropica circolante che si affiancava ai residenti, ci rendiamo conto che la loro presenza era diventata una consuetudine che arricchiva la varietà della composizione demografica.

I giovani che di giorno scorazzavano coi loro motorini e la sera riempivano le piazze sono scomparsi, non escono per recarsi a scuola, rimangono a casa e fanno lezioni in remoto, e non potendo riunirsi, non frequentare luoghi di ristoro, sono scomparsi dal consorzio sociale.

Scomparse anche le donne, tutte in casa ad occuparsi dei figli in DAD, non escono per lavorare  perché molte il lavoro lo hanno perso,  e chi non lo ha perso  lo pratica in remoto.

Molti edifici del centro storico erano stati ristrutturati e convertiti in strutture di alloggio per turisti, per convegnisti, per artisti che venivano ad esibirsi nella nostra città, oggi questi alloggi sono chiusi, da essi emana un senso di lutto, altrettanto vale per gli alberghi, per le agenzie di viaggio, per i ristoranti chiusi, per i teatri, i cinema, le palestre ecc. ecc.

Una comunità incantata da un sortilegio, così oggi appare Modica, così come lo è la comunità globale. Incantati tutti, ripiegati sui lutti, atterriti dall’ignoto con cui fare i conti, sperando di riuscire a superare questa prova tremenda per poi riuscire a misurarci col disastro, non solo di una vocazione stroncata, di un’economia azzerata, di un futuro lacrime e sangue, di un debito con cui tutti noi, ma anche le generazioni future, dovremo fare i conti.

Tutti schiacciati  dalla consapevolezza che alle fragilità che già avevamo dovremo sommare quelle che la pandemia ha generato, fragilità strutturali, fragilità di sistema, fragilità individuali che lo stato di angoscia ha scavato nella psiche individuale, una dimensione quest’ultima che attualmente poco emerge per via del distanziamento, ma che già serpeggia all’interno delle famiglie dove si stanno verificando frane preoccupanti.

Anche questo genere di problemi nel dopo pandemia si dovranno affrontare, bisognerà adoperarsi per curare, rimettere su chi nel frattempo è crollato sotto il peso dell’angoscia del contagio, sotto lo stress della perdita di lavoro, sotto la fatica dell’incertezza del futuro. Oltre che il vaccino contro il virus avremmo bisogno di un farmaco che possa ricostituire la fiducia nel futuro e la forza interiore di reggere alle restrizioni che si prospettano, il salto di quota che a causa dalla pandemia abbiamo subito ci ha tolto la prospettiva attraverso cui guardavamo l’orizzonte, adesso che speriamo di uscirne con l’ausilio del vaccino possiamo far posto alla consapevolezza che ci aspetta un lungo periodo di dura fatica per effettuare la risalita che ci consentirà di guardare l’orizzonte.

Carmela Giannì 

 

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