sabato, 3 Dicembre 2022

LEONARDO SCIASCIA, QUELLO CHE CAPÌ I GIOCHI DEL POTERE

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Cento anni e una manciata di giorni. Le celebrazioni di Leonardo Sciascia proseguono in streaming nell’impossibilità di farlo con incontri e letture pubbliche mentre, come sempre, le imposture politiche continuano ad avere libera circolazione nell’odierno scenario mondiale e italiano, senza reali pugnali insanguinati ma creando una diversa strategia della tensione in cui tanto spesso i politici, anche quelli “rispettabili”, sono maestri.
Sciascia è tra i pochi che ha capito il gioco del potere, lo ha declinato in molti modi ambientandoli in situazioni diverse (per lo più in una Sicilia che è microcosmo paradigmatico di ogni società umana) attraverso il romanzo giallo, sottratto al cliché di romanzo d’evasione. Da “Il giorno della civetta” (1961) mettendo a nudo gli intrallazzi mafiosi, oppure usando il romanzo storico breve, il saggio e la ricerca d’archivio per entrare negli oscuri meandri di fatti realmente accaduti in Sicilia, quali congiure e massacri nel Settecento, nell’Ottocento, oggetto dei suoi “Il Consiglio d’Egitto”(1963) e “I Pugnalatori” (1976). I protagonisti, l’avvocato Di Blasi e l’abate Vella nel primo, il Senatore del Regno (il potente e integerrimo principe di Sant’Elia) nel secondo, sono gli archetipi del bieco patto tra manovalanza e mandanti intoccabili, quasi sempre spinti dall’ambizione, lucidi e sicuri di aver agito per il meglio.
Tra gli scritti di Sciascia ci sono anche ricostruzioni di eventi, come quello ancora avvolto nella nebbia del mistero, “La scomparsa di Majorana”(1975), un esempio della sua originale letteratura d’inchiesta.
Sciascia, come i suoi personaggi (Bellodi, Rogas, Giacosa, Vice), investiga con occhio spietato il doppio gioco del passato remoto e anche recente, viene  anzi voglia di definirlo eterno presente.
Nel 1979 pubblica “La Sicilia come metafora”: città e uomini siciliani irredimibili dentro e fuori della metafora dell’Isola immersa in un mare colore del vino che isola e fa sentire un profondo senso di solitudine nonostante una “naturale” apertura, propria dell’anima siciliana. Così lui rilegge il commento di D. H. Lawrence a proposito di Mastro Don Gesualdo e concorda con la sua analisi: “Gesualdo è un uomo comune dotato di energia eccezionale… nell’intenzione. Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà”.
Difficoltà, un’unica parola che è il concentrato di gioia e dolore del siciliano, sempre dimidiato nel rapporto di odio-amore per la sua terra. A iosa sono gli esempi di comportamenti indecifrabili che hanno tenace radicamento sotto i carrubi e i mandorli di queste contrade.
Sciascia esercita lo scavo psicologico e sociale anche nella sua intensa attività di giornalista e legge i fatti con lo sguardo acutissimo dell’illuminista (il suo amato Voltaire) me non crede di poter risolvere i dubbi col lume della ragione perché il mistero della coscienza (Dio forse?) ne ridimensiona la portata ottimistica. Uno Sciascia “corsaro” che non accetta di schierarsi né col bianco né col nero, si dibatte in questa dicotomia e ne indaga piuttosto la mescolanza, quel grigio spesso torbido, dalle conseguenze incerte, da autentico polemista che non ha certezze: la giustizia per lui è metafisica perché tutti siamo colpevoli e il capro espiatorio diventa una condizione necessitante, come nel celebre processo kafkiano.
Lui era maestro elementare e tale si sentiva, così le sue opere insegnano anche oggi a sillabare parole e pensieri ispirati unicamente dal bisogno di indagare, capire.
Questa è soltanto una rassegna non esaustiva, mancano opere fondamentali della sua bibliografia, che vuole essere “il teatro della memoria” di un Autore meritevole di essere ancora letto per l’attualità delle sue riflessioni sul senso della vita e della morte: oggi più che mai, chiusi ancora nel lockdown dell’anima, senza gioia, nonostante un corpo modulato dalla e per la gioia, con un “gruzzolo” di aspirazioni vanificate dal virus. Tutto appare dilapidato, addirittura ignoto, mentre la vita scorre via come un fiume fangoso per tutti, i giovani e i meno giovani. Questi sono i pensieri, rielaborati alla luce del testamento sciasciano “Il cavaliere e la morte” (1988), il “sotie” (racconto allegorico) di congedo con le ultime dolorose riflessioni su se stesso e la realtà che lo circonda fino al terribile sospetto che “ci sia una segreta carta costituzionale che al primo punto reciti: la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”.
Ma là, sulla sua tomba, l’epitaffio del francese Villiers de l’Isle-Adam sintetizza una grande nostalgia mista all’ironia del suo sguardo enigmatico che conserva un’invincibile volontà della memoria: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”.

Marisa Scopello

 

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