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Per non dimenticare mai!




La Modica di Enzo Belluardo




UN ALTRO GRANDE MODICANO SE NE VA

Noi, proprio su questo giornale, la prima volta in cui parlammo di Saverio Saluzzi ne parlammo come poeta e come poeta lo vogliamo ricordare ora che se n’è andato pure lui. Era stato anche critico letterario, latinista, saggista, accademico dei Lincei. Era soprattutto un uomo di cultura e una gran brava persona. Era un uomo generoso, pieno di entusiasmo e, cosa strana, molto strana specie nel nostro bizzarro paese, non provava invidia ma anzi era felice quando riusciva a scoprire una realtà bella, di un valore artistico che lui sapeva apprezzare.

Per la cultura modicana ha rappresentato una luce. Ora questa luce si è spenta. Addio, professore”.

LuM




A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

Riprendo il mare e mi sento a casa perché il Mediterraneo unisce dividendo, infonde energia con la sferzata della brezza salina e predispone all’avventura, alla scoperta di altri mondi e modi di vivere. Le sue tempeste fanno crescere e per questo la mia disavventura nel mar Egeo mi è stata così  utile da provarne adesso un sacro rispetto.
Dicevo l’odore del mare, il fascino del suo colore cangiante, dal blu profondo che accoglie la costa precipite e i promontori boscosi all’azzurro cristallino dei fondali sabbiosi, al bianco merletto delle onde, degli sprizzi improvvisi se un delfino decide di salutare i naviganti con una doppia capriola acrobatica. Guardo la costa e il Circeo a sinistra, le isole Pontine a destra che sembrano un preambolo a Ischia e Procida pensando che sono fortunata a godere di tanta bellezza. Ora a sinistra appare Napoli come una cavea teatrale e ne immagino i sapori che conosco (la pummarola, la pizza, il babà) ma che non esistono nella realtà in cui sono immersa ora. Ci vorranno ancora molti secoli e molta storia…
Alle spalle di Napoli c’è la collina di Posillipo dove, tra un po’, l’epicureo Siróne farà della sua villa una scuola di filosofia (frequentata anche da Virgilio), mentre Filodemo di Gadara ne creerà una a Ercolano, nella villa dei Pisoni.
Basta coi rimandi culturali, i morsi della fame si fanno sentire. Approdiamo a Ercolano con una sorpresa: a un remo è rimasto attaccato un polpo enorme che faremo cucinare nella prima cauponaincontrata; si chiama, recita l’insegna lignea, “Ad cucumas” che si riferisce alle brocche contenenti le bevande, ci sono infatti dipinte quattro brocche di colori diversi oltre al nome del “grafico”, scr(i)ptor Aprilis a Capua (anche allora il designer aveva la sua importanza!). In una località marinara il pesce è l’alimento principale, se ne sente l’odore provenire dalle pentole sul fuoco. In attesa che il polpo sia pronto, comincio ad assaggiare i piatti messi  in tavola e, da buona epicurea, afferro al volo l’occasione. Alici crude marinate con olio e aceto, fette di pane rustico abbrustolite sul fuoco, sfregate con aglio, olio e origano, pastinache viola in insalata con garum, aceto e prezzemolo, gamberi fritti e olive, tante olive verdi e nere e rosse. Mi lecco le dita stillanti sapori genuini. Insieme al polpo affogato nel vino e nelle spezie, così tenero nonostante i tentacoli siano grossi come salsicce (ho visto che lo hanno battuto sugli scogli appena estratto dal mare per renderne morbide le fibre),  arriva anche un grande tegame con un rombo cotto al forno con fette di limone, erbe aromatiche, cipolle rosse, garum e olio. Squisito.
Mi servono anche la frutta: mele annurche e fichi secchi. Chiedo alla giovanissima serva bruna di pelle e di capelli da dove venga; mi risponde che è nata a Sulky, in Sardegna, il suo nome è Autas e dai suoi occhi neri traspare, benché schiava, una grande fierezza. Mi ha affascinato. Esco per esplorare la città ricca di ville che si affacciano in alto sul mare, ci sono tre decumani, insulae  a più piani, e strade ortogonali secondo la matrice greca. Il muro di cinta verso il mare è in opus reticulatum con archi prospicienti alla riva del mare. C’è un quartiere termale con decorazioni a mosaico e affreschi come nei peristili  di tante case patrizie, abbelliti da fontane e statue. Una località bellissima che già conoscevo dagli scavi ottocenteschi ma che ora si mostra ricca di quella vita azzerata dal Vesuvio nel 79 d.C.
Ho visto abbastanza e già mi prende la curiosità di andare nella terra di Autas tra nuraghe e cultura punica.

 




NON SI MUORE SOLO DI COVID

Oggi, faticosamente e con tanti sacrifici, dobbiamo affrontare una pandemia della quale ancora poco sappiamo e che ci spaventa, è vero, ma non dobbiamo mai dimenticare che non è solo di Covid che si muore.

Nelle chiacchiere della gente abbiamo sentito attribuire a questo virus gravi malattie e morti che nulla con questo avevano a che vedere. A parte il cancro, che continua a falciare la vita della gente senza fermarsi, oltre alle malattie cardiache, cerebrali e quant’altro, che da sempre hanno insidiato la nostra vita, quest’anno, che ha visto ammalarsi o morire tanti atleti, tanti campioni sportivi che avevano esaltato la nostra fantasia regalandoci momenti bellissimi, dobbiamo riflettere bene su quello che ci era stato raccontato un tempo a proposito dello sport e del doping, ma che oggi pare sia stato dimenticato.

Fin dai tempi di Bartali e Coppi i corridori, specie quelli più forti, raccontavano che i loro allenatori prima di una corsa facevano bere un “bibitone”, come lo chiamò qualcuno, che dava la carica. Cosa ci fosse dentro non ce lo disse mai nessuno, sicuramente nessuno se lo chiedeva, ma in seguito, quando si scoprì che gli atleti, per rendere al meglio e anche di più, assumevano sostanze dannose, a lungo andare, alla salute, allora si cominciò a porre attenzione a queste sostanze e degli esperti furono incaricati di redigere un elenco di quelle dannose. Il problema però fu che laboratori chimici all’avanguardia creavano sostanze che non facevano parte della lista di quelle vietate ma ottenevano gli stessi effetti ed erano altrettanto dannose. E, mentre si allungava la lista dei farmaci dopanti, si andò avanti così per molto tempo, chissà, probabilmente ancora oggi. Tra l’altro, non si deve ignorare che questa pratica così dannosa non si limitava, e sicuramente non si limita nemmeno oggi, agli sportivi di alto livello, ma anche nelle palestre frequentate da studenti o impiegati circolavano, e molto probabilmente circolano ancora, sostanze molto dannose alla salute.

Oggi ci chiediamo: con l’ossessiva preoccupazione per il Covid, non saranno stati allentati i controlli su queste sostanze? Nel calcio, ad esempio, notiamo che alcune squadre si muovono a ritmi diversi e imprevedibili rispetto agli impegni di Campionato e Coppe. Ci auguriamo che sia solo il tipo di allenamento, la bravura dei preparatori atletici, insomma qualcosa che in alcun modo possa, per un momento di gloria, danneggiare la salute di giovani che hanno tutta la vita davanti a loro e la vita non è fatta solo di prestazioni sportive.

Quello che ci preme ricordare e chiedere è che il panico per la pandemia non ci distragga dal tenere sotto controllo tutto ciò che, dati i tempi, potrebbe sfuggirci di mano, come l’attenzione a quei fenomeni che, solo pochi anni addietro, erano stati evidenziati da ricerche e indagini specifiche. Come, appunto, nello sport, un mondo che dovrebbe rappresentare un trionfo della salute, della giovinezza, così come della lealtà, dell’onestà, dell’amicizia… Ma di che stiamo parlando? Forse ci siamo persi, perché tutte queste cose, queste parole che inevitabilmente si dovrebbero associare al termine “sport” da tempo se ne sono staccate, non ne fanno più parte, per lasciar il posto ad altre, come interesse, arricchimento, guadagno spropositato… insomma, per dirla con una parola che non ci piace, per trasformarsi in business.

 




PIOVE SEMPRE SUL BAGNATO

Recita così un proverbio siciliano, ma italiano in generale, utilizzato soprattutto in ambito rurale, dove l’eccesso di pioggia spesso comprometteva la condizione della produzione facendo avanzare il fantasma della miseria.

Lo prendiamo a prestito perché si presta a  declinare la condizione attuale  causata dal susseguirsi di una serie di calamità oscure che ci rendono inermi.

Già stavamo in angoscia per le prospettive economiche sospese, ma ecco che, a terrorizzarci, si è aggiunto lo spettro delle varianti virali, quindi, come se non bastasse, subito dopo ecco che giunge la seconda tempesta, la notizia  che ha avuto il potere di smorzare la speranza dell’uscita dal tunnel,  ovvero il ritardo nell’arrivo dei vaccini da parte dell’unico fornitore pronto, che non si sta dimostrando all’altezza di rispettare il patto fatto con l’Unione Europea.

A ridosso di questa tempesta emotiva ecco giungere la terza componente della catastrofe: la crisi di governo, cioè la tromba d’aria che ha scoperchiato il tetto sotto il quale, in pieno diluvio ci riparavamo, in attesa dell’arrivo di altri vaccini, per poi potere iniziare ad affrontare la ricostruzione dopo il disastro.

Inutile dire che all’annuncio della crisi di governo siamo stati invasi dallo sconcerto per l’assenza di senso di responsabilità del suo autore verso la collettività accartocciata dal lutto ed esistenzialmente messa in ginocchio; inutile dire che dentro ciascuno è esploso lo scandalo, superfluo aggiungere che dentro ciascuno è esplosa una grande tristezza; si potrebbe aggiungere che ci siamo sentiti invasi dalla vergogna per la figuraccia che il nostro paese fa agli occhi del mondo.

I commentatori insistono nel dire che nessuno ne ha capito le ragioni, non è vero, tutti abbiamo capito!

Ciascuno ha capito a seconda della prospettiva da cui guarda la realtà individuale all’interno del contesto nazionale e mondiale.

Ciascuno, in merito a codesta azione si è fatta la propria idea, non tanto dalle parole dette, ma da quelle non dette però svelate dal tono, dal ritmo incalzante del tono della voce, dalla gestualità che ha accompagnato il verbale, dal ventaglio di richieste che si apriva a raffica dopo ogni accoglimento di aspetti criticati. Diciamo che il non detto è stato più eloquente ed esplicito del verbalizzato.

Del resto il grigiore e la cupezza del cielo erano visibili da tempo, si temeva che l’arrivo delle risorse europee avesse scatenato le iene fameliche, ma si sperava nella benedetta razionalità, invece è esplosa la cieca patologia che ha generato la tempesta perfetta.

Che cosa, di questa crisi di governo, ciascuno ha capito, non è importante, quello che invece conta è che nessuno l’ha accettata. S’intende nessuno dei comuni cittadini, nel palazzo e nei poteri costituiti è altra faccenda, lì il senso delle cose assume altro colore e altro sapore, lì, presso i grandi palazzi, regna un altro registro di senso. Lì molti cercano di tramutarla in opportunità personale, di partito, di potere, di egemonia.

Adesso che la trave del tetto, sotto cui, ammassati, ci riparavamo, si è incrinata, forse irrimediabilmente, noi comuni mortali ci sentiamo bloccati nel nostro essere inermi, siamo paralizzati dal terrore di veder sfumare l’aiuto economico europeo su cui si contava per la ricostruzione del disastro generato dalla pandemia, ci sentiamo mortificati dalla figuraccia con cui ci mostriamo al mondo, siamo schiacciati dal timore di cadere irrimediabilmente nel burrone. Né ci può consolare che anche l’America ha rischiato di cadere nel burrone, anzi ciò accresce le nostre paure, viviamo una condizione terribile, il ventaglio delle condizioni favorevoli alla catastrofe sono tutte aperte ai nostri occhi, incredibile quanti elementi astrali sfavorevoli si sono allineati, sembra insufficiente perfino pregare.

Tuttavia bisogna non darlo a vedere, perché alle iene ciò giova, gli sgombra il campo, gli illumina le tracce dove indirizzarsi per fare facile bottino. Pertanto continueremo a resistere magari tacendo, ma pensando e riflettendo su come sfuggire all’uragano.

Continueremo a mobilitare le nostre forze interiori, sperando ma anche agendo, per quello che è possibile a ciascuno, in modo da scansare la traiettoria di allineamento dei fattori astrali negativi creata dal narcisismo patologico che ha scalzato la razionalità, che ha sputato sull’etica, che ha ignorato il limite, che ha negato il sacro, che ha calpestato il buonsenso perché accecato dal furore dell’ego posseduto dal demone del personalismo.

Continueremo perché è indispensabile far germogliare il senso di responsabilità vitale per la collettività.

Abbiamo visto la responsabilità scacciata dal palazzo, la vediamo cascata dal cielo giacente ammaccata sulla terra, sta a noi innaffiarla e rinvigorirla, e se sarà inevitabile andare a nuove elezioni ci aiuteremo chiudendo ogni canale di informazione durante tutto il periodo di campagna elettorale, ci recheremo alle urne in silenzio e sapremo cosa fare, perché quello che ogni schieramento intende fare lo ha già mostrato durante questa strumentale e ridicola crisi di governo.

Carmela Giannì

 




BRUTTI TEMPI E BRUTTE DONNE

Che si stessero vivendo brutti tempi è cosa che a nessuno può essere sfuggita.

Sono già diversi anni che la parabola della crescita della qualità della vita è nella fase discendente.

L’economia mondiale nelle avide mani di pochi manovratori, con le banche di credito trasformate in banche d’affari, spesso loschi, protette al limite dell’indecenza da organismi transnazionali a danno dei cittadini comuni salassati da tasse inique.

La sanità pubblica vergognosamente smantellata a favore di quella privata e in balìa dei favoritismi politici al posto della competenza e della professionalità, le facoltà di medicina blindate dal “numero chiuso” che, di fatto, impedisce il rinnovamento della classe medica, l’assurda politica che ha trasformato l’attività sanitaria in azienda produttrice di utili, gestita in maniera diseguale su tutto il territorio nazionale da regioni governate troppo frequentemente da ingordi incapaci, alla faccia del dettato costituzionale che non ammette differenze di trattamento tra le persone.

La scuola, oggetto di continue “attenzioni” dai ministri di turno, personaggi quasi sempre lontani anni luce dalle problematiche scolastiche, e spesso anche privi di titoli scolastici di un qualche rilievo. In una farraginosa fioritura di scuole, istituti e licei specializzati si è persa la geografia, la storia dell’arte e gran parte della storia: orari ridotti a minimi ridicoli, senza spazio per l’interdisciplinarità così importante per far comprendere i nessi che collegano idee e fatti alle nuove generazioni. La scuola pubblica avvilita e depauperata nei confronti di quella privata, con ulteriore allargamento della forbice tra ricchi privilegiati e poveri lasciati alla ventura.

L’elenco delle sciagure potrebbe continuare a lungo – trasporti, informatizzazione, etc. – ma ce n’è una planetaria che è veramente sconvolgente: la deriva nazionalista che ha portato allo scoperto e ha dato spazio a ripugnanti rigurgiti di razzismo, all’egoismo di chi ha nei confronti di chi è nel bisogno, al tracotante trionfo dell’ignoranza ostentata come titolo di merito, all’esaltazione muscolare della forza bruta contro la dialettica della diplomazia e della mediazione.

In questo esaltante scenario è piombato come mattatore il Covid19.

All’iniziale reazione di solidarietà dovuta all’improvvisa ed imprevedibile riduzione di movimenti e di autonomia delle persone costrette a casa da un lockdown che si sperava di breve durata ma foriero di positivi cambiamenti nei rapporti reciproci tra umani e tra questi e la Natura, la durata del fenomeno e l’approssimazione dovuta all’inesperienza dei governanti nell’affrontare un problema globale del tutto nuovo e sconosciuto, ha portato all’esplicitazione di fenomeni deteriori quali il negazionismo e il complottismo, già presenti nella società, spinti  oltre ogni limite dell’incoscienza e dell’autolesionismo.

Chi sperava che l’umanità avrebbe saputo trarre insegnamento e saggezza da questo crudo raffronto tra la boria da padroni del mondo e il potere distruttivo di un microscopico virus, si è illuso: a quanto pare questo “coso” alieno, organismo parassita ai margini della vita, non colpisce solo con polmoniti micidiali ma innesca anche processi degenerativi neuronali. Il numero di cretini a tutti i livelli cresce in maniera esponenziale, ed è un fenomeno particolarmente pernicioso quando riguarda personaggi che occupano posizioni di rilievo mediatico o di potere politico.

Lasciando da parte i soliti Trump, Bolsonaro, Erdoğan e soci, la nostra italietta recita bene la sua parte con le urla scomposte della Meloni e le intemperanze dei Mattei. Mentre Salvini mette in mostra la sua proterva ignoranza e un intollerabile, irrispettoso cinismo – la mascherina con l’effigie di Paolo Borsellino ne è, speriamo, l’ultima efferata dimostrazione -, Renzi dà la stura al suo ego smisurato e patologico che lo porta ad essere la quintessenza dell’inaffidabilità, capace com’è di trasformismi e tradimenti.

In mezzo al riacutizzarsi della crisi pandemica, col Paese ridotto ai minimi termini per non poter lavorare, andare a scuola, viaggiare, ammalarsi se non di Covid, il “rottamatore” decide che è il momento giusto per provocare una crisi di governo e gettare il Paese nel caos. Costui, dopo aver favorito la nascita del secondo governo Conte all’insegna dell’accordo tra acerrimi nemici quali PD e 5stelle ottenendo due ministeri ed un sottosegretariato, il giorno dopo ha formato il suo gruppuscolo dissidente, uscendo dal PD, ma non dal governo a cui ha cominciato a fare una guerriglia intestina, intessuta di scaramucce e trabocchetti.

In vista del saporito boccone che l’Europa ha promesso di elargire all’Italia sotto forma di Recovery Found, fidandosi di Giuseppe Conte che non sarà un politico esperto ma almeno parla le lingue e non fa le corna nelle foto ufficiali dei consessi internazionali, il Renzi e i suoi accoliti sono corsi a chiedere lumi e consigli a Denis Verdini, grande esperto di maneggi finanziari, anche se al momento risulta ospite delle patrie galere. La fregola del potere lo ha spinto, dal basso del suo 2%, a chiedere al governo cose, alcune anche giuste, che però al momento non si possono fare nell’emergenza in corso. Rispolverando la sua nota tattica autolesionista del “muoia Sansone con tutti i Filistei”, si suppone conscio di fare una mossa incomprensibile e sgradita all’elettorato che lo farà sparire dalla scena politica alle prossime elezioni, ha dichiarato il ritiro dei suoi ministri dal governo, mettendolo così in minoranza.

I suoi ministri sono due donne. Costoro hanno lasciato il capobranco libero di usarle a suo piacimento, come pedine perdenti a dama, come cose senza diritti. La Bellanova, in particolare, è sembrata essere vittima della sindrome di Stoccolma per quanto si è prodigata ad esaltare le prodezze del padrone mentre questi la buttava tra gli scarti di quella che si è andata a caratterizzare come una partita a poker personalizzata contro Conte.

Purtroppo un’altra donna, ricca e potente, ha espresso il peggio della ideologia della parte politica che l’ha voluta al posto di Giulio Gallera, partner del governatore Fontana in irresistibili, tragiche performances che hanno aiutato di fatto la diffusione del virus, come assessore alla sanità lombarda. Letizia Moratti ha pensato bene di esordire nel suo nuovo ruolo chiedendo al commissario Arcuri di rivedere i criteri di distribuzione dei vaccini tenendo presente il PIL delle regioni: quindi la fetta più grande è da destinarsi alla Lombardia che produce più di tutti ricchezza nazionale!

Il cinismo di questa proposta del resto è in linea con quanto sostenuto da un esponente leghista circa il valore della vita di un meridionale, che è della metà di quella di un lumbard…

Quando fu ministro della pubblica istruzione fece di tutto per favorire le scuole private e, non a caso, financo da Modica partirono in massa gli studenti delle superiori per partecipare alle dimostrazioni davanti al ministero di Viale Trastevere al grido  “Demorattiziamo la scuola”!

Altra piccola perla della signora: come la sua collega Santanchè usa il cognome del marito, più famoso e potente del suo.

Che brutte donne!

Ma c’è un diamante di novant’anni che brilla oggi in Parlamento: la senatrice a vita Liliana Segre che, mettendo a rischio la propria salute, è scesa a Roma da Milano per votare la fiducia al governo, conscia com’è del momento drammatico che sta vivendo l’Italia e delle nefaste conseguenze che potrebbe avere una crisi di governo.

Una gran bella donna.

Lavinia de Naro Papa




LEONARDO SCIASCIA, QUELLO CHE CAPÌ I GIOCHI DEL POTERE

Cento anni e una manciata di giorni. Le celebrazioni di Leonardo Sciascia proseguono in streaming nell’impossibilità di farlo con incontri e letture pubbliche mentre, come sempre, le imposture politiche continuano ad avere libera circolazione nell’odierno scenario mondiale e italiano, senza reali pugnali insanguinati ma creando una diversa strategia della tensione in cui tanto spesso i politici, anche quelli “rispettabili”, sono maestri.
Sciascia è tra i pochi che ha capito il gioco del potere, lo ha declinato in molti modi ambientandoli in situazioni diverse (per lo più in una Sicilia che è microcosmo paradigmatico di ogni società umana) attraverso il romanzo giallo, sottratto al cliché di romanzo d’evasione. Da “Il giorno della civetta” (1961) mettendo a nudo gli intrallazzi mafiosi, oppure usando il romanzo storico breve, il saggio e la ricerca d’archivio per entrare negli oscuri meandri di fatti realmente accaduti in Sicilia, quali congiure e massacri nel Settecento, nell’Ottocento, oggetto dei suoi “Il Consiglio d’Egitto”(1963) e “I Pugnalatori” (1976). I protagonisti, l’avvocato Di Blasi e l’abate Vella nel primo, il Senatore del Regno (il potente e integerrimo principe di Sant’Elia) nel secondo, sono gli archetipi del bieco patto tra manovalanza e mandanti intoccabili, quasi sempre spinti dall’ambizione, lucidi e sicuri di aver agito per il meglio.
Tra gli scritti di Sciascia ci sono anche ricostruzioni di eventi, come quello ancora avvolto nella nebbia del mistero, “La scomparsa di Majorana”(1975), un esempio della sua originale letteratura d’inchiesta.
Sciascia, come i suoi personaggi (Bellodi, Rogas, Giacosa, Vice), investiga con occhio spietato il doppio gioco del passato remoto e anche recente, viene  anzi voglia di definirlo eterno presente.
Nel 1979 pubblica “La Sicilia come metafora”: città e uomini siciliani irredimibili dentro e fuori della metafora dell’Isola immersa in un mare colore del vino che isola e fa sentire un profondo senso di solitudine nonostante una “naturale” apertura, propria dell’anima siciliana. Così lui rilegge il commento di D. H. Lawrence a proposito di Mastro Don Gesualdo e concorda con la sua analisi: “Gesualdo è un uomo comune dotato di energia eccezionale… nell’intenzione. Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà”.
Difficoltà, un’unica parola che è il concentrato di gioia e dolore del siciliano, sempre dimidiato nel rapporto di odio-amore per la sua terra. A iosa sono gli esempi di comportamenti indecifrabili che hanno tenace radicamento sotto i carrubi e i mandorli di queste contrade.
Sciascia esercita lo scavo psicologico e sociale anche nella sua intensa attività di giornalista e legge i fatti con lo sguardo acutissimo dell’illuminista (il suo amato Voltaire) me non crede di poter risolvere i dubbi col lume della ragione perché il mistero della coscienza (Dio forse?) ne ridimensiona la portata ottimistica. Uno Sciascia “corsaro” che non accetta di schierarsi né col bianco né col nero, si dibatte in questa dicotomia e ne indaga piuttosto la mescolanza, quel grigio spesso torbido, dalle conseguenze incerte, da autentico polemista che non ha certezze: la giustizia per lui è metafisica perché tutti siamo colpevoli e il capro espiatorio diventa una condizione necessitante, come nel celebre processo kafkiano.
Lui era maestro elementare e tale si sentiva, così le sue opere insegnano anche oggi a sillabare parole e pensieri ispirati unicamente dal bisogno di indagare, capire.
Questa è soltanto una rassegna non esaustiva, mancano opere fondamentali della sua bibliografia, che vuole essere “il teatro della memoria” di un Autore meritevole di essere ancora letto per l’attualità delle sue riflessioni sul senso della vita e della morte: oggi più che mai, chiusi ancora nel lockdown dell’anima, senza gioia, nonostante un corpo modulato dalla e per la gioia, con un “gruzzolo” di aspirazioni vanificate dal virus. Tutto appare dilapidato, addirittura ignoto, mentre la vita scorre via come un fiume fangoso per tutti, i giovani e i meno giovani. Questi sono i pensieri, rielaborati alla luce del testamento sciasciano “Il cavaliere e la morte” (1988), il “sotie” (racconto allegorico) di congedo con le ultime dolorose riflessioni su se stesso e la realtà che lo circonda fino al terribile sospetto che “ci sia una segreta carta costituzionale che al primo punto reciti: la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”.
Ma là, sulla sua tomba, l’epitaffio del francese Villiers de l’Isle-Adam sintetizza una grande nostalgia mista all’ironia del suo sguardo enigmatico che conserva un’invincibile volontà della memoria: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”.

Marisa Scopello

 




QUESTO È ARISTIDE

Che Aristide Poidomani fosse conosciuto a Modica era risaputo, ma che per le sue condizioni di salute si siano interessati a centinaia è sicuramente sbalorditivo. Aristide, copia scucciata del padre, il già famoso e compianto Raffaele Poidomani, scrittore e giornalista, è ricoverato in ospedale per l’asportazione di un tumore all’esofago che gli ha compromesso la dialettica. Secondo i messaggi che giornalmente mi ha inviato al telefono, non parlerà più. Un duro colpo per uno che del parlare ne ha fatto un punto di forza, un vanto, tanto che si improvvisava, con successo e simpatia, cantante esibendosi con l’amico-nemico “Carlino” Cannizzaro in concertini ovunque a Modica, Marina di Modica e Pozzallo, che finivano sempre, o quasi, con il litigio tra i due.

Aristide da oltre un mese è ricoverato in ospedale: al “Giovanni Paolo II” di Ragusa gli interventi. La gente ha formato una sorta di “catena di Sant’Antonio” anche sui social, per sapere delle sue condizioni di salute, per capire di cosa soffre, per incoraggiarlo e sostenerlo.

Lui mantiene i contatti con qualche amico, io tra questi, attraverso WhatsApp fornendo giornalmente chiarimenti sul proprio stato, anche negli stessi giorni post interventi chirurgici.

In un’occasione ho provato a chiamarlo ma mi ha staccato, rispondendomi subito dopo con un sms dove scriveva: “Hai dimenticato che non posso più parlare”.

Di Aristide Poidomani cercano notizie in tantissimi, dal semplice cittadino, al conoscente, dall’amico, al dottore, al professore, come dire che la sua presenza in città manca e la sua assenza si sente, lui che ha sempre avuto una battuta scherzosa per tutti e che, quando esagerava con la birra (i litri giornalieri che beve sono notevoli), aveva il buon senso e la capacità, barcollando, di rientrare a casa, senza infastidire nessuno.

Questo è Aristide Poidomani, figlio di Raffaele e di Federica Dolcetti, questo è l’Aristide che tutti rivogliamo “in campo”.

Saro Cannizzaro

 




UNA STORIELLA…

Adesso vi racconto una storiella che mi raccontava sempre mio padre ma poi arrivo al punto.

C’era una volta un padre che non voleva che la figlia uscisse la sera (neppure di giorno) col suo moroso da sola, soprattutto se poi gli chiedeva di andare a ballare, neppure se il suo innamorato gli parlava personalmente, pregandolo quasi in ginocchio. Tale padre però non voleva apparire così cattivo e arretrato e per questo ordinava alla figlia di dirgli che era lei che non voleva uscire da sola con lui. Quando il giovane bussava alla porta della sua casa, lui lo invitava ad accomodarsi con tanta gentilezza e gli offriva anche del vino e quando il giovane gli chiedeva se poteva portare la figlia a ballare, lui sorridendo rispondeva: certo, perché no?, l’importante è che state attenti – ma nel frattempo batteva i piedi sotto il tavolo; quello era il segnale  che era un no e la figlia tristemente diceva al suo moroso – no, no, non posso oggi, mi sento poco bene, scusa- e il giovane deluso andava via dando ogni colpa alla sua amata sempre indisposta.

Ecco – mi diceva poi mio padre – anche tu devi dire al tuo moroso che sei tu a non volere uscire da sola e con lui. Erano gli anni 80 ma io non ero in quella storia, per questo dicevo al mio ragazzo esattamente quello che il mio papà voleva ch’io gli dicessi al posto suo, facendolo apparire propenso al cambiamento e non fermo agli anni passati. Così, quando mio padre davanti a lui diceva che potevamo uscire insieme, lui non gli dava neppure il tempo di battere i piedi per terra che mi prendeva per mano e mi trascinava fuori da casa. Per fortuna il mio papà, grazie alla mia ribellione e alla mia forza di dire sempre la verità, piano piano ha accettato che i tempi cambiano, che gli anni passano, che non possiamo mai rimanere sempre gli stessi. Lo ha capito ancora di più dopo che mi sono sposata e ho cresciuto i miei figli liberi nelle loro idee pur seguendoli con lo sguardo ma mai proibendo loro tutto ciò che per loro era normale e per me già un po’ più surreale. Insieme a loro sono cresciuta anche io.

Adesso il punto o il senso, chiamatelo come volete voi.

Il nostro Stato è come un padre dal Campidoglio, le Regioni Italiane e ogni Comune (anche il nostro) lo completano, i figli siamo noi. Se il primo è propenso al cambiamento, gli altri che lo seguono devono realizzarlo con assenso vero. Ma se invece molti di loro guardano solo indietro a ciò che solo per interesse hanno acquisito e non vogliono perderlo, a noi figli mostrano il loro dissenso raccontandoci bugie e si mascherano davanti a coloro che esigono il meglio per il Paese, per le famiglie, per la società comune.

Anche questa è mafia e fino a quando non avremo il coraggio di debellarla completamente, ci guarderemo sempre indietro e non faremo mai un bel passo avanti. Un passo che richiede molto coraggio: il coraggio di abbandonare tutte le nostre vecchie e brutte abitudini.

Sofia Ruta