domenica, 11 aprile 2021
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A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

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Brilla a nord-est, brilla più delle stelle che trascolorano nello svanire della notte. È il Faro di Alessandria, mi dà carica e certezze dopo la micidiale traversata del deserto. Sono pronta alle meraviglie che si schiuderanno per me in questa nuova meta, saranno perle e gemme di un forziere tanto ricco quanto effimero agli occhi dei moderni: il Faro, i palazzi monumentali, il Mausoleo di Alessandro, la Biblioteca all’interno del Museion, il porto sepolto. Il tempo, inesorabile divoratore di uomini e cose, travolge tutto.

All’ingresso della città vengo assalita dalla prepotente vitalità del mercato, il vocio e i rumori mi sono mancati molto nella sospensione del Sahara, me ne sto rendendo conto solo adesso, e li vivo come un regalo al mio bisogno di calore umano.

La leggenda narra che Alessandro Magno, nel tracciare la pianta della città nel 331 a ovest della palude Mareotide, abbia usato il frumento come augurio di abbondanza. Sì, abbondanza è quella che mi appare nelle bancarelle di pesce, frutta e ortaggi.

So che la città è divisa in tre quartieri per etnia, quello ebraico, quello degli egiziani (si chiama Rhakotis), e il Brucheum, quello greco e regale dove si trova il palazzo dei Tolomei, nella zona nord-orientale.

Senza il burnus e con i profumi che sollecitano la fame dopo giorni di stenti e di sete, mi avvio tra le tende colorate dei venditori di cibo perché, anche la semplice fragranza del pane caldo, risulta irresistibile; lo stomaco esige una ricompensa adeguata. Dal forno simile al tannur cartaginese vengono estratti pani di forma tonda e triangolare; ne scelgo uno ben cotto e lo faccio farcire con filetti di sgombro in salamoia.

Vuoi pure il batarekh? – chiede la donna che mi sta servendo.

“Cosa è il batarekh?”

“Sono uova di cefalo salate ed essiccate.”

Sono simili alla nostra bottarga di muggine. Ammicco e le chiedo da bere. Mi versa un gran bicchiere di birra d’orzo, fresca e buonissima. Scopro così la bevanda più consumata in questo posto.

“La nostra colazione è una zuppa di fave cotte lentamente per tutta la notte, condita con olio, aglio e limone. Te ne do un assaggio per vedere se ti piace.”

“Mmmm, buona! Dammi pure alcuni datteri.”

“No, ti do una fetta di pane spalmato della marmellata di datteri che faccio io.”

Sento il sapore della cannella che aggiunge un accento aromatico al dolce mieloso dei datteri.

“Vedo che sei nuova di qui. Non devi pagare. Questo pasto è il mio benvenuto ad Alessandria.”

Ringrazio e, rinfrancata, vado a scegliere un vestito adatto al clima mite e ad entrare nel Museion.

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