domenica, 11 aprile 2021
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IL PUNGOLO DELL’ARTE

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Ho dovuto forzarmi per cogliere l’invito rivoltomi da Elisabetta Rizza a visitare la mostra dei lavori di Pamela Vindigni esposti presso la galleria “BregoliArte” da lei curata.

Il lungo periodo di isolamento forzato, silenziosamente, ha inciso sul nostro rapporto con l’esterno, ha cambiato le nostre abitudini, ha smorzato desideri, ha modificato l’ordine delle priorità,  ci siamo abituati a stare nel bozzolo protettivo della nostra casa. Probabilmente non è per tutti così, ovviamente me lo auguro, ma a me è successo. Purtroppo il ritmo forzatamente sospeso e dilatato del tempo che siamo costretti a vivere, si è silenziosamente armonizzato con il tempo interiore, come sistole e diastole che devono tenere il medesimo passo, così se le attività umane sono sospese, l’attenzione e il desiderio sono andati in letargo.

Se non avessi ricevuto da Elisabetta Rizza l’invito personalizzato non mi sarei mossa da casa, ma è stato un pungolo benedetto perché ha svelato l’insana postura in cui sono scivolata e da cui è bene scrollarsi.

La mostra, aperta per un mese intero, dal 6 marzo al 6 di aprile, mi ha permesso di saltare la data di inaugurazione per evitare affollamenti e di andare in un giorno infrasettimanale. Sul posto non ho trovato altri avventori, nei locali espositivi c’era un silenzio quasi surreale, ma intimo e confortante, che mi ha invitato ad addentrarmi in uno spazio abitato da manufatti artistici, prevalentemente sculture.

La dislocazione sapiente delle opere nello spazio è riuscita a realizzare una scena d’insieme capace di evocare un corpo di ballo in danza armonica, una dinamica spaziale davvero suggestiva.

Le opere esposte mi hanno subito dato la sensazione di accoglienza, ho ricevuto una sorta di invito ad esplorare, e da ciascuna opera un aggancio di relazione discreta, un invito al dialogo, un porgermi la mano da cui mi sono lasciata quasi trascinare o cullare, non saprei dirlo, so che mi sono immersa in un flusso d’energia palpitante che mi ha dato ritmo e tempo per lasciarmi incontrare e guardare, ecco, più che guardare mi sono sentita guardata, agganciata, esplorata e interpretata nel mio vissuto.

Alcune opere (la scultura in vetroresina “la cura”) ha intercettato tutto l’arco della mia esistenza, vi ho incontrato la bambina che ero e gli sforzi di allora, poi la donna che sono diventata fino all’anziana di oggi, sempre agganciata e tirata  dalla cura, croce e delizia, senso e fatica, durezza e sfida. La tensione con cui quell’asta posta dietro la figura femminile viene tirata con la forza delle braccia tese dall’indietro all’avanti per piegarla passando sopra il capo, quell’asta domata dalla forza che dallo spazio posteriore arriva a quello anteriore, quello sforzo, quello slancio, quella volitività, quel richiamo da forza interiore alla resistenza muscolare per non mollare sull’imprescindibilità della cura,  in maniera plastica, direi incarnata, ha reso tangibile la tensione costante dell’intera mia esistenza.

Poi la donna di bronzo, minuscola, una postura in bilico, collocata sulla sommità di un’asta, una sorta di faro, insomma un punto di osservazione dall’alto, da dove osservare il mondo per scorgervi qualcosa che possa farle eco dentro, col suo corpo impegnato a sostenere la posizione scomoda ma desiderata, dice di un bisogno insopprimibile, dice di quella spinta insostenibile dell’intelligenza del cuore e della mente che sente il bisogno di ricercare nel prossimo quegli elementi di consapevolezza, di coscienza privata e politica insieme, che spingono l’artista a guardare oltre, a cercare oltre, per rintracciarvi la forza del r-esistere dell’umanità nonostante tutto, per cercare di mantenere in relazione il tempo e lo spazio che viviamo.

Poi le altre opere, ma tralascio gli echi che mi hanno rimandato perché attengono al mio personale vissuto, comunque tutte mi hanno interrogato, mi hanno agganciato e rischiarato emozioni sepolte e ricordi sopiti.

Quasi tutte le opere esposte (forse per onorare l’8 marzo) hanno come soggetto la donna. C’è in questa artista un “partire da sé” per specchiarsi nel prossimo, maschile o femminile che sia, c’è un mettere a nudo il corpo non per la ricerca di estetica, ma per fare esprimere l’interiorità, la ferita, l’esperienza di un vissuto che dalle difficoltà viene segnato ma non si lascia travolgere. C’è la narrazione di un sostare per guarire e rialzarsi, c’è l’essenza dell’umano fragile e resistente, c’è il coraggio della lotta esistenziale che non cede all’umiliazione, c’è la lotta sostenuta dalla forza della speranza e della fiducia in un futuro possibile, più umano.

Le opere di Pamela Vindigni nascono certamente da una sua ricerca materiale e spirituale, si esprimono su materiali diversi: bronzo, vetroresina, marmo e terracotta, chine, smalti su tela di juta, ma anche disegni su carta e tecniche miste. Questa artista completa è un’infaticabile sperimentatrice, è una visionaria, cioè una creatura non facile da comprendere ai più, una sorta di straniera in un mondo appiattito e omologato, ma ha una forza che non può non condurla altrove, dove la sua sensibilità si sporge e scorge la nostra di distratti, di arresi, di disillusi.

La sua espressione artistica sa pungolare, anzi sferzare e per questo va ringraziata.

Per questo marzo del 2021, a cavallo della giornata internazionale della donna, ci ha raccontato di sé e delle altre, animata da una rivolta vitale e dalla positiva volontà di emergere anche dai luoghi più remoti dell’anima, un pungolo per tutti, generato dalla sua forza caparbia tramite il canale dell’arte che ha in sé il potere di permeare tutte le scorze che rivestono l’essere umano.

Carmela Giannì

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