venerdì, 7 maggio 2021
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È FORSE MEGLIO COSÌ?

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Zona arancione e quel divieto di consumazione ai bar, nelle rosticcerie o pizzerie e nelle pasticcerie i cui proprietari ristoratori sono obbligati a vendere i loro prodotti solo per asporto durante il giorno e fino alle 22, anzi, per i bar il divieto di vendere alcolici o bibite inizia alle 18 e quindi qui si compra già nel primo pomeriggio e si beve o si mangia un gelato subito dopo pranzo o il tutto si conserva per la sera. Nei supermercati però si può trovare e comprare qualsiasi cosa anche dopo quell’ora.

Tutto questo è quello che un po’ brucia nello stomaco, non nel senso di epatite virale, di fegato ingrossato o di gastrite, semplicemente brucia, perché in tutto questo contesto notiamo un paese intero che sta cambiando faccia ogni giorno di più e quando tutto sarà passato non ricorderemo più il perché e il come ci abbiano portato a questo modo furtivo di vivere e, senza dubbio, saremo tutti guardati e trattati come i peggiori terroristi, come se fossimo i soli colpevoli di quest’epoca che stiamo attraversando.

Mi spiego.

Sulle scalinate delle chiese, la sera, adesso si vedono solo giovani ma anche famiglie, no, non per entrare in chiesa a pregare o visitarla come facevano i turisti, solo per aspettare di cenare con panini, pizze o focacce nostrane e bere birra, vino, acqua o bibite gassate, lontano dai bar e dalle paninerie o rosticcerie ma finalmente in compagnia di amici.

Questa foto, scattata domenica 19 aprile intorno alle diciotto a Modica, sulla scalinata di San Pietro, rappresenta solo l’inizio di un incontro amichevole e sociale che può durare fino qualche minuto prima delle 22,00 e che si può sentire durante la messa per le risate sincere o forzate e per gli schiamazzi, nel momento stesso in cui il sacerdote ripete “Questo è il mio sangue versato per molti, questo è il mio corpo che è dato per tutti” (questo scenario lo si è visto anche sulle scale del Duomo di San Giorgio)… una grande metafora l’Eucaristia, fra pane e vino da sempre, in questo caso ancora di più, perché c’è fame e sete di pregare e di stare bene insieme ma non si riesce a trovare il miglior modo.

No, non ce l’ho coi giovani e neppure con le famiglie che trovano il modo per incontrarsi almeno all’aperto, anch’io vado più spesso in chiesa in queste domeniche per uscire di casa e incontrare qualche amico con il quale scambio un saluto o un abbraccio “virtuale”,  ce l’ho con l’assenza di regole giuste che ci permettano di vivere con giudizio e franchezza la nostra vita lavorativa, sociale e culturale e con onestà e responsabilità, riuscire a condividere grandi e piccoli, funzionari e civili, senza nasconderci l’uno dall’altro, questo tragico momento di storia che ci appartiene, perché dentro fino al collo lo siamo veramente tutti.

Modica, la città dalle cento chiese che la cultura, l’architettura, l’agricoltura, l’artigianalità artistica e culinaria e tanto altro ancora, l’hanno resa padrona della sua stessa bellezza davanti ai monumenti, alle chiese, alla poesia, agli occhi nostri stessi, sta perdendo proprio tutto. Immobile, aspetta.

Oltre che al lavoro di ogni singolo cittadino che piange perché non riesce a sopravvivere più senza e per i pochissimi ma tanto desiderati sostegni che non bastano, Modica si sta spegnendo ogni giorno di più, nell’organizzazione pratica per un inizio di condivisione sociale, nel mettere in atto tutte le regole di ogni DPCM, nel non rispettarle o farle rispettare, nell’assenza dei controlli giusti, nel programmare qualcosa di innovativo che non faccia morire tutto quello che da tempo i nostri avi (ma anche noi), hanno costruito. E’ sorda al grido di aiuto dei suoi cittadini e aspetta che dal cielo arrivi la manna.

A Modica si vive con un occhio aperto e uno chiuso ma credo sia così in ogni città e paese d’Italia, forse un po’ di più in Sicilia, nelle nostre zone, ma è forse meglio così? Io me lo chiedo in ogni momento del giorno e della notte, consapevole di non ricevere alcuna risposta. Spero non in un miracolo ma nella buona volontà, la volontà di un miglioramento e rinnovamento sociale e soprattutto istituzionale che ci semplifichi la vita correttamente, imparando insieme il rispetto e l’onestà per crescere.

Draghi, il 16 aprile in conferenza stampa ha detto: “Dal 26 aprile torna la zona gialla. Riaprono scuole e attività all’aperto. Ma per non tornare indietro bisogna rispettare le regole.” Io aggiungo: già da prima molti le hanno sempre rispettate e hanno pagato per colpa di chi non lo ha fatto. Basterebbe una semplice cosa da fare per migliorarci tutti, dal più piccolo al più grande: educarci al rispetto e non alle proibizioni.

Sofia Ruta

 

 

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