venerdì, 7 maggio 2021
image0

IL FINE O LA FINE?

Print pagePDF pageEmail page

Non ce lo chiediamo più, presi come siamo a ruminare le giornate tra attesa e ansia, tra speranze retrocesse a illusioni e voglia di un risveglio meno angoscioso in un’alba bianca, finalmente priva di sfumature giallo-arancio-rosso. Un’alba più pallida del bianco. Ma a volte le ambasce spingono a creare pensieri, afferrandoli per la coda prima che fuggano dietro i crocicchi della mente. Pensieri strambi, spiazzanti, come a volte succede nel flusso incontrollabile di immagini, parole in apparenza innocue come “fine”. Il fine o la fine? Maschile o femminile? Non quello della nota formula “che giustifica il mezzo”, ma nel senso filosofico, teleologico, quello che darebbe uno scopo “alto” e “altro” alla vita dei singoli, al viaggiare sopra binari che si intersecano oltre le soste e le stazioni, magari quella dell’arrivo, la morte (la fine uguale per tutti).
Un fine, una fine…
L’Itaca di Ulisse, di Kavafis, perduti nell’attraversamento fra incontri lunghi, brevi interludi, sorrisi e pianti da riporre nella valigia del nostro bagaglio salendo sui vagoni con tanto di biglietto, oppure da clandestini. Prima del capolinea si può forse agire con un atto di volontà: interrompere un percorso, scegliere una meta diversa da Düsseldorf senza mai tornare indietro senza farsi cogliere dall’esitazione, la timidezza di cui pentirsi. E iniziare ancora. Mille vite in una sola sommando tempo al tempo per sfuggirgli ed esorcizzare la fine. Follia eretica di calendari senza giorni, settimane, mesi, cumuli di anni squadernati, e orologi senza lancette.
Infine, o alla fine, sia che lo vuoi sia che non lo vuoi, qualcosa ti aspetterà al varco e per quanto tu possa aver rilanciato i dadi del bussolotto, ti devi arrendere come Alessandro Magno quando si accorse che, conquistato tutto, non aveva altro da fare…
Allora stop coi Rolling Stones.

Marisa Scopello

 

Condividi!