venerdì, 7 maggio 2021
l'editoriale di Luisa Montù

IMPEGNO, ATTENZIONE, COLLABORAZIONE

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“Mi sono laureato in medicina per aiutare la gente, non per stare davanti a un computer a inserire dati che poi devo anche trascrivere sulla carta.” Queste parole le abbiamo sentite da un medico, una persona che ama davvero il suo lavoro e vorrebbe sapersi più utile. Come medico. Non come dattilografo vagamente informatizzato. Già, perché se inserire i dati nel computer non basta, se occorre che gli stessi dati siano riportati sulla carta (quanti alberi abbattuti per questo?), allora dobbiamo chiederci se l’informatizzazione in Italia esista o meno.

L’uso del computer, stando a quanto ci dicono sempre, dovrebbe servire a inserire tutti i dati relativi a un paziente in un grosso complesso capace di trasmettere in tempi reali non solo all’Asp di provenienza ma a tutte quelle esistenti in Italia dati che potrebbero in molti casi servire a salvare una vita, cosa che sarebbe impossibile se si dovesse ancora inviare la documentazione per posta. A quanto pare invece questo in Italia non succede. Ma siamo rimasti agli anni ’60? Si direbbe di sì, solo che oggi abbiamo la pericolosa presunzione di esserci informatizzati! E siamo stati capaci di perdere il bello e il buono di quegli anni. Tipico della nostra generazione!

Allora c’era il medico di famiglia, quello che appena ti guardava, prima ancora di visitarti, già sapeva qual era il tuo problema. Era un medico ma anche un amico, ci teneva davvero che tu guarissi, non come successo personale, ma perché ti voleva bene davvero, era tuo amico. Adesso c’è il medico di base, che il più delle volte non ti ha mai visto in faccia e si limita a scrivere le ricette che ti hanno fatto i vari specialisti ai quali sei stato costretto a rivolgerti (e non conosci nemmeno loro, ovvio).

A molti medici va bene così, perché la pigrizia innata in ogni essere umano viene coccolata dal lavoro meccanico, che non implica un impegno foriero di fatica. A molti invece no. Non a quelli che hanno scelto questo lavoro come una missione, perché ogni lavoro è, o meglio dovrebbe essere, una missione, non solo il medico, ma anche il giudice, l’avvocato, il giornalista, l’insegnante, persino il postino o l’idraulico. Chiedetevelo: se ogni persona che svolge un lavoro qualsiasi, questo lavoro lo vedesse come una missione, o anche solo come un impegno serio in cui mettersi in gioco, quanto migliorerebbe il mondo in cui viviamo? Sì, chiedetevelo, chiedetevelo davvero, e chiedetevi se per voi, per ognuno di voi, il lavoro è un impegno vero o solo un comportamento meccanico.

Ma torniamo ai medici, il punto dal quale siamo partiti. Molti di loro, nell’intento concreto di aiutare, decidono di costituire delle associazioni di volontariato con finalità diverse. Le associazioni, si sa, per legge non si costituiscono a fini di lucro, pertanto devono reggersi con l’aiuto dei privati, che possono mettere a disposizione denaro (versamenti piccoli o grandi da depositare nel fondo dell’associazione e destinati esclusivamente a sostenere l’associazione stessa), prestazioni personali nel tempo libero (il barbiere che va a far la barba ai pazienti ricoverati da molto tempo, il parrucchiere, il pedicure, tutti servizi importanti per i pazienti ma che un ospedale non può certo fornire, o magari anche il conforto di una parrucca per quelle signore alle quali la chemioterapia ha fatto perdere i capelli e che non possono permettersi di comprarne una) e così via. Forse sono piccole cose, piccole cose per chi sta bene e non si rende conto di quelli che possono essere i problemi di chi è ricoverato in una struttura ospedaliera, quindi piccole cose importanti. Non stiamo parlando di quelle associazioni a carattere nazionale, che si possono permettere di pagare somme ragguardevoli per continue pubblicità televisive, quelle che probabilmente di quei pochi euro che possiamo inviare noi non sanno nemmeno che farsene. Parliamo delle piccole associazioni della nostra provincia, quelle che faticano a farsi conoscere se non per il passaparola di chi ne è venuto a conoscenza o magari, per sé o per un parente, ha avuto modo di apprezzarne l’operato. Le piccole associazioni che non possono impiegare i pochi fondi che hanno (quando li hanno) in vistose pubblicità, ma, proprio per questo, più di qualsiasi altra realtà hanno bisogno della nostra attenzione. Ascoltiamole.

 

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