venerdì, 7 maggio 2021
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UN BICCHIERE… MEZZO PIENO?

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Ed ecco che siamo quasi alla fine di un anno scolastico davvero unico; è giunto il momento di tirare le somme con valutazioni e verifiche finali che attestino le competenze raggiunte dai nostri ragazzi, i quali hanno dovuto fare i conti con cambiamenti didattici e formativi fuori dal comune. La DAD, la DDI, il PCTO online, corsi per la sicurezza in rete, conferenze in rete, webinar, Erasmus in web, PON, etc.. Questi sono solo alcuni degli acronimi tecnologici con cui gli studenti e i docenti hanno avuto a che fare in questi duri mesi di transizione, una didattica che si è trasferita completamente su un altro piano di relazione, un nuovo approccio digitale a cui non tutti hanno saputo facilmente adattarsi, ed ora è tempo della resa dei conti, è tempo di comprendere le conseguenze di una transizione forzata che ha innovato radicalmente il vecchio sistema didattico sorretto da generazioni. Un sistema complesso di relazioni che precludeva il contatto diretto tra tutti gli attori della formazione, una didattica che oggi, a distanza di un anno e mezzo, sembra obsoleta e quasi anacronistica direi. Eppure ne siamo tutti nostalgici, gli studenti soprattutto, quelli che maggiormente porteranno il ricordo di questa brusca transizione tecnologica. Di recente, uno dei temi che sono stati affrontati dalla Commissione Istruzione ha riguardato proprio il dibattito sulla disuguaglianza tecnologica, la dispersione scolastica legata al digitale e sull’impatto emotivo delle tecnologie sui giovani e sui bambini di oggi. E’ stato evidenziato come non avere contatti fisici, reali, con i propri pari impoverisce le relazioni che si sono riprogrammate anche a livello emotivo. Nei più piccoli, soprattutto di sesso maschile, l’impossibilità di giochi fisici, resi possibili dagli spazi e dall’appartenenza ad un gruppo, generano irrequietezza e a volte anche sintomi psicosomatici. Negli adolescenti e preadolescenti, che vivono un’età in cui l’inclusione e l’accettazione nel gruppo di pari è meta essenziale da raggiungere, la chiusura forzata può aggravare quel senso di solitudine piuttosto frequente in fase dello sviluppo. Di conseguenza, aumenta la propensione all’isolamento, gli studenti, costretti davanti ad uno schermo per ore, si adattano e diventa necessario per loro navigare alla ricerca di nuovi “spazi inclusivi” dove potersi ritrovare, ambienti virtuali attrattivi che purtroppo a volte celano intenti non molto “sani”.  E’ accertato anche che i bambini che sono stati isolati con lunghi periodi di applicazione mediatica, o che hanno affrontato più volte la quarantena, rilevano con più frequenza disturbi acuti da stress, disturbi di adattamento, disturbi del sonno e alimentari.  Un altro deficit della DAD è l’assenza di routine scolastica, un meccanismo importante che permette ai bambini e ai giovani di organizzarsi, infatti la sola azione di prepararsi ad incontrare i compagni e i docenti in un ambiente che non sia le quattro mura di casa è un percorso-viaggio verso la costruzione lenta della propria identità, crescita che preclude tantissimo la necessità di “incontrare” l’altro per meglio capirsi. Che dire, sono troppi gli aspetti che fanno pensare al peggio, ma possiamo anche cercare di vedere il bicchiere dal lato opposto per una volta, una cosa che di questi tempi un po’ tutti abbiamo imparato a fare, credo… La scuola ha resistito, i nostri figli hanno superato questa smisurata battaglia che gli si è catapultata contro come una fionda improvvisa, anzi forse questa fortissima esperienza li ha resi più consci di quanto “preziosa” sia la scuola in presenza e l’istruzione in generale, li ha resi più consapevoli di quante opportunità si possono avere durante la formazione scolastica, esperienze concrete di vita che certamente vanno ben oltre una classe virtuale di una delle numerose piattaforme per DAD.

Graziana Iurato

 

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