giovedì, 5 agosto 2021
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IL 2021 SIA L’ANNO DELLA TRASFORMAZIONE E DEL MULTILATERALISMO

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 Le notizie di questi giorni che arrivano dal G7 in Cornovaglia sulla nascita di un nuovo multilateralismo (il Recovery Plan è l’esempio più virtuoso), nonché l’inizio di una proficua ripresa dei rapporti tra Europa e gli USA (post Trump), ci fanno ben sperare per un divenire più concreto e meno accidentato.

Insomma bisogna incoraggiare l’inclusione e una maggiore e più reale sostenibilità. Col vivo augurio che il virus ce lo permetterà, una volta bastonato dai vaccini e incaprettato dal buon senso della popolazione cosciente.

Dietro queste premesse, non può che vederci d’accordo con la posizione presa dal nostro Presidente Draghi e da quello americano Biden nei riguardi del governo Cinese, perché è prioritario creare le basi per un assetto globale in cui l’economia  e gli investimenti siano posti al servizio  di una crescita mondiale sostenibile e inclusiva, e non invece indirizzati  o finalizzati ad una supremazia economica esclusiva a danno degli Stati più deboli.

La pandemia, in tutta la sua crudeltà, è in questo senso un’occasione per farci uscire dal buio e imboccare la via della rinascita economica e sociale.

In questo difficile momento l’Italia sta dimostrando grandi capacità, grazie alla leadership di Mario Draghi, e capace di giocare in Europa un ruolo non indifferente.

Ma non dimentichiamo che dietro l’autorevolezza di Draghi non deve mancare il contributo fondamentale delle imprese italiane, quelle sane, che nonostante la tremenda crisi pandemica hanno dimostrato grande capacità di risposta  alla crisi. Tutto ciò pone le basi affinché il nostro Paese possa assumere un ruolo di primo piano nei dossier strategici e creare le basi per una governance  globale più efficace.

La pandemia ci ha lasciato (diciamo quasi) con uno Stato  molto più presente  nel sostegno  diretto all’economia. Il fine nel breve periodo è stato, legittimamente, quello di “cristallizzare  tutto”. Finora si sono decisi ristori, sostegni, bonus. Ora è tempo di concentrarsi sugli investimenti.

La sfida più rilevante, nel breve periodo, è sul blocco dei licenziamenti. I partiti al governo stanno studiando come prolungarlo fino a ottobre, per quando in modo selettivo.

Ciascuno di essi ha ben presente un effetto negativo dalla fine del blocco (fine giugno). Ma i potenziali licenziamenti, da parte di imprese che hanno sofferto nella crisi e che debbono provare  a ridurre i costi,  devono essere considerati come fenomeno tipico della legge economica e non un atto ostile verso lo Stato.

L’economia nella crisi pandemica semmai ha accelerato fenomeni precedenti. Modelli d’impresa che già erano anacronistici ne sono usciti con le ossa rotte (selezione economica).

L’impresa capitalistica  ha una grande capacità di reinventarsi, cercando mercati e prodotti nuovi. Avendo anche la possibilità e il diritto di dotarsi del capitale umano necessario per produrre certi beni e servizi anziché un altro.

I sindacati invece, di fronte a tale dilemma socio-economico, per salvaguardare i frustoli, si perdono di vista l’intero.

Non possiamo chiedere alle imprese di mantenere gli attuali occupati a prescindere e nello stesso tempo dare loro obiettivi  ambiziosi.

E’ bene precisare che – per chi ancora non l’abbia capito – i fondi pubblici di solito non hanno il potere di risolvere le contraddizioni.

Intanto la Commissione Europea ha approvato il nostro Pnrr. La pagella del nostro Piano nazionale  di ripresa e resilienza ha dieci A, cioè il massimo voto, e una B alla voce “Costi”.

Next Generation Eu entra nel vivo. Dei 191,5 miliardi tra sovvenzioni  e prestiti, che l’Italia dovrà impiegare entro il 2023 e spendere entro il 2026, a fine luglio dovrebbe arrivare il primo acconto di 25 miliardi di pre-finanziamento.

Precisiamo che il Recovery Plan è un “tassello decisivo” per l’uscita della crisi. La sfida è ora quella di realizzarlo.

Draghi ha anche confermato l’impegno del Governo a realizzare riforme di sistema che rendano l’Italia più competitiva, più equa e più sostenibile.

Insomma, per avere un’Europa più forte occorre avere un’Italia ancora più forte, ha dichiarato il premier.

Grazie ai fondi  del Next Generation Eu, il Pil italiano potrebbe crescere fino al 2,5% in più entro il 2026.

La Commissione europea  sottolinea anche che un’ampia parte del Pnrr mira a ridurre le disparità territoriali, destinando almeno il 40%  degli investimenti al Sud.

Salvo G. Blasco    

 

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