giovedì, 5 agosto 2021
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SANITÀ FATISCENTE

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IMG_6412IMG_6414IMG_6401IMG_6406Il compito del giornalista è quello di osservare quello che accade e riportare i fatti con la massima serenità possibile senza interferire in essi con la propria opinione o le proprie convinzioni personali. Ovviamente, si tratta di osservazione, non di esperienza, ne consegue una forma inevitabile di distacco, ma tra l’interpretare i fatti e il riportarli la scelta deve necessariamente privilegiare la seconda opzione. Ma, ove il giornalista abbia la fortuna, o sfortuna, di vivere l’esperienza di un fatto in prima persona, allora la cronaca osservata e riportata dall’esterno si trasforma in esperienza diretta. Chiaramente ciò può consentire un approccio diverso nel modo di riferire i fatti, in quanto frutto di un vissuto, non solo di un osservato, sempre che si riesca a mantenere il giusto distacco fra ciò che viviamo realmente e le nostre personali, forse a volte deviate, sensazioni.

Per problemi di salute, sono stata ricoverata in un ospedale di Ragusa. Mi sono trovata in una struttura fatiscente, dire priva di qualsiasi confort sarebbe un eufemismo. I letti risalgono probabilmente alla fine dell’Ottocento e fanno pensare più a una branda da campo militare che al giaciglio per un malato. Personalmente, quando sono entrata soffrivo di un più o meno normale mal di schiena che mi porto dietro da sempre, ma quando sono uscita camminavo a quattro zampe. I bagni sono totalmente privi di tutto, da un alloggiamento minimamente funzionale per la carta igienica e per il rotolo di carta (quando c’è) che servirebbe ad asciugarsi le mani. Di sapone liquido o disinfettante nemmeno parlarne. Bidet? Che cos’è? La possibilità di inserire un panchetto che consenta almeno di poggiare la biancheria per cambiarsi credo non sia mai stata contemplata. Non esiste nemmeno il tappo per lo scarico del lavandino, quindi bisogna stare molto attenti a che lo spazzolino da denti o quant’altro si usi nel complicato tentativo di mantenersi in qualche modo puliti (c’è anche chi ne avverte la necessità!) non ci caschi dentro.

E’ evidente che prima dello scatenarsi del Covid la sopravvivenza morale del paziente (paziente = malato, non dimentichiamolo) era affidata all’affetto di un parente o un amico, che lo aiutava a gestire una situazione altrimenti molto difficile e complessa, talvolta addirittura del tutto ingestibile. Adesso la presenza, quindi l’aiuto dei parenti è diventato impensabile, pertanto il malato si deve arrangiare. Chi, anche in un breve momento della sua vita, lo è stato, sa che cosa vuol dire. Può voler dire non riuscire a correre in bagno in tempo per espletare i propri bisogni, girarsi nel letto, specie chi ha una stazza fisica non particolarmente agile e snella, senza rischiare di strappare l’ago di una flebo con tutte le immaginabili conseguenze e così via.

Qualcuno dirà: ma non esiste nemmeno un campanello per chiamare l’infermiere di turno? Certo che esiste, è l’infermiere che manca. Qui però tengo a sottolineare: non per colpa sua. Immaginate l’intero piano di un reparto pieno zeppo di malati più o meno gravi e un solo infermiere che si deve moltiplicare come i pupazzetti di carta con cui ci divertivamo alle elementari. Quale follia manageriale può aver concepito una simile vergogna? Ma c’è di peggio, perché, non contento di assumere poco personale, per giunta mal pagato, il padrone del vapore ha pensato bene di andare a spigolare fra i giovanissimi, sicuramente pieni di buona volontà, ma ancora totalmente inesperti e timorosi. Ho visto con i miei occhi l’espressione angosciata di ragazzini che non riescono a prendere una vena per fare una flebo, c’è persino chi candidamente confessa di aver paura degli aghi!  Carenze, certo, ma sarebbe idiota e crudele pretendere di imputarle a loro. Tutto questo perché? Per la scelta criminale di pagarli di meno, perché altro se no? Per chiarire il concetto, ecco alcune foto scattate da me anche sulla mia persona.

In questa assurda situazione si esige che i medici curino i pazienti. E lo fanno! Dividendosi, moltiplicandosi, sdoppiandosi, triplicandosi. Non riescono a dare ai pazienti, che giustamente le pretendono, notizie esaustive sulla loro salute: più che curare gettando il cuore oltre l’ostacolo non possono fare! Quando il lavoro del medico nacque non era così, fra lui e il paziente esisteva un rapporto di collaborazione e fiducia, che oggi ha dovuto essere trascurato a favore della cura, solo della cura: è stata la scelta inevitabile, ma quanto arida!

Personalmente li ringrazio, ringrazio loro e gli infermieri, anche quelli che, al momento, definire infermieri sarebbe un azzardo, ringrazio quelli più esperti che mi hanno sgridato quando pretendevo un aiuto che non potevano darmi: li comprendo oggi come li ho compresi allora. Sareste stupiti se vi dicessi che invece non comprendo le Aziende e la scelta dello Stato italiano di affidare loro la nostra salute?

Luisa Montù

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