sabato, 13 Agosto 2022

ATTENZIONE! PERICOLO!

image_pdfimage_print

Tanti anni fa, quando a scuola ancora si imparava davvero, uno studente d’ingegneria ebbe a dire: “Quando abbiamo iniziato il biennio noi che venivamo dallo scientifico volavamo, mentre chi veniva dal classico faticava abbastanza. Dopo un po’ ci siamo accorti che noi eravamo rimasti al palo rispetto a loro che si erano messi a volare.” Facile da capire: se lo studio delle materie scientifiche pone le basi per affrontare con maggiore facilità gli studi universitari di tipo scientifico, lo studio di quelle classiche conferisce la maturità e la consapevolezza per affrontare qualsiasi tipo di studio. E questo perché? Perché forma la mente, arricchisce la sua potenzialità di apprendere.

C’era un tempo in cui si studiavano gli autori classici e li si imparava a memoria. Crediamo che questo fosse un grave errore, perché l’alunno dotato di buona memoria aveva successo ed era premiato, mentre quello che aveva la tendenza a riassumere e magari a commentare veniva considerato svogliato. In realtà era tutto il contrario, perché spesso chi si affidava alla memoria tendeva a contare esclusivamente su questa trascurando l‘attività principale, quella, invero, per cui era, e sarebbe ancora, importante studiare i classici: capire. Già, perché capire qualcosa che va al di là dei nostri bisogni primari (ho fame, ho sete, ho sonno) ci mette in contatto con l’umanità. Giusto dunque eliminare dall’insegnamento la memorizzazione di poesie, di canti della Divina Commedia, di libri dell’Iliade e dell’Odissea, sbagliato non farli leggere e studiare e, soprattutto, capire, follia pura pensare che gli studenti debbano imparare a leggere, al posto dei classici o dei grandi contemporanei, i bandi, le mail, giusto per cercare un lavoro e per accettarlo. E se poi quel lavoro è insegnare lettere in un liceo classico? Ah, vero, ormai il “classico” non si studia più. Già, perché noi ora stiamo parlando nello specifico dei vari istituti professionali, ma non crediate che gli altri si differiscano di molto in certe direttive: ridurre all’osso la conoscenza del passato per concentrarsi sul presente (peraltro abbastanza squallido).

Oggi si crede, erroneamente, da parte di quelle alte sfere cui sono affidate le decisioni su quello che siamo e quello che diventeremo, che sia la tecnologia a rapportarci con la società. Nulla di più sbagliato, perché la tecnologia è solo un mezzo, un mezzo utilissimo, per espandere tutte le conoscenze alle quali giunge non il singolo di per sé, ma il singolo in quanto punto di arrivo di un percorso e quindi della somma di conoscenze dell’uomo dal giorno in cui le scimmie assunsero la posizione eretta. Per chiarire il discorso, è come se il lettore di un libro giallo vada a leggere direttamente la fine… poi sarà costretto a chiedersi perché si sia giunti a quella conclusione: non lo capirà mai perché ignora il punto di partenza.

Gli insegnanti e persino i capi di istituto si trovano in confusione, perché la riforma di oggi altro non è che la conseguenza, una tragica conseguenza, della prima riforma della Gelmini, indirizzata già in questo senso, che prese a sfornare persone prive di quel background culturale che avrebbe consentito loro di comprendere il baratro nel quale la scuola italiana stava cadendo, e gli insegnati di oggi sono coloro che da studenti hanno dovuto subire quella riforma e ne sono stati danneggiati.

Il risultato di tutto questo lo possiamo vedere ogni giorno, in ogni azione del nostro popolo “civilizzato”: femminicidi, stupri, aggressioni senza motivo, bullismo galoppante, sfregio dei monumenti e delle opere d’arte (e questo la dice lunga), ribollire di razzismo, intolleranza verso tutti e tutto, totale mancanza di rispetto per quella società in cui si deve pur vivere. Ma ci rendiamo conto che viviamo in una società di nostri simili, di persone che dovrebbero avere i nostri stessi diritti e i nostri stessi doveri? No, mica ce l’hanno insegnato, infatti persino lo studio del diritto è stato depennato dalla scuola. Oggi vogliono solo insegnarci a vivere col naso appiccicato al nostro tablet o al cellulare. Ma per questo mica serve la scuola, lo sappiamo fare benissimo da soli.

Ninì Giudici

Condividi