sabato, 13 Agosto 2022

PIRANDELLO A S. GIUSEPPE U TIMPUNI

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La sera del 6 settembre, con l’aria rinfrescata dal primo temporale pomeridiano, tra l’odore intenso delle stoppie umide, nell’emiciclo di S. Giuseppe U Timpuni a Modica è andato in scena Enrico Lo Verso col pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”.
Un Gengè biancovestito come un Pulcinella senza maschera, scalzo per sentire il contatto con le basole del pavimento ed elevarsi nel climax della narrazione intimamente personale, quel suo non riconoscersi nelle centomila maschere che i suoi concittadini e la moglie Dida gli attribuivano. Lo Verso si è mosso tra un ipotetico specchio che rimandava un’immagine “altra” dalla sua unicità, un cubo su cui impersonava Dida dialogante con il Gengè costruito da lei, la figura paterna evocata da un lampo di terrore (era il fondatore della banca ereditata dal figlio insieme alla fama di usuraio). Gengè-Vitangelo ha narrato i rapporti con i subdoli amministratori Quantorzo e Firbo, con Anna Rosa, Marco Di Dio e la moglie Diamante, e la lenta disgregazione psichica a contatto con questi personaggi. Un percorso distruttivo, alienante, che lo ha portato alla folle consapevolezza di quanto non sia plausibile alcuna realtà oggettiva, conoscibile e certa, nel vortice infinito del relativismo.
La travagliata gestazione del romanzo iniziato nel 1909 e uscito a puntate solo nel 1925, la dice lunga sul lavoro di analisi del personaggio che appare come la maturazione dell’altro antieroe pirandelliano, Mattia Pascal, entrambi problematici e complessi al pari delle problematiche e complesse istanze del XX secolo, un travaglio che si è acuito oggi più che mai. Perciò la rappresentazione che ha fatto Lo Verso ha colpito nel nervo scoperto della nostra precarietà, dalla scoperta del naso storto al vacuum finale in un crescendo drammatico e parlando direttamente alla coscienza degli spettatori. Non si poteva ascoltare con freddezza senza riflettere sulla vanità delle parole che “siamo” – o crediamo di essere -, sulla cenere di passioni consunte dentro di noi quando talvolta abbassiamo il sipario delle palpebre.
Quella sera, nella densa oscurità dello sfondo, l’intensa interpretazione di Enrico Lo Verso ci ha spinti a riflettere sull’ansia di identificarci ed essere riconosciuti per quello che siamo, per l’essenza che sfugge, l’inconfessabile follia messa in un angolo pur di consistere, avere “forma” diversamente dal Gengè finale, “essere un albero, respiro tremulo di foglie…albero, nuvola, domani un libro o vento. Il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto, fuori, vagabondo…”. Straordinaria e matura prova d’attore entrato in sintonia con la scrittura del “giovane” autore girgentano, nato nel Caos in una notte di stelle.

Marisa Scopello 

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