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La Modica di Enzo Belluardo




La Modica di Enzo Belluardo




SCUOLA E CAPITALE UMANO

La scuola riparte e ricominciano le riflessioni in merito alla funzione di questa importantissima istituzione che, oggi più che mai, sembra mostrare tante fragilità. Secondo l’attuale Ministro dell’istruzione P. Bianchi, la scuola deve valorizzare il cosiddetto “capitale umano” di una nazione così da incentivare lo sviluppo economico e produrre ricchezza. La visione odierna, incentrata solo su dinamiche di mercato, avvalora la tesi secondo cui è necessario finalizzare i contenuti dell’istruzione ai bisogni delle imprese e del mercato, il sapere deve essere funzionale al saper fare per supportare la produzione, pertanto molte tesi sottolineano che la limitatezza delle discipline tradizionali rappresenta una zavorra troppo pesante da caricare sul treno veloce dell’innovazione. La scuola oggi è ricchezza se produce ricchezza, se produce quella mole di competenze che rendono “abile” il capitale umano di una nazione. Secondo l’ultima riforma dei tecnici e dei professionali infatti, il docente di oggi deve sostenere e incentivare lo sviluppo di abilità e competenze che permettano ad un diplomato di immettersi immediatamente nel mondo del lavoro, anche senza un titolo superiore. La visione di Bianchi viene anche sostenuta dal concetto di Human Capital Approach, secondo cui l’investimento nella formazione e nell’istruzione sono espetti essenziali per il raggiungimento di tutte le libertà individuali e sociali che permettano ai cittadini di perseguire tutte le loro aspirazioni. Per fare un esempio concreto e capire meglio, basta analizzare l’ultima riforma sul riordino degli istituti superiori e professionali attuata dal ministero nel 2010 per capire che il concetto di competenza è già centrale per raggiungere quella padronanza di abilità che concorrono all’innovazione e allo sviluppo economico di un territorio. Si può notare anche che nell’ultimo D.Lgs 61/2017 e nel successivo regolamento DM 92/2018 viene precisato che le aree di cultura generale non sono separabili da quelle d’indirizzo, ma di fatto si punta a prediligere maggiormente le competenze tecniche con più attenzione alle competenze tecnologiche e informatiche. Le discipline tradizionali (italiano, matematica, storia, diritto, etc..) persistono ma solo all’interno degli assi e la programmazione va pensata per Unità didattiche di apprendimento interdisciplinari. Il legame col territorio e col tessuto produttivo del luogo di appartenenza è stato rafforzato proprio per evidenziare l’idea di una scuola-azienda che genera ricchezza nel luogo in cui opera. Non so voi, ma questo concetto del capitale umano mi sembra una vera assurdità; la scuola non può essere pensata come un’azienda e gli studenti come dei prodotti da immettere nel territorio, non si può avviare un sistema scolastico autonomo in cui si punta solo al conseguimento dei livelli essenziali di prestazioni, svuotando questi nuovi lavoratori di quei “contenuti” così tanto osteggiati. In questo modo, con questa nuova didattica, noi docenti saremo solo degli esperti che insegnano prestazioni vuote di contenuto, forme adattate alle richieste del mercato globale e all’utenza, secondo una logica di profitto. Ma dov’è finita la scuola intesa come agenzia formativa che opera per formare cittadini consapevoli di essere attori del loro stesso futuro? Mi chiedo, a questo punto, che fine farà l’autonomia dell’insegnamento e la pura creatività? Se dobbiamo fabbricare lavoratori standard e se anche la scuola sarà una macchina al servizio della logica di mercato, si svuota tutto ciò che da secoli ha orientato uomini e storia, il saper essere soccomberà vinto dal saper fare! Credo che anche un semplice operaio abbia il diritto di conoscere Dante, abbia il diritto di conoscere la storia del suo stesso popolo, un lavoratore può leggere un romanzo, perché dobbiamo rincorrere degli stereotipi culturali che limitano le libertà e generano dislivelli sociali ancora più evidenti? A proposito di differenze e dislivelli, vorrei ricordare una famosa citazione di don Milani che recita: l’operaio conosce cento parole, il padrone mille; per questo è lui il padrone; don Milani certamente non pensava ai suoi ragazzi di Barbiana come “capitale umano”, lui, prima di ogni cosa, li trattava da soggetti pensanti e valorizzava le loro potenzialità.  L’obiettivo primario della scuola pubblica (cioè di tutti) dovrebbe essere quello di tenere tutti a scuola a imparare a saper compiere scelte responsabili e consapevoli, lontano dal lavoro il più a lungo possibile soprattutto per chi a scuola non ci vuole stare e si sente inadeguato poiché un sistema ha già deciso per lui.

Graziana Iurato




C’era una volta Modica…




MODICA ABBANDONATA

La caditoia che vedete nella foto si trova nella statale 115 all’altezza del km. 340. La sua funzione è quella di far defluire l’acqua piovana affinché non trasformi in fiume la strada, cosa che invece accade regolarmente ogni anno e vediamo perché.

Le prime piogge sono già arrivate. La caditoia è rimasta ostruita. Per ora. Cosa accadrà quando le piogge, sempre abbondanti, diventeranno più frequenti? Prevediamo allagamenti con conseguenti danni che ci auguriamo colpiscano solo le cose e non le persone.

In Italia c’è l’abitudine di cercare di risolvere i problemi solo dopo che si sono presentati e magari si trovano già in fase avanzata e Modica ci pare il portabandiera di questo atteggiamento.

La zona, in cui insiste la caditoia fotografata, ogni anno viene regolarmente allagata non appena le piogge autunnali diventano abbondanti e frequenti, pertanto questa avrebbe la funzione di far scorrere l’acqua per evitare gli allagamenti. Visto che questi si verificano regolarmente ogni anno, ci pare evidente che nessuno (cioè l’Amministrazione, che dovrebbe sovraintendere anche a queste cose) si sobbarca la fatica di pulirla. Coloro che sono stati chiamati dai cittadini a gestire la Città non sono stati prelevati con la forza dalle loro case e costretti a farlo: si sono proposti e i cittadini li hanno scelti nell’illusione che agissero secondo le promesse fatte nel periodo elettorale. Abbiamo il vago sospetto che l’abbiano dimenticato.

Giuseppe Fontana




PIRANDELLO A S. GIUSEPPE U TIMPUNI

La sera del 6 settembre, con l’aria rinfrescata dal primo temporale pomeridiano, tra l’odore intenso delle stoppie umide, nell’emiciclo di S. Giuseppe U Timpuni a Modica è andato in scena Enrico Lo Verso col pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”.
Un Gengè biancovestito come un Pulcinella senza maschera, scalzo per sentire il contatto con le basole del pavimento ed elevarsi nel climax della narrazione intimamente personale, quel suo non riconoscersi nelle centomila maschere che i suoi concittadini e la moglie Dida gli attribuivano. Lo Verso si è mosso tra un ipotetico specchio che rimandava un’immagine “altra” dalla sua unicità, un cubo su cui impersonava Dida dialogante con il Gengè costruito da lei, la figura paterna evocata da un lampo di terrore (era il fondatore della banca ereditata dal figlio insieme alla fama di usuraio). Gengè-Vitangelo ha narrato i rapporti con i subdoli amministratori Quantorzo e Firbo, con Anna Rosa, Marco Di Dio e la moglie Diamante, e la lenta disgregazione psichica a contatto con questi personaggi. Un percorso distruttivo, alienante, che lo ha portato alla folle consapevolezza di quanto non sia plausibile alcuna realtà oggettiva, conoscibile e certa, nel vortice infinito del relativismo.
La travagliata gestazione del romanzo iniziato nel 1909 e uscito a puntate solo nel 1925, la dice lunga sul lavoro di analisi del personaggio che appare come la maturazione dell’altro antieroe pirandelliano, Mattia Pascal, entrambi problematici e complessi al pari delle problematiche e complesse istanze del XX secolo, un travaglio che si è acuito oggi più che mai. Perciò la rappresentazione che ha fatto Lo Verso ha colpito nel nervo scoperto della nostra precarietà, dalla scoperta del naso storto al vacuum finale in un crescendo drammatico e parlando direttamente alla coscienza degli spettatori. Non si poteva ascoltare con freddezza senza riflettere sulla vanità delle parole che “siamo” – o crediamo di essere -, sulla cenere di passioni consunte dentro di noi quando talvolta abbassiamo il sipario delle palpebre.
Quella sera, nella densa oscurità dello sfondo, l’intensa interpretazione di Enrico Lo Verso ci ha spinti a riflettere sull’ansia di identificarci ed essere riconosciuti per quello che siamo, per l’essenza che sfugge, l’inconfessabile follia messa in un angolo pur di consistere, avere “forma” diversamente dal Gengè finale, “essere un albero, respiro tremulo di foglie…albero, nuvola, domani un libro o vento. Il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto, fuori, vagabondo…”. Straordinaria e matura prova d’attore entrato in sintonia con la scrittura del “giovane” autore girgentano, nato nel Caos in una notte di stelle.

Marisa Scopello 




SI RIESCE A GUARIRE COSÌ?

Venerdì 17 settembre, a Modica, una donna di 85 anni si sente male e si collassa per ben due volte  nello studio medico della sua dottoressa dove era stata accompagnata dalla figlia per un controllo, proprio per i suoi sintomi di debolezza fisica e dolori addominali. Il medico, dopo aver dato la prima assistenza e intuendo che la signora continuava a stare male, ha chiamato il 118 per un trasferimento in pronto soccorso e in una decina di minuti la donna è arrivata a destinazione per gli accertamenti urgenti da fare.
Mezzogiorno esatto e in famiglia sanno tutti che la mamma è al pronto soccorso.
Su una barella la donna aspetta spaventata e senza nessuno dei suoi figli accanto, ma è giusto così, è autosufficiente, dicono. Ha il cellulare, per fortuna, e i figli a turno sono fuori, vicino e parlano di tanto in tanto con lei. Ma passano le ore, lei deve andare in bagno, l’accompagnano spingendo la sedia a rotelle dove intanto è stata sistemata e lì la lasciano, in bagno, per un bel po’ di tempo. Al cellulare dice a una delle figlie che l’ha chiamata: mi hanno lasciata in bagno, non viene nessuno a prendermi ma adesso cerco di trovare la strada. E’ tornata alla sua postazione iniziale appoggiata alla sedia e spingendola.
Le figlie la vedono da lontano, affacciandosi di nascosto dalla porta d’ingresso, le hanno portato le prime necessità, una bottiglia d’acqua, tovaglioli, bicchieri e un pacchetto di crachers dentro a una borsa che le viene consegnata da una delle due volontarie della Misericordia. Sentendo che la donna non ha mangiato nulla dalla mattina, una volontaria le porta un piatto di pastina e l’aiuta ad aprirne la confezione. Angeli in pronto soccorso.
Alle 20,30 circa, dopo un pomeriggio di telefonate tra lei e i figli,  che, parlandole al cellulare, le dicono di stare tranquilla, loro stanno tornando a casa e lei deve stare lì per altri controlli, lei: “Si va bene vi chiamo quando mi mettono in uscita.”
Nel gruppo whatsapp familiare dei figli: come sta mamma? chi l’ha sentita? ora ci provo io! Non risponde perché magari le stanno facendo controlli, ma solo l’elettrocardiogramma ancora? No, hanno fatto anche il prelievo del sangue! Ma non si può parlare con nessuno? Mi ha risposto, ha detto che le hanno fatto due tac (sicuramente una con contrasto) ed ecografia. Ore 21,30.
Una delle figlie torna al pronto soccorso verso le 22,30, tutte le porte sono chiuse, non può disturbare nessuno. Chiama la madre al cellulare e le dice: “Mamma, sono qui fuori, ti raccomando, stai calma, se capisci che devi trascorrere la notte in pronto soccorso, chiedi almeno una barella per riposare e fatti dare una coperta.” Lei: “No tranquilla, io chiederò di dimettermi, voglio tornare a casa mia.”
Mattino del giorno dopo, sabato 18 settembre, la signora risponde al cellulare e dice alla figlia: “Mi hanno messa in barella alle 4, sono stanca, voglio uscire da qui ma hanno detto che forse mi ricoverano in chirurgia.”  “Non puoi uscire – le risponde la figlia – ormai devi fare i controlli, devono capire i tuoi disturbi e i tuoi dolori. Sono qui fuori, aspetta che cerco qualcuno con cui parlare.”
La figlia vede una volontaria della Misericordia e chiede notizie della madre. La volontaria, gentilmente, gliel’avvicina alla porta accompagnandola e spingendola sulla sedia a rotelle. Le dà un bacio in fronte, le dice di stare tranquilla, le ha portato il cambio. Lei più serena o rassegnata assente con la testa dicendole: “Va bene, stai tranquilla.”
Verso le 13,00 finalmente un medico del pronto soccorso, mentre la donna parla con la figlia al cellulare, prende il telefono e dice alla figlia: “La stiamo ricoverando in chirurgia, lì sarà il medico del reparto che deciderà se approfondire di più, da questo momento rivolgetevi ai sanitari del reparto, dando loro il tempo prima di sistemarla.”
Centralino, portineria, reparto, green pass, tampone, ma: “No, ormai non potete vederla più per oggi, la paziente può ricevere la visita di un parente una volta al giorno, dalle 13 alle 13,30, ormai domani all’una(domenica 19 settembre), potete parlare col medico del reparto solo dopo le 18.30.” Silenzio.
Solo la voce di quella mamma per quella sera si sente, sfinita e in videochiamata, con una delle sue figlie dice: “Ho sempre dolore, mi stanno portando a fare altre lastre, non chiamate, voglio solo riposare.”
Il dopo si può immaginare ma anche no, nessuno può sapere come si possa sentire una persona che viene portata in pronto soccorso perché sta male, o la paura che può provare, in questo caso, una donna e mamma anziana che per una vita intera ha accudito con tutto l’amore la sua famiglia, i suoi figli, nipoti, pronipoti e, nell’unico momento in cui ha bisogno di qualcuno al suo fianco che la rassicuri standole accanto, rimane completamente sola. Sola in un luogo dove dovrebbe sentirsi al sicuro e che invece le fa sentire tutto il peso dei suoi anni trascorsi e, mentre si aggrappa alla vita, anche il senso del suo abbandono.
Quella donna è mia madre, ma neppure io so come si sente adesso, lo saprò quando mi ritroverò al suo posto se nel frattempo, a parte gli “angeli della Misericordia”, non sarà cambiato nulla in questo triste e povero nostro Ospedale Maggiore.

Sofia Ruta

 




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascua Coron)

Chi lotta contro il vaccino

ha il cervello piccolino.

Ma il vaccino oltre al genio

salva pure il cretino.

 

L’obbligo vaccinale

è una questione anale.

 

La maggioranza della gente

si vaccina e non si sente

come chi non sa e non fa niente.

 

L’uomo furbo e accorto

contro il vaccino insorto

sarà finalmente libero, e morto.

 

La LIBERTÀ urlata dalla Meloni

ci ha proprio rotto li cojoni!

 

Su una pandemia

quanta ipocrisia!

 

 

 

 

 

 




ATTENZIONE! PERICOLO!

Tanti anni fa, quando a scuola ancora si imparava davvero, uno studente d’ingegneria ebbe a dire: “Quando abbiamo iniziato il biennio noi che venivamo dallo scientifico volavamo, mentre chi veniva dal classico faticava abbastanza. Dopo un po’ ci siamo accorti che noi eravamo rimasti al palo rispetto a loro che si erano messi a volare.” Facile da capire: se lo studio delle materie scientifiche pone le basi per affrontare con maggiore facilità gli studi universitari di tipo scientifico, lo studio di quelle classiche conferisce la maturità e la consapevolezza per affrontare qualsiasi tipo di studio. E questo perché? Perché forma la mente, arricchisce la sua potenzialità di apprendere.

C’era un tempo in cui si studiavano gli autori classici e li si imparava a memoria. Crediamo che questo fosse un grave errore, perché l’alunno dotato di buona memoria aveva successo ed era premiato, mentre quello che aveva la tendenza a riassumere e magari a commentare veniva considerato svogliato. In realtà era tutto il contrario, perché spesso chi si affidava alla memoria tendeva a contare esclusivamente su questa trascurando l‘attività principale, quella, invero, per cui era, e sarebbe ancora, importante studiare i classici: capire. Già, perché capire qualcosa che va al di là dei nostri bisogni primari (ho fame, ho sete, ho sonno) ci mette in contatto con l’umanità. Giusto dunque eliminare dall’insegnamento la memorizzazione di poesie, di canti della Divina Commedia, di libri dell’Iliade e dell’Odissea, sbagliato non farli leggere e studiare e, soprattutto, capire, follia pura pensare che gli studenti debbano imparare a leggere, al posto dei classici o dei grandi contemporanei, i bandi, le mail, giusto per cercare un lavoro e per accettarlo. E se poi quel lavoro è insegnare lettere in un liceo classico? Ah, vero, ormai il “classico” non si studia più. Già, perché noi ora stiamo parlando nello specifico dei vari istituti professionali, ma non crediate che gli altri si differiscano di molto in certe direttive: ridurre all’osso la conoscenza del passato per concentrarsi sul presente (peraltro abbastanza squallido).

Oggi si crede, erroneamente, da parte di quelle alte sfere cui sono affidate le decisioni su quello che siamo e quello che diventeremo, che sia la tecnologia a rapportarci con la società. Nulla di più sbagliato, perché la tecnologia è solo un mezzo, un mezzo utilissimo, per espandere tutte le conoscenze alle quali giunge non il singolo di per sé, ma il singolo in quanto punto di arrivo di un percorso e quindi della somma di conoscenze dell’uomo dal giorno in cui le scimmie assunsero la posizione eretta. Per chiarire il discorso, è come se il lettore di un libro giallo vada a leggere direttamente la fine… poi sarà costretto a chiedersi perché si sia giunti a quella conclusione: non lo capirà mai perché ignora il punto di partenza.

Gli insegnanti e persino i capi di istituto si trovano in confusione, perché la riforma di oggi altro non è che la conseguenza, una tragica conseguenza, della prima riforma della Gelmini, indirizzata già in questo senso, che prese a sfornare persone prive di quel background culturale che avrebbe consentito loro di comprendere il baratro nel quale la scuola italiana stava cadendo, e gli insegnati di oggi sono coloro che da studenti hanno dovuto subire quella riforma e ne sono stati danneggiati.

Il risultato di tutto questo lo possiamo vedere ogni giorno, in ogni azione del nostro popolo “civilizzato”: femminicidi, stupri, aggressioni senza motivo, bullismo galoppante, sfregio dei monumenti e delle opere d’arte (e questo la dice lunga), ribollire di razzismo, intolleranza verso tutti e tutto, totale mancanza di rispetto per quella società in cui si deve pur vivere. Ma ci rendiamo conto che viviamo in una società di nostri simili, di persone che dovrebbero avere i nostri stessi diritti e i nostri stessi doveri? No, mica ce l’hanno insegnato, infatti persino lo studio del diritto è stato depennato dalla scuola. Oggi vogliono solo insegnarci a vivere col naso appiccicato al nostro tablet o al cellulare. Ma per questo mica serve la scuola, lo sappiamo fare benissimo da soli.

Ninì Giudici




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Sbriciolata di frutta… coccola per ricordare l’estate

Ingredienti:

3 pesche a pasta gialla, 3 pesche a pasta bianca, 6 prugne settembrine, 6 fichi, 6 piccole pere, 1 grappolo di uva bianca, 1 grappolo di uva nera, una tazza colma di mandorle, noci, nocciole, pistacchi, semi di zucca, di girasole e di lino, una  tazza di uvetta, prugne secche, albicocche secche, zenzero candito un cucchiaio di cannella, 2 fiori di anice stellato, un cucchiaio scarso di zeste di limone verde, un mazzetto di menta, 2 cucchiai colmi di miele millefiori, 250 gr di farina di farro bianca, 125 gr di burro, 125 gr di zucchero mascobado, 1 uovo intero e un tuorlo, 1 stecca di vaniglia

Preparazione:

preparare la pasta frolla e metterla in frigorifero. Tagliare a pezzetti la frutta, a metà gli acini d’uva, tritare grossolanamente la frutta secca, sistemare tutto in una capace ciotola, unire il miele, le spezie, le zeste di limone e la menta, mescolare e fare insaporire. Sistemare la frutta in una pirofila, sbriciolare con le mani la pasta frolla e ricoprire tutta la frutta, mettere qualche fiocchetto di burro e infornare a 180 gradi fino a doratura. Per avere un effetto più caramellato cospargere la frolla con un cucchiaio di zucchero mascobado a metà cottura.