domenica, 17 ottobre 2021
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UN LIBRO CHE RIVELA UN MONDO

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Di storie infami la letteratura trabocca, storie infami e tenebrose, inventate o fedeli alla realtà. Il 16 settembre scorso, la Fondazione Teatro Garibaldi e la libreria Mondadori di Modica vi hanno aggiunto un altro tassello con la presentazione de “Il rogo della Repubblica” di Andrea Molesini. Entrare nella storia della Repubblica veneziana che considerava un vanto la sua Giustizia e invece scoprire che essa rimane solo un’utopia (come è sempre stato e sempre sarà), permette di fare un viaggio indietro nel tempo, esattamente nel 1480. Il protagonista, Boris da Candia, occhio e spia al soldo del Senato, indaga su un episodio di intolleranza antisemita avvenuta a Portobuffolè, nell’entroterra trevigiano, con l’arresto dell’archisinagogo Servadio e altri accusati di infanticidio rituale per la loro festa di Pesach. Boris non crede all’infamia perché sa l’orrore che gli ebrei provano per il sangue, capisce di avere a che fare con interessi economici (gli ebrei, detentori dei banchi dei pegni, accettati e protetti perché pagano le tasse, sono avversati dalla Chiesa di Roma che vorrebbe sostituirli con il Monte di Pietà, gestito dai Francescani). Boris il lupo, gelido esecutore della Serenissima, è un uomo che ha attraversato il Mediterraneo come mercante a Costantinopoli, dragomanno in Egitto, infiltrato a Cipro, conosce uomini di fama, straccioni, soldati e briganti, i suoi orecchi sono sempre attenti alle trame sussurrate nei bordelli, nelle osterie, con dentro la sua natura di inganni e rapine, un lupo senza branco bramoso di denaro oltre che di sapere, si trova adesso di fronte a un bivio: il proprio tornaconto o la giustizia. La sua strada quasi sempre inzaccherata di fango ed escrementi ha il ritmo di una tragedia antica e non a caso nel romanzo non ci sono capitoli ma tre “atti” e un commiato, atti lunghi e ricchi di note descrittive con brevi e intensi interludi quando spiragli di ricordi sembrano acquietare il ringhio del lupo che vive nel suo sangue, ad esempio il ricordo di una donna (persa, come a volte si perdono le chiavi, senza un perché…). Egli ritrova le sue fattezze nella maga, figlia del gatto e della selva, che predice i “futuri” ed entra nella sua vita diventando un bisogno insieme al piccolo Giovanni che vede come il figlio mai avuto; tanti personaggi e tanti incontri: Veronica la serva che scandisce le giornate col suono delle campane veneziane, suor Emilia e il loro amplesso, “unguento al viandante assetato”. Le urla e il silenzio, “lingua sorella del bisbigliare dei boschi”, e la cervogia (la birra), tanta cervogia con la Sora Bigotta, tenutaria e puttana di razza amica dei potenti. Una fauna variegata spesso laida e puzzolente. Il cuore pulsante del romanzo è però l’amicizia di Boris e Servadio, i loro incontri nella cella asfittica tagliata dal sole che entra dalla feritoia come un laser sul volto emaciato dell’archisinagogo, incontri che vertono sull’inutile farsa del processo: entrambi sanno che la Ragion di Stato non lascia scampo, lo sanno pur fingendo di non sapere e parlano di Qohèlet, l’Ecclesiaste che “incendia l’anima”:
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire
Un tempo per seminare e un tempo per divellere
Un tempo per uccidere e un tempo per soccorrere…
Un tempo per odiare e un tempo per amare
Un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
A che serve dunque tanto affannarsi sotto il sole?
Boris l’agente segreto, il letterato che traduce Tacito e legge Luigi Pulci sorridendo al credo blasfemo di Margutte, sa ormai che la Giustizia non è una spada dritta ma una farfalla che svolazza e obbedisce a “leggi che nemmeno il vento conosce”.
Nello stile di Molesini convivono piccole scintille elegiache in mezzo ai grandi roghi dell’ipocrisia in un momento cruciale per la Storia dell’Occidente: gloria e incipiente tramonto della Repubblica veneziana, incunaboli cartacei pronti a sostituire la pergamena degli amanuensi, ribellioni che mineranno presto l’autorità ecclesiastica romana e le novantacinque tesi di Wittenberg, tutta la ruota della Fortuna che gira e alterna miserie e potenze. Ce ne accorgeremmo se la nostra mente porosa non fosse sempre pronta all’oblio… Un libro da leggere soffermandosi a meditare sull’avvicendarsi dei fatti degli uomini, insetti che agitano le ali per un giorno soltanto.

Marisa Scopello

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