domenica, 17 ottobre 2021
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L’ECONOMIA DEL BONUS E DEL SALARIO MINIMO NON CI SALVERÀ

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Inizio questa breve disamina con la riflessione di un grande economista statunitense, oggi novantenne, Thomas Sowell.

Sowell è stato a lungo uno dei più noti economisti americani di area liberal-conservatrice.

Ancora oggi, buona parte del dibattito pubblico, negli Stati Uniti come peraltro in Italia, può essere ben riassunto in un suo potente aforisma: “La prima lezione dell’economia è la  scarsità: non c’è mai abbastanza di qualcosa per soddisfare pienamente tutti quelli che la vogliono. La prima lezione della politica è ignorare  la prima  lezione dell’economia.”

Sowell ci insegna che le scelte politiche non vanno giudicate sulla base  delle intenzioni, ma delle conseguenze.

Di solito tutti hanno buone intenzioni, ma non tutte le decisioni sortiscono  gli effetti sperati.

Ritorno alla mia analisi relativa alle scelte del nostro esecutivo diretto dal premier Mario Draghi.

Non è affidando allo Stato il compito di fissare le retribuzioni che si costruisce una società né per lo più si garantisce che quelle leggi saranno veramente applicate.

Occorre invece, a mio avviso, spingere per una prospettiva economica condivisa, con il compito  di trovare una bussola  comune – tra Stato e sindacati – capace di disegnare il cammino da percorrere nel medio periodo.

E’ bene abbandonare l’idea che si è aperta dentro le forze politiche (sempre alla ricerca di consensi) di mettere al centro di questa prospettiva l’introduzione del salario minimo.  Letta e Conte se ne devono fare una ragione.

Di conseguenza, invece di aprire –  come la solita scatoletta di tonno – le relazioni industriali, occorre espanderle e migliorarle.

Peraltro in un momento positivo in cui una grande azienda mondiale come Amazon ha di recente firmato  un protocollo in cui ne riconosce il “valore in sé”.

Inoltre là  dove ci sono quote di lavoro cosiddetto povero e non tutelato (3-4 euro l’ora) la scelta da fare è quella di spingere per rinnovare i contratti di lavoro.

Evitando salari da fame e mettendo così le forze datoriali a non utilizzare cooperative civette come strumento di dumping salariale.

E’ questa la metodologia da sottoscrivere per garantire sviluppo e allo stesso tempo equità.

Questo metodo è da preferire, senza dubbio, agli “annunci del bacone”: ieri l’abolizione della povertà, oggi il salario minimo e domani chissà?

Stesso discorso vale per il reddito di cittadinanza che in quasi due anni ha creato  solo disuguaglianze tra i cittadini favorendo mercato nero e mondo dei furbetti.

Il Reddito di Cittadinanza va riformato, così non va.

Ad oggi a ben 123.697 cittadini furbi è stato revocato l’assegno. Le cifre parlano chiaro: Il 36% dei beneficiari non è povero assoluto mentre il 54% degli indigenti non riceve nulla. Insomma tutto da rivedere per evitare di buttare al vento quasi 8 miliardi all’anno (altro che avere abolito la povertà).

Oggi percepiscono il Reddito di Cittadinanza (al 31 agosto 2021) 3.027.851 persone distribuite in 1.359.481 famiglie. Ma sono tutti bisognosi?

Le aziende che assumono un percettore di reddito di cittadinanza hanno diritto a detrazioni contributive.

Ad oggi tali assunzioni  ammontano solo allo 0,1% dei percettori di reddito abili al lavoro. Insomma, un fallimento bello e buono.

Per un Paese come il nostro che, dopo due anni di dura pandemia, riesce a svegliarsi e a marciare verso una nuova rinascita  socio-economia c’è solo da rallegrarsi.

Infatti dall’ultimo Consiglio dei ministri il via libera del Nadef, ovvero, la Nota  di aggiornamento del Documento di economia e finanza lo conferma.

Il Pil sale al 6%,dal 4,5 % ipotizzato nel Def in aprile, il debito scende al 153,5 per cento, dal 156,6 per cento nel 2020. Il deficit torna sotto il 10%,riducendo il livello rispetto alle previsioni di primavera.

La pressione fiscale scenderà di circa 0,9 punti percentuali rispetto al 2020.

Draghi  inoltre si è impegnato anche a ritoccare – senza aspettare la delega alla riforma fiscale – lo scaglione Iperf relativo ai 28-55 euro – attualmente fissato al 38%.

Così si da un poco di equità al ceto medio fino ad oggi salassato.

Prorogato  il Superbonus 110% al 2023.  Insomma,  tutti punti positivi che confermano la crescita in atto.

Circa il Catasto, Draghi ha precisato che la revisione delle rendite catastali, non comporterà un aggravio del prelievo:  “Nessuno pagherà di più nessuno di meno, ma dobbiamo rivedere le rendite”, che in molti casi non hanno attinenza con la realtà.

Draghi ha aggiunto  che “il governo non si prepara a tassare la prima casa, anzi c’è un’esclusione esplicita su questo punto.”

Come sempre neutrale e imperscrutabile.

Prima di chiudere questa mia disamina mi sento di fare un appunto al premier (non certo  da prendere come lesa maestà) relativo alla parte sanitaria di questo governo.

In molti di certo non hanno accettato l’incertezza nelle misure adottate come la certificazione verde (green pass).

Tale documento così come è congeniato sta creando in tanti confusione e discriminazioni, direi in tutte le fasce sociali.

Come, altresì, a mio modesto avviso, non sono del tutto convinto e poco condivido il sentirgli dire che la crescita di cui sopra è dovuta al green pass.

Questo non è vero, è, direi, poco rispettoso verso le nostre aziende sane e alle indiscusse competenze delle   maestranze che hanno permesso la ripresa economica.

Occorre inoltre maggiore considerazione e rispetto per quella parte di popolazione che, per vari motivi, non vuole vaccinarsi. Invece col green pass (una furbata) la si vuole costringere a farlo.

Attenzione, occorre un maggiore rispetto  della democrazia, di cui tutti ci riempiamo la bocca.

Signor premier, Lei queste cose le sa bene perché viene dalla scuola del Prof.  Federico Caffè.

Salvo  G.  BLASCO

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