domenica, 17 ottobre 2021
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PERCHÉ LA CONSULTA FEMMINILE COMUNALE DI MODICA ESCE DALLA SCENA POLITICO-CULTURALE

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Alla fine degli anni 80 il sindaco in carica, l’ingegnere Ignazio Agosta, lanciò la proposta di fare sorgere a Modica la Consulta Femminile. Lo fece utilizzando l’apposita legge (L.R. 27/77) e, in osservanza a quanto previsto dalla suddetta, rivolse un invito alle associazioni e ai sindacati presenti nel territorio affinché gli stessi delegassero 2 rappresentanti femminili fra quelle presenti al loro interno in modo da comporre l’assemblea della Consulta. All’appello risposero tutte le realtà e ben 60 donne costituirono il comitato promotore della Consulta.

All’interno del comitato, all’inizio, serpeggiava un po’ di  scetticismo sulla natura dell’organismo Consulta; due i timori presenti: la strumentalizzazione da parte dell’amministrazione proponente e, in seconda istanza, la deriva dell’assemblea plurale in una sorta di scontro ideologico fra parti avverse.

Poiché la voglia di contribuire in politica presso le donne era sentita in maniera forte, seguì una riflessione ponderata sui due ostacoli e la soluzione condivisa unanimemente dalle 60 donne fu del tipo “alla femminina” (non nel senso comunemente dato a questo termine, ma nel senso originario, cioè semplice, creativo, essenziale) fu deciso all’unanimità che:

–  nessuno avrebbe potuto strumentalizzare se le componenti l’assemblea non lo avessero consentito;

– nessuno avrebbe potuto farsi paralizzare dall’appartenenza ideologica, ma pensare ed agire a partire dall’appartenenza di genere che accomuna tutte.

L’altro nodo che il comitato sottopose a dibattito e al confronto in maniera approfondita fu quello del fantasma del “femminismo”. Fantasma che aleggia sempre quando le donne si mettono insieme in un’impresa anche non politica, figurarsi se politica! La soluzione individuata e votata all’unanimità fu di fare perno sul valore della “Dignità Femminile”, dignità di soggetto pensante, creativo, fattivo, appassionato alle vicende della collettività e desideroso di contribuire a migliorare la realtà apportandovi il punto di vista di solito assente, quello dell’ottica femminile. Quelle donne erano allora tutte, ribadisco tutte, consapevoli che il punto di vista femminile, confrontandosi con quello maschile, avrebbe contribuito ad un prodotto politico più equilibrato, più aderente alla realtà quotidiana dei cittadini tutti.

Fatti questi passaggi, la palla passò in mano al Consiglio Comunale allora in carica che, dopo avere approfondito la legge istitutiva nonché la regolarità delle designazioni delle componenti l’assemblea, diede luogo alla deliberazione (10/06/1988 del. N° 228 ).

L’interesse attorno alla nascita dell’organismo di partecipazione delle donne alla politica non fu solo delle donne, la novità infatti coinvolse non solo l’istituzione municipale, ma attirò l’attenzione di numerosi cittadini, all’inizio un po’ scettici ma curiosi al contempo; coinvolse da subito il ceto intellettuale che si dispose al dialogo, a volte stuzzicante a volte assolutamente rispettoso,  coinvolse gli artisti che si dichiararono disponibili a collaborare attraverso il loro specifico, primo fra tutti Pietro Ricca, il quale volle conoscere a fondo la missione dell’organismo Consulta e solo dopo ne disegnò il logo (il segno femminile inscritto sul castello semivelato da una sorta di tendina a listarelle semiaperte a simboleggiare un risveglio), simbolo che divenne la bandiera identitaria sventolante forte e fiera in tutte le attività cui negli anni si diede luogo. Il simbolo piacque a tutte noi a prima vista, anche per il colore arancione, solare e fuori dagli stereotipi di genere.

Sorvolo su ciò che la Consulta realizzò, voglio invece ricordare il clima in cui si operò in venticinque anni di continuativa attività: un clima di entusiasmo del fare in cui le differenze individuali e culturali delle partecipanti fungeva da carburante per il dialogo serrato e per la crescita di tutte.

Nel tempo l’assemblea andava assottigliandosi ma non per disamore, piuttosto per quel fenomeno legato all’organizzazione sociale che scarica sulla donna tutte le incombenze che ricadono nella sfera affettiva e familiare. Tale organizzazione sociale fa sì che l’impegno sociale delle donne avanza e arretra ad intermittenza, come le onde del mare, avanti e indietro, avanti per senso civico, per passione, per bisogno di esprimere la propria soggettività, indietro quando si ammala un familiare, quando nasce un bambino.

Ciascuna che lasciava, a volte esprimendolo, a volte in maniera tacita, consegnava il destino dell’organismo alle altre, nutrendo in cuor suo la certezza che l’attività sarebbe andata avanti. A causa di questo processo  a carciofo giunse il momento in cui ci trovammo ad essere solo 8 e tutte del medesimo orientamento politico culturale,  fu allora che, per non tradire lo spirito informativo della legge che concepiva la Consulta “plurale” nella composizione dell’assemblea, decidemmo di sospendere l’attività in attesa di nuova linfa. Fu una chiusura che concepivamo temporale, ma si protrasse qualche anno.

Due anni fa circa, un gruppo di giovani donne mi chiese se era possibile riattivarla, ne fui felice, pensai che era giunto il momento auspicato di farla rifiorire. Purtroppo il tentativo non ha funzionato perché la società è mutata antropologicamente, i soggetti, si sa, sono anche frutto del contesto  socio-culturale in cui vivono, oggi non c’è più coesione, non c’è senso di comunità, c’è un individualismo esasperato che lascia spazio all’egocentrismo e a volte al narcisismo.

L’organismo Consulta sarebbe diventato un’altra cosa, lontana dallo spirito della legge che la disciplina e anche dallo statuto che nella legge è incardinato. Pertanto si chiude in maniera definitiva un’esperienza, si ammaina la bandiera espressa dal nome e dal logo che ne costituiva emblema.  Si chiude per rispetto dell’istituzione che allora la deliberò con convinzione, per rispetto alle tante donne che l’hanno frequentata (nel tempo oltre 100), per rispetto della lunga storia che ha espresso serietà e coerenza.

Carmela Giannì

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