domenica, 17 ottobre 2021
La-spigolatrice-di-Sapri-di-Emanuele-Stifano

SIAMO TALEBANI?

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I Bronzi di Riace, il Davide di Donatello sì e la Spigolatrice di Sapri, opera questa del giovane scultore cilentano Emanuele Stifano, no?

Ma forse, se si guarda in profondità, si riesce a capire cosa ha disturbato tanto chi vuole sopprimere una scultura nata nel ventesimo secolo.
I Bronzi di Riace, considerati tra le testimonianze più significative dell’arte greca classica, sono due statue bronzee raffiguranti due uomini nudi, originariamente armati di scudo e lancia, divenuti simbolo della città di Reggio Calabria. Sono alti 1,98 e 1,97 metri e pesano 160 kg. Trattandosi di un gruppo di statue poste ad Argo, si ipotizza che i Bronzi abbiano a che fare con il mito dei Sette contro Tebe, narrato da molti poeti e tragediografi antichi. “Capo contro capo, fratello contro fratello, nemico contro nemico” (Eteocle prima dello scontro con Polinice, vv. 674-675)
Il David di Donatello invece, nel suo giovane e nudo corpo, emana potenza e perfezione, armonia e leggerezza, soprattutto fierezza;  il suo viso trasmette superiorità e orgoglio, mentre i suoi attributi (nessun uomo o donna o grande studioso d’arte ha mai criticato, semplicemente ammirato), il trionfo della ragione sulla forza bruta e sull’irrazionalità. Nella mano destra ha una spada e in quella sinistra nasconde il sasso con la quale ha colpito il gigante Golia. Dimenticavo, la gamba sinistra è appoggiata sopra l’elmo e la testa del mostro sconfitto. Mostruosa, in questo caso, io chiamerei la possente bellezza della statua del David che insieme ai suoi glutei non velati ma molto simili a quelli della spigolatrice di Sapri, fa capire che la bellezza fisica supera il sinonimo della forza se chi scolpisce in una statua un evento, oltre che a entrare nella sua storia o leggenda o poesia che sia, odia l’orrore e, fra una scappellata e un’altra, ama pazzamente ciò che descrive e ne fa un sogno.
Della Spigolatrice di Sapri, invece in questi giorni ne hanno detto di cotte e di crude. Alcune testate giornalistiche, addirittura hanno scritto che abbia fatto rivoltare nella tomba i più grandi scultori dei tempi passati. L’hanno definita una velina televisiva (che poi non si capisce perché sia detto con disprezzo, visto che anche quello è un lavoro rispettabile per coloro che vogliono intraprendere la carriera televisiva) più che una lavoratrice dei campi. E allora tutte quelle statue di bronzo maschili cosa rappresentano? Guerrieri o gigolò con gli attributi di fuori e i glutei al vento? E nessuno osi offendere per carità!
La statua, realizzata dallo scultore Emanuele Stifano, nasce da una poesia di Luigi Mercantini ispirata alla fallita spedizione di Sapri di Carlo Pisacane (1857), che aveva lo scopo di innescare una rivoluzione antiborbonica nel Regno delle Due Sicilie. Mercantini adotta il punto di vista innocente di una lavoratrice dei campi, addetta alla spigolatura del grano, che si trova per caso ad assistere allo sbarco, incontra Pisacane e se ne invaghisce; la donna parteggia per i trecento e li segue in combattimento, ma finisce per assistere impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.
Si deduce che anche una contadina è una donna e per questo può anche decidere, oltre che lavorare nei campi, di abbandonare il proprio lavoro per seguire colui di cui si è innamorata e per questo forse anche svestita. Alla ricerca della libertà, si suppone.
Dunque, non c’è nulla di strano in una bella e sensuale statua che rappresenta una donna, oltretutto non nuda ma solo leggermente svestita, come non c’è mai stato nulla di strano (ma pensandoci bene adesso, forse si…) ad ammirare una statua nuda e possente che rappresenta un colui che da sempre ha voluto essere non un Dio ma un padrone, e questi, è l’uomo.
Allora a questo punto la domanda è: chi è stato punto così maledettamente dalla rappresentazione di questa statua? L’uomo e in questo caso anche due donne in particolare che hanno gridato all’oltraggio o la politica? No, perché davanti a questa statua, il giorno dell’inaugurazione, c’era un uomo politico (ma forse non abbastanza “politico”) e dietro, nascosti a burlare, tutti i suoi oppositori, che malignamente hanno cercato di ridicolizzare, discriminare, insultare un ottimo artista dei nostri tempi e tutte le donne. Ma questo, noi crediamo, lo hanno fatto solo per colpire un altro uomo e, per fare questo, hanno usato ancora una volta le donne.
Donne che, più che di una statua, si dovrebbero vergognare di quello che ogni giorno viene detto e mostrato di loro anche nelle piccole pubblicità televisive che le mettono nude davanti ai prodotti e, se lo vogliamo dire forte, persino all’assorbente sporco di sangue!
Sciacquatevi la bocca quando parlate di donne, sono sensibili e soffrono ma sanno difendersi dagli avvoltoi che speculano sul loro corpo per farsi campagne politiche personali /e non per liberare il paese dalla diversità di genere, rendendo tutti visibilmente, come i glutei, uguali e senza vergogna), ma per usarle invece a loro uso, consumo e piacimento.
“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!” quegli uomini che, giovani dall’animo limpido, come nella fantasia del Mercantini, o galeotti liberati per affrontare quella specifica missione, come fu nella realtà, sono morti tutti per la ricerca della libertà. “Uomini” come ci si vanta di essere ma non lo si è perché quei trecento vivevano solo nel sogno di un poeta, anche se, in fondo, era per la libertà, comunque la libertà, che si erano immolati. Così come quella tenera e insieme fiera spigolatrice, così lontana dall’auto svilimento in cui sono cadute le donne oggi.

Sofia Ruta

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