domenica, 25 Settembre 2022

LE SPERANZE IN GLASGOW

image_pdfimage_print

Speriamo che non sia un altro bla bla bla senza fine tutto ciò che è stato deciso sul clima in queste settimane cruciali prima a Roma col G20 e poi il 31 ottobre a Glasgow.

Il destino del pianeta è stato al centro dei lavori del COP26, la Conferenza delle Parti organizzata dalle Nazioni Unite in cui 196 paesi del mondo hanno discusso sul clima con l’obiettivo comune di impegnarsi in iniziative condivise per contrastare il riscaldamento globale. L’incontro è stato definito cruciale per riuscire ad ottenere nuovi impegni concreti dai più grandi paesi inquinanti, come Stati Uniti, Cina, India, Unione Europea e Russia, sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica e sull’abolizione dell’assurda pratica del disboscamento.

Patricia Espinosa, responsabile della Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici, ha affermato che i governi alla COP26 hanno davanti due scelte: impegnarsi a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra oppure rassegnarsi all’idea che «l’umanità abbia di fronte un futuro desolante su questo pianeta. […] Ed è per questi motivi e per altri ancora che dobbiamo fare qualche progresso qui a Glasgow: dobbiamo renderlo un successo». La Espinosa parla di progressi, di successi, ma sinceramente si aspetta questo famoso cambiamento dal Protocollo di Kyoto del 1997, trattato che è entrato ufficialmente in vigore nel 2005 quando anche la Russia ha siglato l’accordo. Ma una cosa positiva da Glasgow è emersa: i leader di oltre 100 Paesi si sono impegnati a porre fine alla deforestazione entro il 2030, con un investimento da 19,2 miliardi di dollari per incentivare queste “cattedrali della natura”, afferma Boris Johnson. Tra i firmatari della “Dichiarazione di Glasgow su foreste e terra” anche tre grandi nomi: Jair Bolsonaro, Xi Jinping e Vladimir Putin, governi che sono tra i più responsabili delle emissioni di CO2 nell’atmosfera e che non hanno mai badato alla tutela delle foreste nella loro corsa alla leadership economica globale. Ma un aspetto da sottolineare è che la Cina non si arrende ad ogni richiesta, anzi addita e critica gli Usa, per l’inquinamento del passato: le sue emissioni storiche sono 8 volte quella della Cina, ribadisce il governo cinese, ed insieme al premier indiano Modì affermano di raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero nel 2070.

Chiudendo il vertice, Boris Johnson ha espresso “cauto ottimismo”, avvertendo però che resta ancora “molta strada da fare”. Il premier britannico ha poi evocato la necessità di evitare prematuramente tutti “gli entusiasmi esagerati” e le “false speranze” ed ha proprio ragione, poiché a Glasgow ancora non si è davvero capito tutto ciò che era necessario fare ora, nell’immediato presente. Quante catastrofi, alluvioni e altri fenomeni naturali devono accadere prima di fermarci davvero e ascoltare il grido di allarme che il nostro pianeta tenta in vari modi di farci udire? Ma purtroppo spesso si preferisce rimanere sordi di fronte a ciò che non conviene ascoltare e nel frattempo i mari s’innalzano, i ghiacciai si sciolgono, mille specie si estinguono e la terra che trema sotto di noi diventa sempre più un enorme deserto sterile e infecondo, indegna eredità per i nostri figli.

Graziana Iurato

Condividi