sabato, 13 Agosto 2022

A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

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E giù verso sud in questa terra senza terre, di acque e acquitrini, infestata dalla malaria, moscerini di giorno e zanzare di notte, a bordo della barca che mi ha accolto a Clodia. Il sole non si vede, offuscato da spesse nebbie che si diradano solo a mezzogiorno lasciando intravedere un attonito cielo bianco. Sono di nuovo sola e trascorro le ore contando gli uccelli palustri celati tra le cannucce, unica vegetazione dell’area; crepitano e si spezzano quando lo scafo le piega per passare oltre. Non parlo con questi rematori, non avrei cosa dire e non ci capiremmo nemmeno, li ho sentiti borbottare monosillabi incomprensibili. L’unica cosa in comune è il rumore delle gallette di farro masticate insieme ai pezzi di anguilla cotta nel vino e acquistata prima di partire. La nostra meta è un oppidum insediato sull’isola maggiore dall’esercito romano e fortificato per la legione che vi si trova. Intorno, sugli altri isolotti, si trova la civitas foederata latina che ora si chiama Classis e dopo diventerà la zona portuale di Ravenna. Nella sua storia futura ci saranno stagioni di fasti e distruzioni, qui Cesare soggiornò prima di attraversare il Rubicone, fu capitale dell’Impero alla caduta di Roma, ricca di magnifici mosaici e monumenti, ultimo rifugio presso i Da Polenta di Dante che volle qui la propria sepoltura.
Sbarco e mi addentro per la via che ha le caratteristiche dell’accampamento romano con strade secondarie ortogonali, vedo operai intenti a rafforzare argini, a costruire case con canne e mattoni impastati di fango e paglia, povere case perché le pietre servono per la fortificazione militare. Non mi aspetto esperienze culinarie degne di nota, qui si sopravvive con poco: qualche pesce di laguna, rare verdure e poca frutta. Sicuramente la presenza della legione romana aiuta questa gente con alcune derrate alimentari, ma rimane figlia di un dio minore ai limiti dell’indigenza.
Sento i versi tipici dei polli dai recinti accanto alle case basse, mi avvicino a una donna che sta spazzando fuori dall’uscio e con gesti le faccio capire che ho fame e sete. Le mani possono sopperire all’incapacità di intendersi con le parole. Mi fa entrare dentro e mi guardo intorno: il focolare, un rozzo tavolo, dei ceppi per sedersi, su una mensola una lucerna e pochi piatti di terraglia. Lei esce e ritorna con quattro uova, me le mostra sorridendo e io annuisco. Le rompe, le sbatte molto con alcune canne legate a mo’ di frusta, le versa in una padella ammaccata unta di grasso e mi serve una fragrante frittata.
“Sponghata” mi dice indicandola. È soffice come una spugna e penso sia questa l’origine del nome pronunziato da lei.
Per ringraziarla di aver condiviso il suo prezioso cibo con me, le regalo uno dei sacchetti di safran, dono di Polus. Chissà se ne capirà il valore…
Torno al porto senza visitare l’insediamento militare e cerco un nuovo imbarco con in bocca ancora il gusto della frittata, simbolo di un amore per l’altro, anche sconosciuto e straniero come ero io per lei.

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