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La Modica di Enzo Belluardo




A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

E giù verso sud in questa terra senza terre, di acque e acquitrini, infestata dalla malaria, moscerini di giorno e zanzare di notte, a bordo della barca che mi ha accolto a Clodia. Il sole non si vede, offuscato da spesse nebbie che si diradano solo a mezzogiorno lasciando intravedere un attonito cielo bianco. Sono di nuovo sola e trascorro le ore contando gli uccelli palustri celati tra le cannucce, unica vegetazione dell’area; crepitano e si spezzano quando lo scafo le piega per passare oltre. Non parlo con questi rematori, non avrei cosa dire e non ci capiremmo nemmeno, li ho sentiti borbottare monosillabi incomprensibili. L’unica cosa in comune è il rumore delle gallette di farro masticate insieme ai pezzi di anguilla cotta nel vino e acquistata prima di partire. La nostra meta è un oppidum insediato sull’isola maggiore dall’esercito romano e fortificato per la legione che vi si trova. Intorno, sugli altri isolotti, si trova la civitas foederata latina che ora si chiama Classis e dopo diventerà la zona portuale di Ravenna. Nella sua storia futura ci saranno stagioni di fasti e distruzioni, qui Cesare soggiornò prima di attraversare il Rubicone, fu capitale dell’Impero alla caduta di Roma, ricca di magnifici mosaici e monumenti, ultimo rifugio presso i Da Polenta di Dante che volle qui la propria sepoltura.
Sbarco e mi addentro per la via che ha le caratteristiche dell’accampamento romano con strade secondarie ortogonali, vedo operai intenti a rafforzare argini, a costruire case con canne e mattoni impastati di fango e paglia, povere case perché le pietre servono per la fortificazione militare. Non mi aspetto esperienze culinarie degne di nota, qui si sopravvive con poco: qualche pesce di laguna, rare verdure e poca frutta. Sicuramente la presenza della legione romana aiuta questa gente con alcune derrate alimentari, ma rimane figlia di un dio minore ai limiti dell’indigenza.
Sento i versi tipici dei polli dai recinti accanto alle case basse, mi avvicino a una donna che sta spazzando fuori dall’uscio e con gesti le faccio capire che ho fame e sete. Le mani possono sopperire all’incapacità di intendersi con le parole. Mi fa entrare dentro e mi guardo intorno: il focolare, un rozzo tavolo, dei ceppi per sedersi, su una mensola una lucerna e pochi piatti di terraglia. Lei esce e ritorna con quattro uova, me le mostra sorridendo e io annuisco. Le rompe, le sbatte molto con alcune canne legate a mo’ di frusta, le versa in una padella ammaccata unta di grasso e mi serve una fragrante frittata.
“Sponghata” mi dice indicandola. È soffice come una spugna e penso sia questa l’origine del nome pronunziato da lei.
Per ringraziarla di aver condiviso il suo prezioso cibo con me, le regalo uno dei sacchetti di safran, dono di Polus. Chissà se ne capirà il valore…
Torno al porto senza visitare l’insediamento militare e cerco un nuovo imbarco con in bocca ancora il gusto della frittata, simbolo di un amore per l’altro, anche sconosciuto e straniero come ero io per lei.




Nulla ha potuto il tornado contro queste sagome… Peccato!




MA NON È VIGLIACCHERIA QUESTA?

Ci si chiede spesso per quale motivo la gente stia diventando sempre più maleducata. La colpa è della famiglia, che vizia i figli e  fa fare loro tutto quello che vogliono invece di insegnare l’educazione, si dice. Ma si dice anche che la colpa è della scuola, che ha perso sempre più la sua autorevolezza.

Certamente, questi due fattori hanno il loro peso, ma noi crediamo che un peso ancora maggiore l’abbia la vigliaccheria, quella vigliaccheria purtroppo radicata in ogni essere umano che solo un’elevata nobiltà d’animo riesce a superare. In fondo, la vigliaccheria nasce dall’istinto di conservazione proprio di qualsiasi essere vivente, tant’è vero che quando l’altruismo riesce ad aver la meglio sull’istinto di conservazione si parla di coraggio, addirittura di eroismo, insomma di un comportamento che trascende la normalità. E qui parliamo della normale vigliaccheria, quella che abbiamo tutti e della quale non ci possiamo vergognare più di tanto.

Oggi però quella che è esplosa e sempre più si va affermando fra la gente è la vigliaccheria dell’anonimato. Avete mai notato, ad esempio, come la maleducazione si esprima maggiormente al volante di un’automobile che tra la gente che si guarda faccia a faccia senza la protezione di una scatola di latta? Non parliamo poi dei vigliacchi da tastiera, che, nella certezza di essere protetti da qualsiasi intervento esterno, spesso poi anche dall’anonimato, si lanciano nelle aggressioni verbali e anche nella volgarità, in pratica sfogano così tutta la vigliaccheria che hanno dentro, mentre, abbandonata la tastiera, contano di apparire gentili ed eleganti. E’ facile aggredire verbalmente persone che spesso nemmeno si conoscono solo perché hanno espresso un’opinione diversa o semplicemente perché si ritengono (in base a non si sa quale principio) inadatte ad affrontare determinati argomenti, tanto probabilmente il tuo nome nemmeno lo sanno perché ti presenti con un nome di fantasia e tu credi di passare per uno forte, intelligente, superiore a tutti in tutto. Ma non farci ridere, sei solo un vigliacco incapace di affrontare in primo luogo se stesso, di conseguenza tutto quello che lo circonda.

E’ vigliaccheria quella dei bulli che, in tanti, se la prendono con uno solo, il più debole.

E’ vigliaccheria quella dell’uomo, sì, l’uomo in generale, il maschio, che, essendo muscolarmente più forte, tratta la donna come una creatura inferiore solo perché, in un match di pugilato, sarebbe lui ad avere la meglio.

E, se ci avete fatto caso, in questo periodo sono aumentati sia gli automobilisti prepotenti ed arroganti, insomma maleducati all’ennesima potenza, sia i leoni da tastiera che lanciano insulti come se mangiassero caramelle, sia infine i maschilisti che, nel migliore dei casi, ironizzano su tutti i comportamenti femminili, nel peggiore ne fanno oggetto di violenza, violenza che sempre più sfocia nella morte dell’aggredita, mentre le pene per i colpevoli sono sempre troppo lievi, esiste insomma una strana, vergognosa, indulgenza nei confronti di questo tipo di criminali. Un tempo almeno c’era il cosiddetto “delitto d’onore”, che dava una giustificazione giuridica a certe pene esageratamente lievi o addirittura assoluzioni. Dopo anni ed anni questa vergogna del nostro diritto è stata abolita, ma pare non lo sia stata nella mente di chi giudica (e non intendiamo solo riferirci al giudice che svolge il suo mestiere ma a noi giornalisti, all’opinione pubblica, al “sentire comune”!).

Se in questo momento un alieno che naviga tra le stelle per scoprire nuovi mondi ci stesse guardando, penserebbe che si trova di fronte a una società marcia, da evitare o forse da distruggere. In realtà sta guardando soltanto degli omini piccoli piccoli… dei vigliacchi insomma.

 




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

Il tuttologo televisivo è un cieco che giura di aver visto tutto con i suoi propri occhi.

 

La televisione finiu

a Skyfiu!

 

I bufali sono animali delicatissimi,

quindi che le bufale siano dure a morire è una fake new.

 

Renzi è sempre oltre

quello che pensi.

 

La Leopolda?

Un’occasione manigolda.

 

Per chi non crede,

la cosa più temibile è la fede.

 

Parlare di un solo argomento

è dire male e predicare al vento.

 

Non sono molto disponibile a porgere

l’altra guancia.

Mi sono dovuto pentire di aver porto

a donne molto disponibili

persino l’altro guanciale.

 

Oggi ci resta solo il passato

perché il futuro ce lo siamo già mangiato.

 

 

 




BUIO IN SALA.. C’È GATSBY

Buio in sala. Solo due spot blu illuminano la scena nuda eccetto un tavolino e una sedia. Basta solo questo a creare la giusta atmosfera… C’è chi aspetta Godot invano, noi spettatori sappiamo che sta arrivando Michele Arezzo a illuminare la sera del 14 novembre dal palco del MASD a Ragusa. Un’assenza lunga di due lunghissimi anni per l’appuntamento col suo “TeloLeggoIo”. È la volta de “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald. Ecco, Michele arriva e ci trasferiamo a Long Island nell’immaginario West Egg, la baia teatro della vicenda. Michele presenta Nick Carraway, il mediocre impiegato della Borsa che vive in una casa anonima incastrata fra le magnifiche ville dei nuovi ricchi, che ha il ruolo di prima persona periferica e punto di vista narrativo; è lui a raccontare mentre Gatsby è nell’aria senza apparire se non come una silhouette stagliata nel buio, col braccio proteso nel vano tentativo di afferrare la luce verde dall’altra parte della baia, là dove è la dimora di Daisy.
(Con questo magistrale ingresso rimandato Fitzgerald ha creato un’aspettativa, una suspence simile a quella dell’incipit del “Moby Dick” di Melville)
È una immersione totale negli anni ruggenti, a osservare con gli occhi della  mente la vita frivola e spregiudicata di giovani anticonformisti e romantici insieme, quelli  del fox-trot, ragtime e jazz tra fiumi di alcol e auto di lusso. Michele dipana la storia leggendo passi significativi sulla musica scritta dal fratello in sottofondo. E il libro viene messo a nudo per scivolarci dentro a capofitto tra champagne e sinestesie ardite (la gialla musica da cocktail) di un autore sempre al di qua del Paradiso nella dannazione delle sbronze di quella New York mitica. Gatsby, innamorato senza rimedio di Daisy, che ha fatto l’impossibile per riaverla, spera in quella luce verde, spera in un futuro che indietreggia davanti a lui come fa per tutti i sognatori. La fisionomia di Michele si confonde con quella di Nick, narratore e testimone di “scorcio” per questo Gatsby di lustrini ingannevoli, di solitudine e tristezza sconsolata. Solo la pioggia, il pianto del cielo, accompagna l’uscita di scena dell’affascinante protagonista (sicura che molti lo hanno visto con i tratti di Leonardo DiCaprio del bel film di Baz Luhrmann), barca contro corrente, risospinto senza posa nel passato.
Serata densa di emozioni. Succede sempre con Michele Arezzo.

Marisa Scopello 

 




LE CHANSON DI CHIARA CIVELLO

E’ uscito il 19 novembre “Chanson”, l’ultimo album di Chiara Civello, attesissimo dai suoi fan perché per la prima volta la cantante affronta la canzone francese.

In passato, proprio su questa testata, avemmo a manifestare la speranza che Chiara si cimentasse giusto in questo tipo di repertorio, perché la sua raffinatezza, la sua eleganza, ci sembrava spingessero proprio in quella direzione. Adesso l’ha fatto, ma non certo scimmiottando quelle cantanti che nel territorio francese affondano le proprie radici, ché sarebbe stato banale e certo la personalità della Civello al banale proprio non potrebbe indulgere; l’ha fatto a modo suo, col patrimonio jazzistico che sempre l’accompagna, con la musicalità che è insita nella sua personalità, col ritmo e la dolcezza, l’eleganza e la sensualità che la contraddistinguono, insomma l’ha fatto alla Chiara Civello.

Particolarmente interessante è la scelta delle canzoni, che vanno dalla francesissima La vie en rose a My way, che ha fatto parte del repertorio di Frank Sinatra, Elvis Presley e innumerevoli altri cantanti americani al punto che si è finito per considerarla americana mentre nasce col titolo Comme d’habitude ed era cantata da Claude Francois. Quanti di noi lo ricordavano? Ci ha pensato lei a rammentarcelo. O meglio, ci ha pensato il titolo dell’album, che, per molte canzoni, ci ha spinto ad andare a guardare i nomi dei loro autori, ci ha fatto sorgere la curiosità di sapere chi ne era stato il primo interprete. Quanti giovani conoscono Jacques Brel, cantante, autore, poeta, o Charles Aznavour o Gilbert Becaud o Claude Francois?

Sì, ci ha pensato il titolo, perché il fascino della canzone francese è anche il fascino che appartiene a tutte le interpretazioni di questa cantante che non si dona alla musica ma costringe la musica a donarsi a lei.

Non dimentichiamo che la sua formazione viene dal jazz e appartiene proprio al jazz l’appropriarsi della musica, interiorizzarla e trasmetterla non come insieme di note ma come respiro dell’anima. Sì, proprio questo il jazz vuole dalla musica: che ti strappi l’anima e la faccia sua.

Questo Chiara lo sa. Ma lo sa davvero? O non è piuttosto quel suo essere musica che nel jazz deve scivolare inevitabilmente, più che per gli studi affrontati, per una sua sensibilità che in altro modo non avrebbe senso si esprimesse? E’ una scelta o non piuttosto un inevitabile andare sull’onda della musica alla quale Chiara irrimediabilmente appartiene? Noi crediamo sia lei, lei nel suo sciogliersi in musica, lei nel suo attraversare una musica senza confini.

L.Montù




MISTERI ITALICI

Chiusa la Leopolda, asciugate le lacrime della BellaBoschi e sbattuto Faraone in faccia a Miccichè, Renzino è volato subito subito a Dubai, al richiamo dei bei petrodollari elargiti dagli emiri-omofobi, misogini, integralisti, finanziatori di Daesh, etc. – perché si sa che certi riti parapolitici costano un botto e la pecunia non olet.

Negli U.S.A. è prassi accettata da sempre che ogni ex presidente renda meno traumatico, e più proficuo, il distacco dalla Casa Bianca e dal ruolo di uomo più potente del mondo con giri di conferenze a spasso per il pianeta: di cose da raccontare certamente ne hanno parecchie, ed è comprensibile che la gente accorra, e paghi, per sentirle.

In questa sede non è opportuno aggiungere legna al fuoco acceso dall’aspetto etico del comportamento di un Senatore (!) italiano in carica, per giunta facente parte del governo, che aggiunge al ricco compenso parlamentare prebende elargite all’estero per il suo ruolo di conferenziere, visto che le leggi nostrane gli consentono di farlo.

Quello che invece intriga in questa faccenda sono un paio domande alle quali, per adesso, non c’è risposta.

La prima è capire perché gli emirati abbiano necessità di ascoltare il verbo renziano e, in sottordine, comprendere in che lingua tali conferenze vengano tenute, considerando che l’inglese parlato dal Nostro è assai prossimo a quello di un qualunque custode di armenti dell’Uttar Pradesh, che a domanda posta in inglese risponda: Ai onli spik Urdu!

La platea di giovani virgulti arabi biancovestiti, frutto dell’alta società quando non appartenenti alle famiglie reali, è formata da laureati delle più prestigiose università britanniche… che cosa possono imparare o approfondire decifrando il parlato dell’enfant prodige di Rignano? Sfoggerà il look dei suoi stilisti preferiti, Volta&Gabbana?

La seconda domanda riguarda il tema di queste conferenze: ma di che caspita parla? In verità l’argomento della conferenza stavolta lo si sa, grazie al Fatto Quotidiano, di solito ben informato: “Il governo del futuro. Una roadmap per la prosperità globale.” L’argomento è di grande impegno, ma la presentazione della tabella di marcia del cammino da fare per arrivare alla prosperità globale è pretenziosa assai.

Se Matteo Salvini ha, o meglio aveva, alle spalle la Bestia come supporto per la sua campagna elettorale infinita, è lecito supporre che il Matteo toscano avrà alle spalle una folta schiera di scrutatori di palle di cristallo capaci di decrittare gli algoritmi del Padreterno, di astrologi, maghi e cabalisti, forse anche la reincarnazione di Nostradamus.

Per noi che ormai lo abbiamo imparato a conoscere a nostre salatissime spese, e che da questa esperienza usciamo incattivi e maligni, riesce spontaneo e quasi ovvio pensare che le sue conferenze vengano richieste da persone che, pur espertissime di raffinate trappole logiche per tradizione e cultura, sentano la necessità di far proprie le virtù e le conoscenze dell’approccio di Renzi, ruspante e sbrigativo, grezzo ma funzionale, all’arte del doppiogiochismo, della piaggeria, della slealtà, dell’incoerenza sistematica portata avanti con impudenza, amoralità, boria e alterigia senza pari, talmente sfacciata da lasciare la controparte basita, senza parole e indifesa.

La povera Europa goffamente tenta di rafforzarsi in una unione di paesi che per secoli si sono straziati in conflitti atroci e che tuttora sono in realtà divisi da posizioni inconciliabili dovute ad osceni rigurgiti ascrivibili ai peggiori anni del secolo scorso.

In questa penosa situazione la vecchia signora finirà schiacciata dalla potenza numerica, economica ed organizzativa dei cinesi e colonizzata da un islamismo sempre più agguerrito e determinato, che alla ferocia terrorista affianca una politica all’apparenza più moderata, che però non nasconde certi aspetti subdoli che l’insegnamento comportamentale dato da Renzi, ma non soltanto da lui, fa passare da sofismi levantini a concreti atti aggressivi.

Che sia porcellana di Sèvres o di Herend, antico e bellissimo, sempre vaso di coccio è, povera Europa!

Kazzandra




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Merluzzo gratinato 

Ingredienti:

4 filetti di merluzzo, 50 gr di pangrattato, 30 gr di farina di mandorle, 2 cipollotti, 1 cm di zenzero, 1 cucchiaino di zeste di limone, 1 bicchiere di vino bianco, 1 cucchiaio colmo di erbe aromatiche tritate (prezzemolo, rosmarino, origano fresco), 1 cucchiaio di olive taggiasche, 3 alici sott’olio, q.b. di olio evo, sale e pepe

Preparazione:

tagliare in tranci i filetti di merluzzo e metterli in un contenitore a marinare con mezzo bicchiere di vino bianco, le zeste di limone, lo zenzero tritato, un filo d’olio, sale e pepe. Fare rosolare i cipollotti con olio e alici, unire il pangrattato e la farina di mandorle e fare dorare, sfumare con il vino e aggiungere il trito aromatico, tenere sul fuoco fin quando il composto si asciuga. Ungere una pirofila e sistemare i tranci di pesce dopo averli panati bene con il composto di pangrattato, condire con olio e unire le olive, infornare a 200 gradi per circa 20 minuti fin quando si forma una crosticina dorata. Servire caldo accompagnato da insalata di patate condite con le erbe aromatiche usate per il pesce.




L’ABERRAZIONE DELLE SPOSE BAMBINE

 

Sono giovanissime, bambine innocenti che vengono date in spose a uomini più grandi per vari motivi, il padre-padrone decide per loro, sono oggetti di scambio che non hanno alcun valore. Per pochi dollari spesso o per colmare un debito familiare, ogni anno nel mondo 12 milioni di bambine e ragazze, al di sotto dei 18 anni, vengono date in sposa. In Bangladesh, Mozambico, Repubblica Centro Africana, Niger e Sudan più del 40% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni sono sposate. Ma questo orrendo fenomeno si sta diffondendo anche in altri paesi del mondo, luoghi in cui la povertà e il degrado raggiungono livelli di disperazione generale.Nonostante le leggi e le norme nel mondo proferiscano che le donne e le ragazze abbiano gli stessi diritti degli uomini e dei ragazzi e che debbano essere trattate equamente, ogni giorno questi diritti vengono violati con violenze, stupri e femminicidi che inondano la terra di una coltre rossa di sangue innocente. Basta fermarsi a pensare a quante ragazze nel mondo crescono affrontando continue sfide; dal sopravvivere a gravidanze precoci, al non poter andare a scuola, a non avere il diritto di scelta sul proprio corpo, al non poter scegliere chi sposare e quando. “A 13 anni, quando frequentavo la scuola primaria mi hanno obbligata a sposare un uomo molto più grande di me, di 30 anni. Ho vissuto con quest’uomo per un po’ ma non andavamo d’accordo per la differenza di età. Ho provato a scappare molte volte, ma ogni volta, mio padre mi riportava da lui. Non avevo scelta se non accettare tutto questo. ” La storia di Aisha è una tra milioni di storie che oggi accadono nell’indifferenza del mondo, a 13 anni è rimasta gravida e a causa dell’anemia non riusciva più a fare le faccende di casa, per questo il marito la picchiava ogni giorno fino a procurarle un aborto e una lesione che poi l’ha uccisa. Quante vittime si devono avere prima di fare qualcosa? Domani celebreremo nuovamente il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita partendo dall’assunto che la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani. Tale violazione è una conseguenza della discriminazione contro le donne, che inasprisce le disuguaglianze di genere e questa data segna anche l’inizio dei 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere che precedono la Giornata Mondiale dei Diritti Umani celebrata il 10 dicembre di ogni anno, proprio per sottolineare che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani. Comunque credo che fino a quando non venga istituita una legge internazionale apposita che vieti i matrimoni forzati delle bambine, ci saranno sempre queste storie aberranti che nessun essere vivente dovrebbe mai vivere, e fin quando il mondo continuerà a permettere certi scempi, l’uomo non avrà che prendere atto della propria orrenda brutalità senza fine. Forse solo quando smetteremo di celebrare il 25 novembre si potrà davvero pensare ad un’equità di genere, forse…

Graziana Iurato