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La Modica di Enzo Belluardo




UNA MOSTRA DELL’ANIMA

È stata inaugurata il 19 marzo, a Ragusa, alla galleria Soquadro, la mostra dal titolo “De animis mundi”.

La mostra, curata da Eleonora Aimone, vede esposte le opere di quindici artisti locali e non, che rielaborano, secondo la loro visione intima e profonda, il concetto filosofico dell’anima.

C’è la visione della pittrice Alessia Armeni, che con i suoi “Piccoli angoli”, due oli dalle piccole dimensioni, esprime la personale idea dell’ES; le sfumature, infatti, e i tagli netti dati da linee rette di colore vivido, fanno intuire che dietro al quadro stesso si estenda un mondo infinito da scoprire e sondare. E ancora, Elisa Muliere, che con l’opera dal titolo “Dancing” porta lo spettatore in un mondo pieno di colori; le spesse pennellate lo fanno “ballare”, trascinandolo in un’altra realtà dove tutto è pace e luce, fino a farlo diventare esso stesso colore e parte del quadro.

Presenti anche le opere di alcuni fotografi, come per esempio uno scatto di Giuseppe Giordano, giovane artista ragusano, che con l’opera dal titolo “Oltre Maya” approfondisce il tema a lui caro e, come egli stesso suggerisce, del concetto filosofico schopenhaueriano del velo di Maya, cioè, l’impossibilità dell’uomo di vedere la verità delle cose perché un velo ne ostruisce la visione limpida e cristallina; Maurizio Cugnata, con una stampa analogica ai sali d’argento dal sapore antico, dona allo spettatore un frame di un’opera teatrale con tre figure presenti sulla scena, opache, raddoppiate e sfocate, mute e statiche con un solo occhio fisso, che lo scrutano fin dentro l’anima; Daniele Cascone, con il dittico “Two movements”, ritrae in due piccole fotografie collegate da un sottile filo di congiunzione, una donna in total white, agghindata con un velo ricamato in testa che scende fino a coprire solo il seno destro, lasciando dunque scoperto il sinistro, quello del cuore.

Gli artisti, insieme a tutti gli altri presenti nella mostra, hanno accolto il tema perché, ora come non mai, è fondamentale riuscire a trovare una connessione profonda tra anima e corpo, riuscire a riconnettersi alla spiritualità presente in ognuno di noi che però questo mondo, stravolto e deturpato, e questa società, frivola e priva di contenuti di spessore, ha lasciato dietro le spalle. Forse, se si lasciasse più spazio agli artisti di approfondire la bellezza del manente e dell’immanente, tutto riacquisterebbe il giusto valore.

Valeria Giarratana




Lettera al Direttore

Visto che il presidente russo Putin è stato irremovibile sotto tutti i punti di vista e non ha voluto dialogare con i molti capi di stato disposti a trovare un punto di incontro, per evitare questa carneficina che si sta facendo, non guardando se ci sono  anziani, donne, bambini, bombardando edifici e ospedali dove si trovavano ricoverati bambini ammalati per curarsi (loro gli hanno somministrato l’estrema unzione con le bombe), bombardando le centrali nucleari non curandosi di causare un disastro come a Cernobyl, quando, il 26 aprile del 1986, si verificò l’esplosione  che dissuse radioattività in tutta la zona. Ora, visto che gli ucraini vogliono difendere a tutti i costi la loro terra e, non rendendosi  conto che non possono competere a combattere con i militari russi i quali sono dei veri combattenti addestrati a distruggere tutto sotto la direzione di Putin, che sta sfidando gli altri stati, iniziando da quelli che appartengo alla NATO, anche gli USA stanno sulle spine evitando di intervenire militarmente, per non scatenare la terza guerra mondiale, coinvolgendo tutta l’Europa, l’unica cosa che in questo momento sta facendo sono le sanzioni imposte verso la Russia, che si trasformano in guerre economiche, ma solo per la gente qualunque, non certo per i ricchi e potenti, che tanto loro  sanno cavarsela lo stesso, e gli unici che si trovano in piena crisi in questo periodo siamo noi europei, per la fornitura di gas e carburanti. Non so se gli occidentali, mandando armi agli ucraini si stanno comportando bene. Mi sembra invece che stanno contribuendo ad aumentare l’agonia degli ucraini, che invece si dovrebbero convincere di non poter competere con l’armata russa e con la dittatura di Putin, che sino ad oggi per questa invasione ha impiegato la decima parte delle sue forze militari Penso che, se avesse voluto davvero radere al suolo l’Ucraina, l’avrebbe fatto nel giro di una settimana, affiancando a tutti questi militari altri presi dall’armata russa, facendo il triplo di carneficina che ha fatto in quindici giorni.

Ora visto, che i dittatori vengono giudicati e condannati per crimini di guerre dopo aver fatto uccidere tanti civili, invece si dovrebbe dare pieno potere ai giudici del tribunale dell’Aia, per poter intervenire a giudicare e condannare chi sta facendo crimini e genocidi verso l’umanità, oppure mettere delle quantità sostanziose di denari per delle taglie verso di loro, e fargli fare la fine che hanno fatto Gheddafi, Saddam Hussein, e Bin Laden.

Distinti saluti

Giovanni Amore

Caro lettore,

se il mondo funzionasse come crede lei, darebbe un’ottima cosa. Peccato però che non sia così




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Il polpo e la sua maionese

Ingredienti:

1 polpo da 1 kg, 1 carota, 1 costa di sedano, 1 cipolla, 2 spicchi d’aglio, 2 foglie d’alloro, 1/2 bicchiere di vino bianco, q.b. di olio di semi di girasole, succo di limone , buccia grattugiata di limone, 1 cucchiaio di miele (facoltativo), 10 patate novelle

Preparazione:

Fare bollire il polpo in acqua aromatizzata con sedano, carota, cipolla, vino  e alloro. Appena cotto, asciugarlo con carta da cucina e metterlo da parte. Togliere gli aromi dall’acqua di cottura e farla ridurre fino ad ottenere circa 100/150 ml di liquido, farla raffreddare e con un mixer o un frullatore a immersione montarla unendo l’olio a filo come per la maionese; quando si addensa unire il succo di limone e tenere in frigorifero fino al momento di usarla.  Cuocere le patate a vapore con tutta la buccia, tagliarle a metà senza arrivare al fondo e condirle con un pizzico di sale. Riscaldare a fiamma viva una piastra, ungerla appena di olio e arrostire il polpo. Volendo si può caramellare spennellando i tentacoli con il miele. Quando il polpo é arrostito, sistemarlo sul piatto da portata, contornarlo con le patate e condirlo con la sua maionese e la buccia del limone.

 




Versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

C’è un gran Belìn

di nome Putin.

 

È Putin un somaro

più unico che raro.

 

L’ideologo di Putin

è un nuovo Rasputin.

 

Solo chi comanda

guida la banda.

 

La guerra dello Zar

si trova in alto mar.

 

Tutte le guerre storte

seminano la morte.

 

Ogni fede

in guerra cede.

 

Il pacifista

è un idealista

con grande cuore

ma senza vista.

 

Quello che ora accade

è che il mondo

tacendo cade.

 

Se il mondo tace

riposa in pace.

 

Senza pace

l’uomo è incapace.

 

Ci vuole un fisico bestiale

per accettare un nuovo ordine mondiale.

 

Più tardi, spesso

è molto meglio di adesso.

 

Finalmente ho capito:

sono troppo intelligente

per capire ciò che capisce

la maggioranza della gente.

 

Il mio più fido recesso

è il cesso.

 

 

 

 

 

 

 




UNA PREGHIERA ANTICA

Pomeriggio del 17 marzo alle 17. Per chi ha ascoltato la Lectio Magistralis dell’Abate benedettino modicano Vittorio Rizzone su “Ipotesi e interpretazione di un’antica preghiera” incisa su pietra e ritrovata sul monte Margi nel 1977, c’è stato tanto da conoscere. Per qualcuno non è stata solo un’avanzatissima indagine archeologica, ma un’illuminazione: ha fatto partire collegamenti con i tanti cassetti cerebrali che conservano letture, esperienze, idee latenti eppure vivide.
Ma andiamo per ordine. Dopo i saluti e le introduzioni dell’Assessore Monisteri, del professore Giovanni Di Stefano e del dott. Domenico Buzzone sul ritorno di questo reperto al Museo Civico di Modica e sul ruolo del Parco archeologico Ibleo, Vittorio Rizzone ha tradotto dal greco del IV – V sec. d.C. il testo inciso su entrambe le facce della lastra che ha le caratteristiche del phylakterion, epigrafe magico-protettiva che mescola insieme ortodossia (Gesù Cristo, Arcangeli) e figure eterodosse dai nomi che esulano anche dalla Cabbalah (Uriel, Mou Moukathalouichanda, Eeisdramel, Louil).
Il suo carattere esorcistico a scopo profilattico serviva a rendere fecondi la vigna, l’uliveto e il fondo coltivato a frumento di un tale Pietro, dove la lastra era sepolta, è esaltato dal duplice plìthunon (moltiplica) conclusivo e dai carakteres simili al segno cristologico (croce lobata), al lauburu basco e alla svastica dell’antico sanscrito, simboli apotropaici e, insieme, decorativi.
La lastra litica di Modica si affianca a quelle affini trovate nel territorio ibleo (Comiso, Noto), alle lastre metalliche arrotolate con incisi filatteri edefixiones che erano invece maledizioni, e attestano una cultura antropologica sincretica: dovevano proteggere o decretare la rovina dei destinatari invocando entità benefiche o malefiche; erano sicuramente commissionate a stregoni che pescavano nel crogiolo di religioni ed eresie mediorientali dualistiche (Zoroastriane, gnostiche) per dare una copertura totale al committente. Il culto cristiano sommato a eresie angeliane dell’immaginario popolare a fini utilitaristici nell’ altopiano modicano suscita curiosità e, contemporaneamente, la certezza che l’umanità spera sempre nell’aiuto dall’alto (o dal basso) per soddisfare i suoi bisogni terreni. Tutto qui, niente Arconti ed Eoni né complicate angelologie da Dionigi l’Areopagita. Solo vivere al sicuro e nel benessere; la pagnotta o poco più.
Eppure, mentre l’oratore spiegava, confrontava e ampliava l’argomento, nell’aria della Sala e tra parole arcaiche, sembrava che si alzasse il sipario del Tempo, e il soprannaturale venisse in contatto con le menti per vie inusitate. Sarà stato l’Infame Basilide?
Istruzioni per l’uso: andare al Museo Belgiorno di Modica dal 27 marzo al 30 ottobre e vedere l’effetto che fa.

Marisa Scopello




A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

Nel costeggiare una spiaggia vediamo di un ragazzo che, gridando, agita le braccia per richiamare la nostra attenzione; è una specie di autostop marino che gli permette di salire sulla nostra barca.
“Mi potete lasciare a Respa, se passate da lì?“

Ne sono contenta, anche io voglio fermarmi in questo municipium che assumerà tra molto tempo il nome di Molfetta.
“Mi chiamo Turiano e sono nipote di un personaggio locale, famoso per essere un filosofo del cibo. Per lui sono andato a raccogliere erbe aromatiche e vegetali che crescono lungo questa costa. Sono custoditi nelle mie bisacce e serviranno per preparare un banchetto.”
“È un Deipnosofista? Come si chiama? – chiedo interessata.
“Trimalchionide Trizii, lui e i suoi amici esercitano da tempo l’arte del mangiare bene.”
Incredibile, conoscerò questi artisti-filosofi della cucina in terra di Puglia, eredi di  Archestrato di Gela, siciliano come me, considerato il padre della dieta mediterranea.
Navigando verso Respa, gli chiedo informazioni sullo zio e i suoi amici e, naturalmente, gli dico chi sono. Lui li descrive in modo sintetico esaltandone le qualità creative e la loro fedeltà ai dettami del maestro di Gela.
Intanto entriamo nella rada riparata da un isolotto oblungo che protegge navi e barche ormeggiate all’interno. Si vedono templi e grandi tripodi da cui si innalzano fuochi segnaletici per i naviganti.
Salutati i marinai che ci hanno portato fin lì, sbarchiamo sull’isola, animata dalle voci dei pescatori che vendono il frutto della loro fatica quotidiana: alici e altri pesciolini disposti su letti di lattuga di mare dentro le ceste, piccoli polpi dai tentacoli arricciati, patelle e cozze, gamberi e gamberoni. L’odore di mare è intenso e invitante.
Io e Turiano seguiamo gli schiavi che portano la spesa verso un colonnato da cui provengono voci e musica strumentale; distinguo l’aulòs, la cetra, la siringa e i crotali ben accordati tra loro.
Si avvicina un elegante signore che, dalla descrizione, identifico con lo zio di Turiano; è bruno di pelle, pelato, con occhi neri, penetranti e attenti. Turiano gli consegna le bisacce, lui incorona di ulivo le nostre teste e ci invita a sederci sui cuscini sparsi lungo il perimetro del patio, poi chiama i suoi amici che stanno intrattenendo altri ospiti. Turiano gli spiega chi sono e, mentre mi guardano come un portento, si accomodano con noi battendo le mani per far arrivare le portate.
“Io discendo da Miteco, altro deipnosofista, e porto il nome di Odipòros, il viaggiatore.”

Conosco nella vita reale un Pellegrino (Rino) di Molfetta, sarà un suo discendente? Stessa altezza, stessi occhi glauchi, stesso sorriso sornione….
“L’amico alla mia sinistra si chiama Labduco. Tutti e tre abbiamo dato vita a questo posto per diffondere le nostre idee sul piacere del cibo sano e i nostri banchetti ne sono la prova. Gusterai una cucina quanto più possibile fedele alle quattro radici del Tutto, Aria, Acqua, Terra, Fuoco. Stasera sentirai il mare nei pesci crudi, la terra nelle erbe selvatiche (nepeta, asparagi, sedano marino,
muscari), l’aria nelle uova di quaglia e pernice, il fuoco nel pane tostato sulla brace e condito con olio e origano. Bevi il vino al miele che infiamma cuore e mente dalla coppa comune. Alla fine assisterai al gioco del còttabo nel quale Labduco è un vero campione. Sii felice di questa esperienza fuori dal comune all’insegna della Sapienza. – e mi indica una civetta su un trespolo che guarda dall’alto e dalle ombre sempre più lunghe intorno al patio.
Non ho mai mangiato polpi crudi, ne scopro adesso la dolcezza sapida della carne gustosa di mare, diversa da quella dei gamberi, delle cozze e delle patelle. Tutto crudo, tutto sopraffino. Le uova sgusciate e cotte con i muscari (lampascioni) e gli asparagi dal gusto dolce amaro sono un invito a gustare l’altro connubio terra e acqua: filetti di triglia cotti nella purea di ceci e sedano marino in armonico equilibrio. E si beve dalla coppa comune mentre viene intonato un inno ad Atena.
Una cena che non dimenticherò dal momento che mi è parso di vivere tra le figure nere di una hydria della Magna Grecia.




LA GUERRA DEI BAMBINI

 

Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite qualche giorno fa, un milione di persone ha già attraversato i confini per lasciare l’Ucraina, numero che non include gli sfollati interni che sono ancora nel paese, infatti le proporzioni di questa fuga della popolazione ucraina potrebbero portare alla più grande crisi di rifugiati del secolo in Europa. 

Ma un dato davvero molto rilevante, riguarda soprattutto i bambini: infatti sono loro i più colpiti da questa assurda e ignobile violenza; basti pensare che da un giorno all’altro milioni di famiglie si sono ritrovate senza più una casa sicura e senza quella libertà che gli consentiva di vivere una vita normale. Di punto in bianco, tantissimi bambini sono stati privati del proprio letto caldo, della scuola, del conforto degli amici e ancor peggio molti di loro hanno dovuto abbandonare i propri genitori per mettersi in salvo con un parente o un conoscente e affrontare un lungo e tortuoso viaggio verso un paese nuovo e sconosciuto. Traumi, separazioni, paure che nessuno dovrebbe mai vivere, tantomeno un bambino! “Save the Children”, in un recente rapporto sulla guerra in Ucraina, ha rilevato che almeno 400.000 bambini sono stati costretti ad abbandonare il paese per cercare la salvezza in altre nazioni. Non hanno più niente con sé, molti sono fuggiti con solo i propri vestiti addosso e ora sono esposti al rischio di fame, malattie, violenze e abusi.  Le temperature invernali inoltre mettono in serio pericolo la vita di centinaia di migliaia i bambini, che se non muoiono per le bombe, rischiano di morire di freddo, infatti le famiglie in fuga spesso portano con sé il minimo indispensabile, cercando un rifugio che spesso non si trova ed è risaputo che rimanere esposti al freddo invernale per molto tempo non è certamente un’esperienza che il corpo può sostenere a lungo. Molti di questi piccoli corpi vengono feriti da schegge o da proiettili vaganti, come il caso di Sasha (Alexandra), la bambina ucraina di nove anni che ha perso un braccio a causa della guerra. Viveva a Hostomel, un sobborgo di Kiev. L’auto in cui si trovava insieme alla sua famiglia (la madre, la sorella e il patrigno), in fuga dall’inferno della guerra, è stata colpita (a Bucha) da una raffica di proiettili partita da un carro armato. Il patrigno è morto, e Sasha ha perso un braccio. Quando ha ripreso conoscenza si è chiesta perché i russi le avessero sparato, ma la mamma è subito ripartita con lei alla volta dell’Italia. Adesso è stata ricoverata a Roma, all’ospedale Bambin Gesù, dove ha già affrontato degli interventi preparatori per la protesizzazione del braccio, infatti a Roma si spera di impiantarle un “braccio nuovo” che le permetterà di rivivere nuovamente.

La storia di Sasha è solo una delle centinaia di piccole vite che in queste settimane stanno subendo ogni sorta di orrore, e noi, di fronte a questi piccoli visi stanchi che compaiono nei reportage, siamo inermi, ci sentiamo impotenti e nello stesso tempo increduli che nuovamente e ancora quell’orrore sia ricomparso e faccia vittime civili senza alcun minimo indugio.

Graziana Iurato




L’INTRAMONTABILE PLAUTO

Inganni e beffe sono il sale che dà gusto alle “palliate” di Tito Maccio Plauto, autore geniale e attore di Sàrsina sempre presente sulla scena dei teatri anche odierni, come sanno gli spettatori che il 12 e il 13 marzo hanno assistito all’Anfitrione nel Teatro Garibaldi di Modica, con Franco Oppini, Debora Caprioglio, Giorgia Guerra, Lorenzo Venturini e Federico Anelli, diretti da Livio Galassi.
Recitando l’Argumentum in latino, Debora Caprioglio dà il via al carattere ludico della rappresentazione comica. In realtà non è la classica palliata, come dice Mercurio nella sua azione prologante, ma una “tragi-commedia” dato che ad agire con gli umani ci sono pure gli Dei, Giove e Mercurio, re dell’Olimpo e gran puttaniere il primo, il secondo protettore dei commerci e, non a caso, dei ladri.
Giove-Anfitrione, in una notte di stelle immobili, con Orione e Venere e la Luna e le Pleiadi incollate alla volta celeste, una notte resa infinita per godersi Alcmena, ordina a Mercurio-Sosia di proteggere la casa dall’incursione del vero Sosia, inviato dal vero Anfitrione per annunciare il proprio ritorno dalla guerra con i Telèboi. Ne ha origine uno dei dialoghi più godibili ed effervescenti dell’opera: Sosia si incontra e si scontra con se stesso perdendo miseramente.
La notte degli equivoci divini ha regalato gioielli linguistici: Sosia, da nome proprio, è diventato per antonomasia il termine che indica l’identicità tra due persone, come pure Anfitrione è il perfetto padrone di casa…
Plauto è grande per tanti altri motivi, primo fra tutti l’invenzione del metateatro e i suoi personaggi, invece di restare confinati all’interno del palco, “sfondano” la quarta parete e si rivolgono direttamente al pubblico coinvolgendolo nella beffa; Sosia  smarrito chiede dove abbia perso se stesso (anche noi spesso ce lo chiediamo invano) senza ottenere risposte. Uomini e Dei, ruffiani e vittime; chi può fare e disfare a proprio piacimento, chi deve solo reggere il moccolo e accettare piegando il capo.
Nel cast, a fare da mattatore, è Franco Oppini, esperto nella comicità del nonsense da ex Gatto di Vicolo Miracoli: si muove con grande padronanza sulla scena nel duplice ruolo di Giove e Anfitrione mimando scontri e scazzottate mentre si esalta per le doti di magnifico cornuto e cornificatore oltre che per la nascita dei gemelli “diversi”, il figlio divino Ercole e l’altro anonimo umano, a braccetto nella certa incertezza del fato.
E Alcmena? Fedifraga inconsapevole, si prende tutte le rivincite insieme alle altre donne plautine che odorano di cannella come Càsina, le serve astutissime e le cortigiane assatanate.
Nei tempi grami in cui siamo costretti a vivere tra echi di guerra, applaudire la rappresentazione comica della paura di Sosia confrontandola con lo smarrimento attuale nei confronti del Potere e dei suoi giochi, aiuta a trascorrere una serata col sorriso, nella speranza che le fantastiche balle plautine esorcizzino altri mali.

Marisa Scopello




Guerra