1

La Modica di Enzo Belluardo




E ORA C’È S.GIORGIO…

Il covid c’è ancora, questo non lo possiamo dimenticare. Certo, per chi ha fatto un regolare ciclo vaccinale è meno pericoloso, spesso non dà nemmeno sintomi, però condiziona comunque la vita delle parsone costringendole all’isolamento, quindi a restare a casa dal lavoro, a saltare impegni che potevano essere importanti, insomma, per quanto lo si possa desiderare, uccide di meno ma contagia di più, non lo si può certo ignorare.

Nonostante questo, le feste di paese nella provincia di Ragusa sono state riprese alla grande, come la processione del Cristo Risorto a Ispica, la Madonna Vasa Vasa a Modica e il Gioia a Scicli, tanto per citarne alcune delle più conosciute, non solo, ma, mentre la tradizione prevede che la Madonna Vasa Vasa si svolga la mattina, quest’anno si è deciso di ripeterla la sera, e non certo in omaggio a una tradizione che non esiste.

Ecco, già ci è parso imprudente riprendere questo tipo di feste con l’inevitabile assembramento che creano in un periodo in cui il covid è forse meno violento, almeno per i vaccinati, ma non certo meno contagioso, anzi, ci è sembrato ancora più imprudente, e tra l’altro nemmeno molto sensato perché la tradizione non ci pare proprio l’abbia mai previsto, di reiterarle la sera.

Ancora una volta ci vien da pensare che la pandemia, con la relativa crisi economica che le si è accompagnata, non abbia inciso solo sulla salute delle persone, ma abbia colpito in qualche modo la mente della maggior parte di noi, portando conseguentemente uno sconvolgimento che ha inciso non soltanto su alcuni di noi ma sulla società intera.

Già un aumento dei contagi si è verificato, comunque forse è ancora presto per sapere fino a che punto questi assembramenti abbiano portato al loro incremento in provincia, ma non possiamo fare a meno di pensare a quello che ci è sembrato un monito per tutti noi e cioè che la statua del Cristo Risorto a Ispica si sia sganciata dallo stallo, come a dire: non mi piace essere coinvolto nelle vostre stronzate… le fate e poi vi battete il petto pretendendo che vi risolva tutto io.

LuM




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

I belligeranti

sono infanti

tutti quanti

deliranti.

Le genti

che fanno la guerra

sono terra terra

e poco intelligenti.

Sempre un’arma s’offre

a chi la guerra soffre.

Diamo le armi di difesa

all’Ucraina offesa.

La guerra è l’argomento

dell’universale scontento.

La guerra ha un andazzo

che a tutti ha rotto il cazzo.

Le guerre finiranno

quando tutti schiatteranno

e moriranno tutti

onesti e farabutti.

Peggio di un carnevale

è il nuovo ordine mondiale.

Senza tante offese

andate a quel paese

dell’Europa vicina

che si chiama Ucraina.

Prima che ci pensi la Cina.




QUANDO…

Quando nessun bambino verrà più picchiato, bullizzato, violentato, ucciso da chi si crede possessore e giocatore della sua piccola vita…

Quando ogni donna potrà camminare per strada, lavorare in ogni luogo o stare dentro la sua casa da sola o coi suoi figli senza paura di essere insultata, violentata, fatta a pezzi e poi buttata…

Quando nessuna mamma piangerà trafitta al cuore la morte di un figlio strappato alla vita senza un perché e un figlio invece soffrirà con rassegnazione la propria “vecchia” mamma in punto di morte ascoltando il suo ultimo respiro che lo ha messo per primo in vita…

Quando nessuna mano si alzerà per ammazzare un qualsiasi essere vivente e nessuna bocca fulminerà col suo veleno il più minuscolo degli insetti…

Quando non esisteranno più le armi, le bombe, i carri armati, le navi da battaglia e neppure gli uomini che comandano le loro cattive mosse…

Quando ogni potente si inginocchierà chiedendo perdono e abbasserà lo sguardo sui suoi simili e capirà di non essere niente e di non avere nulla in più di un altro e che è nato anche lui dal grembo di una madre…

Quando il “mare” che abbiamo nelle nostre menti, si aprirà al mondo umano perché ci cammini dentro e non anneghi…

Quando quella croce del venerdì santo non sarà più portata solo da donne e famiglie sofferenti ma da ogni ricco politico o potente pentito per i suoi misfatti…

Quando capiremo tutti che ogni croce deve essere portata ogni giorno come si porta un figlio sulle spalle, con sofferenza e grande amore ma sorretti tutti da una buona società che per spina dorsale non abbia solo quella delle donne ma dell’umanità tutta e insieme, umile…

Solo allora si potrà finalmente festeggiare la resurrezione, prima che in cielo, sulla terra e sorridere alla pace, altrimenti è solo ipocrisia. Perché credere che tutto scompare nel giorno di festa per ridere felici e ritrovarlo il giorno dopo per piangere dei peccati altrui, è proprio mancanza di fede e invece questa resta la nostra unica speranza-

Sofia Ruta




L’acqua si perde per strada… ma tanto paghiamo noi…




IL MERCATO DELLE ARMI

In un momento storico in cui l’Europa è sotto ricatto della Russia per i rifornimenti energetici e la Nato è impotente perché non può intervenire in Ucraina per ovvie ragioni, l’UNICA priorità dovrebbe essere la trattativa per la PACE. Una parola che purtroppo viene scandita solo alle radio, nei concerti, durante la via crucis al Colosseo e nelle manifestazioni in piazza dei civili che di fatto sono i soli che gridano il loro NO chiaro contro la guerra. Ma nei palazzi del potere, tra quei tavoli delle “finte” trattative, invece, non si parla d’altro che di riarmo immediato, il diktat emergente è investire nella “difesa militare”, un riarmo immediato che ha un alibi giustificato stavolta dalla minaccia russa, e da quello che potrebbe ancora accadere. Di fatto nel mondo c’è già da tempo una corsa al riarmo non indifferente e purtroppo anche con la guerra come con la pandemia, specialmente l’Ue paga le sue carenze storiche e si piega a dinamiche e obblighi non sempre comprensibili. Non si capisce poi che cosa c’entri la legittima difesa del popolo ucraino, a cui le armi vengono inviate per non soccombere all’invasore, con la corsa al riarmo che sta infervorando tutti gli Stati europei ognuno per conto suo. Se infatti sommiamo la spesa militare attuale dei 27 Paesi dell’Unione europea (quindi non tutti Nato) otteniamo una cifra pari a quasi 233 miliardi di dollari, più di tre volte superiore ai 62 miliardi di dollari spesi dalla Russia. La guerra, si sa, non è solo un’atrocità immane ma anche un grande giro di soldi per i big della finanza. Infatti il sistema di finanziamento del Programma europeo per lo sviluppo industriale della difesa (EDIDP) è dominato da quattro aziende principali: Airbus, Leonardo, Thales e Indra Sistemas: quattro grandi compagnie proprietà di quattro Stati: Germania, Italia, Francia e Spagna. Aziende parzialmente statali perché tra gli azionisti ci sono anche grandi fondi privati tra cui molti di nazionalità americana. Da notare che l’Italia attualmente spende già 25 miliardi di euro l’anno, più o meno l’1,4% del Pil, e secondo tutti i sondaggi pubblicati nell’ultimo mese, gli italiani condannano la Russia senza riserve ma sono contro l’aumento delle spese militari, sostenendo di non ritenerla una scelta giusta in questa particolare fase storica. Eppure il Presidente del Consiglio Mario Draghi il 1° marzo ha comunicato la decisione del governo di incrementare ulteriormente le spese militari fino al 2% del PIL (3,5% del bilancio dello Stato), provvedimento approvato dalla Camera con un ordine del giorno votato a stragrande maggioranza. Non è un impegno da poco, si tratta di passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno). A mio parere aumentare di 13 miliardi all’anno le spese per l’acquisto di armamenti (li chiamano investimenti per la difesa) quando è già stato previsto un taglio di sei miliardi di euro per la spesa sanitaria per gli anni 2023 e 2024, non è il modo migliore per tutelare gli interessi del popolo italiano, d’altro canto Draghi è stato irremovibile e si è rischiata una crisi di governo fino a quando non è stato trovato il compromesso di spostare al 2028 il raggiungimento di questo infelice traguardo. Non si può davvero trovare il senso di tutto questo, possiamo solo prendere atto del fatto che la politica è chiaramente piegata sempre di più a interessi di mercato e lobby subdole che certamente nulla hanno a che fare con l’etica e la morale che dovrebbero guidare l’opera di ogni politico che giura fedeltà e onore in nome di principi che appaiono solo come una grande beffa ben ordita.

Graziana Iurato




LA MADONNA VASA VASA DI ALESSIA SCARSO

Nella corsa volubile delle nuvole di un Venerdì Santo in linea con questa primavera anomala che sembra non voler decollare, al Castello dei Conti di Modica è tornato “Vasa Vasa”, il bel documentario a.C. (ante Covid) di Alessia Scarso all’interno dell’incontro intitolato “CON/TATTO”. Un’ottima occasione per riflettere sulla frantumazione della società attuale, costretta dai contagi ad annullare relazioni autentiche e vivere un’ingombrante solitudine che sarà arduo rimuovere.
Quella sera di Passione, nel lutto del manto nero la Madonna sotto la croce ha pianto quel figlio col cuore desciliäto, la straziante definizione di Jacopone, nella desolazione di un dolore sconvolgente. Nei fotogrammi della Via Crucis, scanditi dal ritmo ossessivo del tamburo che batte la sistole e la diastole del mistero d’ombra e di lutto, si insinua la speranza cristiana della resurrezione; e sarà proprio la Madre a diventare protagonista modicana del contatto, dei nuovi baci considerati poco prima impossibili, finiti, ripetuti tra gli angoli della città bassa. Non si è mai sazi della gioia della rappresentazione che Alessia ha montato con la sensibilità (che è tanta) di narratrice per immagini ispirandosi alle “Tre madri” di De André, a preghiere e canti popolari antichi. La festa secolare si fa risalire alla metà del sec. XVIII da documenti studiati dal prof. Uccio Barone, sebbene un secolo prima si parlasse già di una statua animata. Vasa vasa. Gioiosa lettura modicana di un incontro, un contatto tra madre e figlio fuori dai vangeli canonici, punta su un aspetto oggi più che mai importante nel titubare dell’umanità scissa, spesso in conflitto e in guerra, perduta nell’apparenza di pseudolegami, l’umanità disabitata, assente e narcisistica dello psicologo Sandro Vero, composta di individui, non di persone.
Dovremmo risvegliarci ispirandoci alla caduta del mantello nero, al volo delle colombe che aprono alla prospettiva nuova, uscendo dagli assolo per tornare a “suonare” con gli altri ed eseguire concerti nei golfi mistici ricostruiti di tutto il mondo. Utopia forse, ma basterebbe crederci.

Marisa Scopello




A tavola con gli dei (a cura di Marisa Scopello)

Eccomi alla nuova tappa del mio viaggio, Taranto. Città ricca, fondata nell’VIII secolo dagli Spartani col nome di Taras, polo culturale della Magna Grecia in posizione strategica nel golfo omonimo.
“Visiteremo luoghi significativi come la tomba degli atleti che vinsero molte Olimpiadi e gare nei giochi ateniesi consacrati a Pallade; al centro della camera c’è l’anfora panatenaica, il premio vinto da essi, i sarcofagi sono disposti lungo le pareti come le klinai, i letti conviviali dell’andròn, la sala riservata agli uomini per banchetti e simposi. Gli aristocratici della città greca erano molto ricchi, ma dopo le quinquennali guerre pirriche che hanno decretato l’egemonia romana, hanno subito una perdita grave del loro potere. Restano comunque perenni la loro cultura, il senso estetico e l’amore per il teatro.”
“So che il latino Gneo Nevio nel III secolo scrisse una fabula palliata dal titolo “Tarentilla” che, con sottile polemica, esaltava la libertà di uno schiavo greco rispetto a quella di un libero cittadino romano. In particolare mi ha colpito il gioco erotico della protagonista femminile, la ragazza di Taranto, che stuzzicava uno col piede ammiccando a un altro, concedendosi a tutti per gioia di vivere – mentre lo dico ho in mente un momento della danza pugliese chiamata “Taranta”, orgiastica e scatenata, dalle radici antiche ma fuori dalla portata di comprensione per il tempo di Labduco.
Lasciamo i cavalli nella stazione di posta e visitiamo la città fino al porto. Sento l’odore del mare e in lontananza vedo i delfini saltare e rincorrersi giocosi. Mi mancava il mare e, di conseguenza, il gusto del pesce. Qui le cozze sono le regine della tavola e andiamo a mangiarne in una taverna. Grandi tegami colmi di questi frutti di mare stanno stufando con aglio, prezzemolo e olio; delle laganae concave, antenate delle orecchiette, vengono aggiunte e amalgamate alle cozze per assorbirne il sugo sapido; a coronamento, il tutto viene arricchito di pepe e basilico molto aromatico. Signori, mi hanno servito il Mediterraneo! Poi polpo grigliato e condito solo con succo di limone e olio, come piace a Labduco e ai princìpi dei deipnosofisti. Infine andiamo a passeggiare lungo la costa. Avrei voglia di entrare in acqua, calda e invitante, ma non so come potrebbe reagire Labduco, perciò mi astengo e penso alla spiaggia egiziana dove non avevo remore insieme a Zenone, che spesso viene ancora a visitare i miei sogni.
“Prima della conquista romana avvenne qui un episodio curioso: i tarantini catturarono una nave romana in perlustrazione. Alcuni ambasciatori, guidati da Postumio, si recarono a Taranto per ottenere in consegna i responsabili, furono ricevuti nel teatro e vennero scherniti per la loro difficoltà a parlare in greco. A un certo punto, un tale di nome Filonide si sollevò la veste e urinò sulla toga di Postumio il quale reagì dicendo che i Romani avrebbero lavato col sangue dei tarantini la toga sporcata da Filonide. I Romani conquistarono Taranto ma Filonide diventò un modello di orgoglio e resistenza. Conoscevi tale storia?”

“No, ma ora capisco perché il detto tarantino Ti piscio in testa è un’offesa molto sentita in questa città! Ma senti, stasera ci fermiamo qui a cena e per dormire?”
“Sì, riprenderemo domani all’alba il nostro viaggio per Sibari. Ti sta bene se mangiamo solo ortaggi?”
“Stamattina, ho visto al mercato i cetrioli. Anche una semplice insalata va benissimo…”
Cena tarantina con insalata di cetrioli e olive in salamoia; rimando alla godereccia Sibari i piaceri della tavola. E Labduco, finalmente, non potrà impedirmi pietanze ricercate.




le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Finocchi gratinati

Ingredienti:

6 finocchi, 1 cucchiaio colmo di capperi, 10 olive nere, 50 gr di formaggio grattugiato metà pecorino, metà parmigiano, 1ciuffo di prezzemolo, 1 ciuffo di dragoncello, 1/2 spicchio d’aglio, 100 gr circa di pangrattato leggermente tostato, q.b. di olio evo, sale e pepe

Preparazione:

Tritare le erbe aromatiche, i capperi e le olive, unirle al pangrattato e ai formaggi e mescolare bene, aggiungere l’aglio tritato finemente. Affettare i finocchi, condirli con olio, sale e pepe e sistemarli in una teglia unta con olio e pangrattato amalgamarli con il composto aromatizzato e infornare a 200 gradi per circa trenta minuti, fin quando si forma una crosticina dorata. Servire come contorno o secondo.




PROFUGHI DI SERIE A E PROFUGHI DI SERIE B

In questi giorni gli italiani stanno facendo a gara per offrire ai rifugiati ucraini ospitalità, viveri, aiuti di ogni genere. Qualcuno ha malignato che lo fanno perché gli ucraini sono bianchi con gli occhi azzurri… e forse non era solo una malignità. E’ un fatto che oggi gli italiani tendano a considerare i profughi africani alla stregua di invasori, mentre quelli ucraini come persone (ripetiamo: persone) bisognose di aiuto.

Si sostiene che i profughi africani sono gestiti dalla malavita e questo è vero, ma è anche vero che su quelli ucraini già sono calate le grinfie dei trafficanti di bambini. Perché dunque non distinguere i profughi dalle organizzazioni malavitose che li vogliono gestire?

Probabilmente si pensa che l’accoglienza nei confronti dei profughi ucraini sia cosa di breve periodo e ci si sente confortati dal fatto che si parli fin d’ora di collocazione degli stessi nei vari paesi europei. Invero per gli africani l’accoglienza da parte dell’Europa è stata prevista in varie risoluzioni dell’Unione, ma queste risoluzioni non sono mai state attuate.

Certo, l’Unione colpe ne ha molte nei confronti sia dei migranti che dell’Italia, primo porto d’approdo per chi affronta un viaggio lunghissimo, irto di pericoli, che molto spesso finisce, con la vita, in mezzo al mare.

Forse hanno il loro peso le trasmissioni televisive, i titoloni sui giornali su questa guerra che, per carità, ci terrorizza tutti, ma è evidente che distrae da altri drammi, da altre storie altrettanto ricche di drammaticità. O forse perché sono storie che accadono ogni giorno? Come quella di Lireta Katiaj o quella di Kauna e suo fratello che ci capitò di presentare anche su questo giornale. Sono storie raccapriccianti che non possono lasciare indifferenti esseri umani come noi. O forse noi esseri umani non lo siamo?

Il problema principale però, crediamo, che ci fa porre con un diverso atteggiamento nei confronti di questi ultimi è che su questi non possiamo esercitare un reale controllo, perché sono troppi e gravano tutti sulla nostra economia che, lo sappiamo bene, tanto florida non è. Lo Stato li ha abbandonati a se stessi dal momento in cui sono usciti dai centri di raccolta, quindi, inevitabilmente, sono finiti nelle mani o di sfruttatori o della malavita, finendo per rappresentare una popolazione a sé, incompresa, non accettata.

Molti ucraini oggi parlano di voler tornare in patria, perché una guerra finisce mentre un paese sfruttato, schiavizzato, vessato in tutti i modi come sono tanti paesi africani (e, non dimentichiamolo, chi questi paesi li ha sfruttati siamo stati proprio noi europei) resterà così chissà fino a quando, alla sua gente che è riuscita a fuggire forse non si presenterà mai uno spiraglio che possa dare la speranza di tornare. Eppure quanti vorrebbero tornare! Ma senza andare a morire!

Oggi abbiamo scatenato la nostra generosità. Ma quanto potrà durare? Quando cominceremo a pensare che questi profughi ucraini sono troppi, che ci tolgono il cibo, il lavoro, che non si vogliono adattare ai nostri costumi, alle nostre usanze?

Eh, sì, perché il nostro cuore è grande, tanto grande. Peccato che s’inaridisca troppo presto.