mercoledì, 25 Maggio 2022

CUBA SVELATA NELLA MUSICA E NELLA DANZA

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Lo spettacolo musicale del 22 aprile dei Gusta Cuba, nome scelto dal gruppo di artisti modicani che hanno riempito il Teatro Garibaldi, con la regia di Uccio Di Maggio, di vividi colori creoli e suoni di strumenti fortemente evocativi, di voci orchestrate e la sensuale eleganza del danzón, della salsa cubana, è stato un’esplosione di “cubanía”, dell’atmosfera che solo i Caraibi sanno dare. C’erano la passione e la sofferenza di dittature sanguinarie, rivolte, la Baia dei Porci, i recenti orrori di Guantanamo, gli embargos subiti dagli USA e la fame che non hanno piegato lo spirito indomito dei coltivatori di tabacco e di canna da zucchero, c’era il fascino solare dell’isola amata da chi ha avuto la fortuna di visitarla e frequentato i bar de L’Avana cercando di cogliere nel rum di un mojito, di un Cuba Libre, il segreto della gioia di vivere dei suoi abitanti che hanno nel sangue i ritmi afro-cubani delle maracas, dei bongos, congas, claves, tres e guiros. Musica erotica che coinvolge corpo e anima, danze che esprimono anche la fame di spiritualità legata alla Santeria, il sincretismo dei Lucumí (discendenti degli Yoruba nigeriani) che nei cabildos (ritrovi sociali auto-organizzati) preservavano la loro cultura originale, anche nella fusione con la religione cattolica dei padroni e il culto dei santi adombrava Ogun, Jemanjiá e gli altri Orisha. C’è stato anche questo nello spettacolo modicano, in più il graditissimo tributo ai Buena Vista Social Club, nelle note di “Guantanamera”, “Siboney”, “Chan Chan”, “Candela”, e il canto appassionato di Fiammetta Poidomani, uno per tutti il famosissimo “Quizas quizas quizas”.
Il Garibaldi cubano ha vibrato coralmente accordandosi allo spirito creolo e facendosi cassa di risonanza perché tra isolàni (abitanti di Cuba e di Sicilia), figli di popoli antichi mixati nel tempo, ci si intende perfettamente. Verdi profumi speziati, sinestesie di palme e tramonti. Abbiamo ballato per una sera con un Montecristo ideale stretto fra i denti alla luce di un fanale, ai piedi dei palazzi fatiscenti de L’Avana che narrano drammi mentre Ernesto Che Guevara svoltava l’angolo, tra voli di tocororo e colibrì…

Marisa Scopello

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