mercoledì, 29 Giugno 2022

a tavola con gli dei (a cura di Marisa Scopello)

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Lasciato Labduco, riprendo il mare con dei marinai che vanno verso sud a pescare. La prossima meta è Locri Epizefiri ma prima devo aspettare la loro pesca nello Ionio. Le giornate sono serene e calde del sole d’agosto e a bordo il tempo passa veloce ascoltando storie di delfini e pescate miracolose di tonnetti e ricciole. Mi parlano pure di una pesca molto particolare, quella della pinna nobilis, un mollusco bivalve che può raggiungere anche un metro di altezza, si áncora al fondo marino con fili sottili e robusti che vengono tessuti in preziose stoffe cangianti, noto come bisso marino. A bordo ci sono due esperti tuffatori che scendono in fondo al mare a cercare tali molluschi e aragoste tra le praterie di posidonie. Dopo tre giorni arriviamo nel punto in cui, secondo loro, possono tuffarsi. La costa dista circa trecento metri, il mare è calmo e i remi sembrano fare dei buchi nella superficie. Si tuffano e vedo le loro sagome distintamente tanto è limpida l’acqua. Ora bisogna aspettare… La nassa legata a una cima dà uno strattone e viene issata con il primo bottino: due aragoste, alcune cicale greche e grandi pinne. Riemergono i tuffatori, si iperventilano e vanno di nuovo giù. Quasi subito la cima è scossa con forza, attimi di preoccupazione e poi riemergono concitati, indicano il fondale e dicono di aver trovato qualcosa. Pare che, adagiate tra le alghe, ci siano due statue di bronzo. Oh, mio Dio, capisco che si tratta dei famosi bronzi di Riace da come i tuffatori mimano la loro postura! Impossibile poterle recuperare ora…
“Resteranno a dormire tra pesci e coralli fino al mio tempo reale, esattamente fino ad agosto 1972 – racconto alla ciurma – e sarà straordinario vedere autentiche statue greche del V sec a.C.”
Vorrei tuffarmi anch’io per vederle riposare intatte tra le posidonie ma è complicato. Ci consoliamo mangiando aragoste e cicale lessate facendo sbollire l’adrenalina. Si riparte per Locri che non è lontana e intanto mi assopisco all’ombra della vela, cullata dal chiacchiericcio dei marinai. Uno di essi mi sveglia perché siamo arrivati a destinazione.
Scendo sul molo di attracco pensando che domani vorrei andare a cercare informazioni su come arrivare fino in Sicilia ma, in mezzo alla confusione, vedo qualcuno che non mi aspettavo di rivedere ancora: con una sacca di tela, in piedi davanti a me c’è Zenone!
Anche lui si accorge di me e sono le nostre braccia e i nostri corpi a parlare della gioia che proviamo.
“Sei qui, amore mio“ diciamo all’unisono a un anno della nostra relazione alessandrina.
“Ho provato a cercarti con la scusa di procurare papiri per la Biblioteca con le poesie di Nosside ma non speravo che avvenisse questo nostro incontro”.
“È stato il destino, amore mio. Ma tu stavi ripartendo?”.
“Doveva andare così, ma adesso non ti lascio. Rimanderò il mio ritorno”.

Abbracciati, ritrovando i vuoti e i pieni dei nostri corpi, l’odore tanto caro e gli occhi in cui perdersi, andiamo a cercare un alloggio perché c’è un’urgenza superiore alla fame; domani ne avremo tempo.
Ora, mentre lui mi sussurra “nulla è più dolce dell’amore, ogni altra felicità gli è seconda”, le parole di Nosside che lui dice per me “mio prodigio dal soave odore di nettare…”.
Notte, non finire mai più e lascia che accada.
Ma la notte finisce e ora, finita con essa l’euforia del ritrovarsi, dobbiamo anche mangiare alla maniera dei Bruttii: tonno condito con olio, insalata di una specie autoctona di cetrioli tondi, telline aperte in padella con un sughetto di aglio, prezzemolo e origano, zuppa di fave, pane ai semi di papavero e tanta frutta. Fichi da imboccarci a vicenda, piccole mele verdi intinte nel miele, uva nera e vino Reghinon per ringraziare gli Dei per questo nostro incontro.

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