mercoledì, 29 Giugno 2022

LUOGHI  DELL’ANIMA: LA FORNACE PENNA 

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Un paesino di mare che ha conservato il fascino antico di un villaggio di pescatori,  una spiaggia sterminata che,  risparmiata dai palazzinari abusivi, è incorniciata da una cintura verde di pini e da dune punteggiate  di cespugli, e infine, a chiudere la baia su un’altura, un’architettura insolita, a metà tra una basilica e un tempio, da cui lo sguardo si allarga su una rada verde o blu cobalto, secondo gli umori del mare.

E’ la fornace Penna di Sampieri, lo “stabilimento  bruciato”, il più importante monumento di archeologia industriale  del ragusano E’ lì da sempre a memoria d’uomo, ormai in simbiosi con la macchia mediterranea  e lo sperone roccioso, scolpita nell’immaginario collettivo come una presenza simbolica e ineludibile per poeti, fotografi, pittori. Eppure, più di un secolo fa, questa struttura ora quasi spettrale brulicava di vita. Ci pare di vederli questi giovanissimi operai –  tra i sedici e i diciotto anni – che dall’alba al tramonto fabbricano  mattoni e li caricano sulle navi dirette in Libia, a Malta e in  altri paesi del Mediterraneo. In una delle rare foto storiche dell’epoca  li vediamo assiepati di fronte all’obiettivo con le giacchette usurate e il sorriso impacciato: la” fabbrica dei bambini”, costruita tra il 1909  e il 1912 fu in attività fino al 1924 e si interruppe all’improvviso per un incendio doloso sulle cui cause aleggia ancora il mistero: fu organizzato dai socialisti? Fu una vendetta dei fascisti? Oppure  semplicemente uno scherzo finito male, complici le coperture in legno e il vento che imperversava sulla costa?

Torniamo indietro nel tempo, a quel terremoto di Messina del 1908 dopo il quale la città, ridotta in maceri,. fece impennare la domanda di laterizi per la ricostruzione.  E’ lì che va cercata la prima idea di questa struttura, è da questa necessità che partì il sodalizio dei due protagonisti di questa vicenda, due personaggi di spicco dell’epoca: il primo è il barone Guglielmo Penna, rappresentante di quella ristretta elite aristocratica sciclitana che affondava le sue radici nei secoli d’oro della Contea di Modica e che, proprietario di un cospicuo pezzo di costa, metterà a disposizione il terreno e finanzierà   il progetto, il secondo è l’ingegnere Ignazio Emmolo, dotato di entusiasmo da vendere e di una  competenza  non comune nel campo delle macchine industriali europee più all’avanguardia.  Il sito prescelto è ottimale: vicino ad una cava naturale di argilla e ad una sorgente di acqua carsica, a due passi dal mare e da una ferrovia per il trasporto  via terra e via mare dei manufatti.

L’opera finita è, per quell’epoca,  testimonianza di modernità, di spirito imprenditoriale e di lungimiranza: un  anello di sedici camere, una fornace tipo Hoffmann con il tiraggio esercitato da una ciminiera di oltre quaranta metri, un’impastatrice ad eliche, elevatori e laminatori in grado di produrre laterizi, coppi e tegole di varie fogge, binari con carrelli trasportatori. Il tutto alloggiato in una singolare architettura simile ad una cattedrale, a tre navate di cui la centrale più elevata, circondata da una teoria di  archi a tutto sesto e da due ordini di bifore che si rincorrono per tutto il perimetro.

Ma questa “cattedrale laica” come l’ha definita Vittorio Sgarbi, ha avuto vita breve. Se si considera l’interruzione dovuta al primo conflitto mondiale, poco più di un decennio di attività.  Bisognerà attendere il 1963 per assistere ad un tentativo, fallimentare e mai più ripetuto, di ripristinare l’attività della fornace. E poi? Negli ultimi vent’anni, con il nascere di una nuova sensibilità verso i beni culturali del territorio, ci si sarebbe aspettati almeno una messa un sicurezza,a tutela di qualche incauto escursionista. Ma se spulciamo la documentazione, troviamo un lungo elenco di incontri senza sbocco, un lungo parlarsi addosso tanto caro ai burocrati esperti nella filosofia dello scaricabarili: cinque vincoli paesaggistici, l’erogazione da parte dell’Assessorato Regionale di euro 500000 (poi ridotti a 2500000) per messa in sicurezza e riuso, la  successiva cancellazione  dell’erogazione (nihil sub sole novi) vista la mancanza di progetti e di interesse da parte della proprietà, controversie senza fine sul possibile riutilizzo: un resort? No, più adatto uno spazio espositivo,  destinato a mostre e concerti. Macché, meglio  procedere ad un restauro conservativo e lasciarlo così, è già bello di suo! E giù decreti, manifestazioni  con  folte schiere di autorità e di rappresentanti di enti pubblici e privati. Senza esito il tentativo di fare del sito un polo di attrazione turistica ribattezzandolo La mannara di Montalbano, senza risposta i numerosi appelli di storici, giornalisti, comuni cittadini.                                                                                                                                         E intanto il tempo,  mentre si discute, si diverte  a consumare, a svuotare, a smembrare: oggi un concio, domani una chiave d’arco, ogni tanto, quando il vento e i marosi flagellano la scogliera, un crollo più consistente, che magari finisce sulle pagine dei giornali locali prima di ricadere nell’oblio.

E’ successo di nuovo, pochi mesi fa.  Sempre più numerosi i massi ammucchiati su un letto di erbacce, sempre più fragili  questi archi che sembrano sfidare la forza di gravità come acrobati temerari, mentre da una bifora all’altra  svolazzano incontrastate colonie di corvi e gabbiani.

Questi  resti, nonostante tutto ancora imponenti, posti a guardia dell’arabo marsa siclà, eredi del respiro antico di luoghi e di culti arcaici – forse un tempio ad Apollo, forse ad Asclepio – lanciano ogni giorno un grido d’aiuto, perché l’ultimo atto di questa vicenda non diventi l’ennesima cronaca di una morte annunciata.

Claudia Sudano

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