mercoledì, 29 Giugno 2022

CONTI E RISCONTRI

image_pdfimage_print

A cento giorni dall’inizio della guerra scatenata da Putin con l’invasione dell’Ukraina si comincia a delineare un nuovo quadro dell’assetto politico-economico planetario.

La sovresposizione mediatica sta cominciando a danneggiare la causa del paese invaso: la logorrea unidirezionale che seguiva principi di dualità da lavagna di scuola, buoni/cattivi, ha causato incredibili stupidaggini quando ha cercato di far sparire ogni segno di cultura e di valori russi anche plurisecolari, con la censura su poeti e letterati del calibro di Dostoevskij, la cancellazione di balletti classici e la esclusione di musicisti e campioni sportivi da ogni manifestazione europea.

In Ukraina sembra che ci siano più reporter che soldati, ma la verità è sempre più lontana, conculcata dalla propaganda di ambedue le parti belligeranti. Dopo serate televisive dedicate, con vero sciacallaggio, alle mogli lacrimose dei soldati del battaglione Azov asserragliato nell’acciaieria di Mariupol, novelle Termopili, con migliaia di civili impossibilitati a recarsi in posti più sicuri, ci si comincia a chiedere se costoro non siano anche stati usati come scudo umano.

D’altro canto che i russi stiano conducendo una guerra di rapina e di violenze efferate contro i civili, con modalità medievali e armamenti in parte obsoleti che denotano una incredibile decadenza militare per un paese ritenuto Grande Potenza, è sotto gli occhi di tutti. Di quella che fu la temibile Armata Rossa non è rimasto nulla, forse neanche il celebre coro.

La scontata vittoria dell’orchestrina ucraina all’Euro festival e le quotidiane incursioni di Zelensky in ogni manifestazione politica e non, fanno passare in secondo piano che la canzone ucraina era meritevole del premio certamente di più di certe lagne o di volgarità plurivotate presenti in concorso, e che realmente la nazione ucraina è diventata il banco di prova del neo imperialismo putiniano e della pericolosa involuzione che sta portando il mondo indietro di più di cent’anni.

Se ancora un mese fa le opinioni di storici che cercavano i motivi del comportamento aberrante del novello zar nelle pieghe del passato veniva bollato come indecentemente filorusso, arrivando a negare anche le evidenze storicamente accertate, ora si assiste a dibattiti in cui noti intellettuali considerati da anni  “di sinistra” si trovano d’accordo su orientamenti di pensiero che un tempo erano proprietà esclusiva della destra, così come pugnaci estimatori del Ventennio sono diventati ragionevoli e cauti propugnatori di valori un tempo appannaggio della sinistra.

Questa guerra immonda che i cosiddetti Grandi stanno giocando sulla pelle del popolo, che a livello mondiale rischia crisi energetiche ed economiche dagli esiti potenzialmente irrimediabili, sta arrivando finanche al ricatto più abbietto: spingere alla fame interi continenti.

A questo punto è evidente che tutto il modello di sviluppo nato dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, basato sull’equilibrio dei due blocchi contrapposti, non regge più. Il comunismo ha tradito sé stesso sopprimendo libertà e diritti umani diventando tirannide, e il capitalismo accecato dal profitto ad ogni costo è diventato anch’esso spietato dominatore.

Gli estremismi di destra e di sinistra si toccano, l’ideologia si è scoperta essere circolare e l’espressione post sessantottina usata per definire certi pensatori come nazi-maoisti è dannatamente attuale.

Bisognerà trovare un nuovo equilibrio, non più fondato su valori muscolari e sul terrore reciproco. È inutile possedere armi capaci di distruggere il pianeta centinaia di volte, stupido e criminale spendere in armi risorse capaci di portare benessere e pace a chi finora è stato sfruttato e umiliato.

Se il modello di sviluppo occidentale, basato esclusivamente sul consumo e sullo spreco non cambia, non ci si potrà più lamentare dei moti migratori e tantomeno dei mutamenti climatici.

Osserviamo però che il modello di sviluppo di un paese grande e potente come la Cina, che si dichiara ancora fieramente e tirannicamente comunista, persegue un fine assai simile a quello occidentale, con superproduzioni a basso costo che di fatto hanno invaso l’intero pianeta realizzando un imperialismo economico devastante come e forse più di quello occidentale.

Lasciando in soffitta nel baule dei cimeli l’orbace, il lanital e le battaglie del grano, sarà saggio, anche se qualcuno storcerà il muso, ripensare al vecchio rimedio contro la fame indotta dai consumi di prodotti importati che non ci sono più: l’autarchia.

In Sicilia avremmo la possibilità di tornare a coltivare le nostre terre invece di lasciarle incolte, e renderci autonomi consumando i nostri prodotti a km. zero. I prezzi sarebbero determinati dai consumi interni, e mangeremmo sano e sicuro. Se ci fossero superproduzioni le si potrebbero comunque esportare. Non ci manca nulla: grano e cereali, ortaggi e frutta di ogni tipo, animali da allevare, latte e formaggi e vino e acque minerali, anche la birra! E abbiamo tanto sole e vento per generare energia pulita, e tecnologie d’avanguardia per produrla. Il maledetto petrolio non ci manca e finché servirà lo potremmo consumare a costi sideralmente più bassi se solo la volontà e la capacità dei nostri politici sapesse usare lo Statuto a vantaggio della regione, visto che finora dal petrolio abbiamo avuto solo inquinamento e tariffe esagerate. Spingendoci ancora più in là, mafia permettendo, potremmo ricavare altro benessere da un sapiente riciclaggio dei rifiuti opportunamente differenziati.

Questo autarchismo non significa né distacco dalla madre patria né tantomeno chiusura e negazione dei contatti col resto del mondo, anzi! Nel nostro piccolo paradiso l’ospitalità è la prassi, e il turismo ben regolato la nostra migliore industria.

Peccato che questo sia solo un pensiero forse generato da neuroni schiantati dal caldo: finché la Sicilia continuerà ad essere governata da marpioni disonesti e collusi, e finché sarà possibile obiettivo di ritorsioni militari continuando ad ospitare basi militari operative e installazioni invasive americane come Sigonella e il MUOS, non ci resta che aggiungere un’altra pagina al libro dei sogni.

Lavinia Paola de Naro Papa

Condividi