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QUEL SICILIANO BIONDO…

È stato l’8 luglio, nell’aria rinfrescata in una piazzetta carica di Storia finalmente restaurata nella pavimentazione e nelle luci, davanti al Sifilicomio Campailla. L’appuntamento di “Scenari” della Mondadori di Modica si è concretizzato intorno all’opera di Luigi La Rosa (catanese per adozione nato a Messina) dedicata a Vincenzo Bellini “Nel furor delle tempeste”, bellissimo titolo ripreso da un’aria de “Il Pirata”.
La figura del “cigno di Catania”, vista attraverso i tanti carteggi di Nzudduzzu allo zio Ferlito, le lettere traboccanti di passione, successi e indefinite irrequietudini scritte all’amico Florimo, viene restituita al lettore in tutte le sue sfaccettature umane, sentimentali e artistiche. Il breve tempo di sostare tra i vivi (morì a 34 anni), così esiguo e gravido di opere immortali, è diventato materia di narrazione: l’invito a entrare nel Conservatorio di Napoli, l’addio lungo e difficile alla famiglia, la notte dell’anima della madre Agata che preparava il suo corredo con la morte nel cuore per quel presentimento che a volte si prova, l’arrivo nel porto partenopeo – così movimentato e pieno di colori da essere simile a quello del boccacciano Andreuccio da Perugia -, i primi successi, l’esaltazione e la pena d’amore per Lena, l’arrivo a Milano e il grande successo de “Il Pirata” e così via fino al tonfo di “Norma”, nel 1831, alla Scala e il trasferimento a Parigi.
Rimpianti ed esaltazioni, bastimenti, carrozze e tutte le difficoltà di viaggiare in quello scorcio di primo Ottocento. Un fiume che tracima, ma è la vita stessa ad essere fiume, come afferma Borges. Dieci opere, dieci capolavori cavalcando i marosi di tempeste interiori formidabili. Quel ragazzo longilineo ed elegante, l’enfant prodige che cambiò i connotati del bel canto, era in fondo all’anima uno sturmer adorato dalle donne, fedele solo alla “bella immortale” che ha nome Musica. A lui si attaglia perfettamente il verso che Dante scrisse per Manfredi, “biondo era e bello e di gentile aspetto”, un ritratto magnifico per il nostro siciliano, tanto alieno dai canoni standard del meridionale dal capello nero e colorito olivastro. Un’anomalia, di quelle che talvolta capitano nella vita, una congiuntura tanto magica da sconvolgere il pentagramma, perché le semiminime e le chiavi non sono sempre uguali; a volte si ingarbugliano e si dispongono in armonie nuove e melodie sognanti fuori dagli schemi classici. Il Monaco pomposiano, noto come Guido d’Arezzo, non avrebbe potuto mai presagire nel suo profondo Medioevo la portata del suo rivoluzionario pentagramma che cambiò la maniera di scrivere la musica creando lo strumento agile e il linguaggio universale di cui Bellini e tutti i grandi compositori hanno beneficiato. E noi con loro.
Musica mediterranea quella del nostro Vincenzo, basata sul canto vocale e strumentale, su silenzi e pause significanti per una perfetta aderenza della musica al dramma. Chi non ha provato un brivido ascoltando “Casta Diva” alzi la mano; nessuno lo farà mai.
A lui è attribuita la struggente melodia (datata 1824) di “Fenesta ca lucive…”; non è Nennella a chiagnere perché durmeva sola, siamo noi a piangere per quel Vincenzo che se n’è andato troppo presto a riposare, prima a Parigi e poi nel Duomo di Catania; mentre l’Eternità, che è femmina, ha spalancato le braccia per accoglierlo.

Marisa Scopello