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MURI A SECCO…

Penso che presto potrà arrivare qualche temporale da far paura … Cuntu, cantu e m’arrigriu. Ricordo tanti anni fa quando pioveva tornavo dalla scuola con l’unico paio di scarpe che avevo, infangato dalla terra, io, fradicia dalla testa ai piedi ma felice di correre sotto la pioggia e di tuffarmi coi piedi dentro alle mie scarpe nelle pozzanghere per cercare di lavarle. Poi, prima di entrare a casa, toglievo le scarpe, avrei tolto il fango con un coltello dopo, quando si sarebbe asciugato (caliato). Dietro i vetri della finestra mi divertivo a guardare e ad ascoltare il temporale, guardavo i campi allagati mentre i mura a siccu si coloravano di terra, sembravano piscine, anzi no, laghi di terracotta caduti giù dal cielo. Quando poi non pioveva più, noi bambini, insieme alla mamma e alle vicine di casa, andavamo nei campi a raccogliere le lumache, mai mangiate in vita mia, mi hanno sempre fatto pena con la loro casetta sulle spalle, per questo dicevo a mamma che io non ne trovavo mai ma capivo che per tanti erano una grande benedizione di Dio che ci offriva la cena (un po’ come quella dei pesci). In quei campi, d’inverno, sempre con la mamma, noi bimbi e le solite vicine rigorosamente col grembiulone e le sue tascone, raccoglievamo anche le verdure, che mamma puliva e cucinava associandole con un uovo bollito: la cena. In primavera invece, sempre in quei campi, a maggio, raccoglievamo i ciuri ri mai, splendidi, gialli e poi quel… m’ama non m’ama che finiva sempre col m’ama, chissà perché. A giugno, quei campi erano coperti di spighe dorate, a luglio e ad agosto tornavano piccoli piccoli i favalucieddi latini, tutti pazzi anche per questi, solo io no ma mi divertivo davvero dentro a quelle piccole ma tanto grandi tradizioni. Erano gli anni 70, io avevo sei anni e attorno alla mia casa c’erano davvero tanti campi, tanto verde, tanti alberi, tanta terra, tanto fango. Adesso che ne ho cinquantasette e guardo il temporale che si ferma sulle auto, sulle strade, sulle case, sul cemento, ho paura e non sono più felice come allora. Vedo fiumi e laghi stretti e soffocati che nel cemento si gonfiano così tanto da coprire e annegare ogni persona o cosa che involontariamente incontrano, vedo lampi che fulminano la creazione maldestra dell’uomo. Dalla finestra non mi muovo e non rido più felice. Guardo fuori e vedo un mare di cemento che nella furia, incoscientemente e ingiustamente, sta portando via tutto quello che una volta era della nostra amata terra e della nostra vita. Come l’uomo, anche la terra ha sete, non di acqua, solo d’amore, forse le mancano i bambini sui prati, le lumache, le mamme che tra spighe e verdure contano e cantano ai loro bimbi felici con poco, i giorni semplici e belli, freddi ma caldi che non torneranno più. Ma io li cerco, li trovo, li rivivo, li ho stampati sulla pelle e dentro all’anima. Allora sono proprio felice, mi dico, se riesco a ricordare e a ricordarmi cuntu, cantu e m’arrigriu.

Sofia Ruta