venerdì, 30 Settembre 2022

UN UOMO, UN COMBATTENTE

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All’inizio degli anni ’60, Romano Di Salvo era uno studente della facoltà di medicina presso l’Università La Sapienza di Roma. Fra gli studenti si parlava di lui per il suo impegno, la sua serietà e soprattutto per quell’istintiva disposizione alla cura dei pazienti che si rilevava fin da allora nei suoi modi, nei suoi comportamenti. Era visto insomma come una promessa per la medicina italiana, infatti si era laureato con centodieci e lode in Medicina e Chirurgia, relatore il famoso prof. Stefanini, quindi nominato assistente volontario in servizio presso l’equipe della sezione di chirurgia vascolare del prof. Paolo Fiorani.

Maturati i titoli per la libera docenza ma non i cinque anni previsti, pur avendo vinto varie borse di studio, falliva il passaggio in ruolo come assistente ordinario perché superato da due medici che avevano partecipato a un concorso interno. Strano, ma può capitare. Poi… Poi era successo qualcosa per cui Di Salvo era caduto in disgrazia e lì erano incominciati tutti i problemi dei quali ha ampiamente trattato nel numero scorso il dott. Alberto Garavello, che aveva conosciuto e stimato, collaborando anche con lui, Romano Di Salvo.

Era iniziata infatti un’interminabile battaglia, a suon di carte bollate, ma anche di proteste non convenzionali, come quella di incatenarsi al tavolo operatorio o di urlare nel megafono davanti alla sede del Consiglio di Istituto e di tantissime altre, per cui era stato anche oggetto di daspo.

Ma pure tutto questo l’ha raccontato con dovizia di particolari il dott. Garavello.

Vedendo le cose dal di fuori si potrebbe pensare che per risolvere questi problemi basterebbe un po’ di diplomazia.

E’ vero, sul lavoro bisogna agire sempre con diplomazia. Ma che vuol dire diplomazia? Troppo spesso vuol dire mentire, vuol dire nascondere la verità, vuol dire accettare un torto senza ribellarsi. Diplomazia può voler dire anche non denunciare qualcosa che dovrebbe essere denunciato e quindi rendersi complici di un misfatto.

Cosa dobbiamo pensare dunque? Che il mondo in cui viviamo è falso, è costruito su un rosario di menzogne.

Eppure tutti noi quando scegliamo la nostra strada siamo pieni di entusiasmo e buoni propositi, sogniamo di apportare un contributo positivo alla società in cui viviamo e magari all’umanità tutta. Sogni. Solo sogni. Poi ci dobbiamo scontrare con la realtà che non ci vuole positivi, non ci vuole coraggiosi, non ci vuole leali sia nei confronti del nostro lavoro che del nostro prossimo, e allora un uomo come Romano Di Salvo, un uomo che non è disposto a compromessi, un uomo che intende perseguire fino in fondo quei sogni, quelle illusioni per i quali ha intrapreso il cammino della sua vita, viene massacrato da una società gretta, capace di pensare solo al meschino interesse del far carriera e come farlo non ha importanza.

Nella storia del dott. Di Salvo però c’è molto di più, perché è la storia di una persona, di un individuo, di un membro della nostra società che vuol far valere i propri diritti, ma nessuno l’ascolta, perché vuol combattere da solo, come è suo diritto.

Non ha mai chiesto il sostegno di un partito o altro che gli potesse coprire la spalle. Perché avrebbe dovuto farlo, pensava lui, quando chiedeva semplicemente qualcosa che gli spettava come individuo, non come partito, associazione o quant’altro? Un diritto è un diritto e in una società democratica, retta da norme codificate, va riconosciuto, che a chiederlo sia un singolo individuo oppure no.

Evidentemente quella italiana non è abbastanza democratica e soprattutto poco s’interessa delle norme che la dovrebbero regolare per consentire che un diritto sia un diritto, anche se è un solo uomo, un uomo coraggioso, a chiederne il rispetto.

Luisa Montù

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