venerdì, 30 Settembre 2022

A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

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Viaggiando e parlando il tempo passa più rapidamente, specie se a parlare è Cicerone: “Io apprezzo la Sicilia e i suoi abitanti; qualche anno fa, accettandone la quaestura, ho potuto conoscerli molto bene e loro mi hanno dimostrato grande stima affidandomi la difesa contro Verre, “homo amens ac perditus”, il ladrone propraetore che ha sfruttato con rapacità la provincia. Hai conosciuto i fedeli collaboratori che mi aiuteranno a raccogliere le testimonianze dei decumani (i proprietari) e gli aratores (i contadini) dell’ager mutycense. Sono giovani di origine siciliana e per loro sarà più facile parlare con i locali. Vedi? Quello a destra si chiama Gaius Leves Pedes, vicino a lui c’è Sothirius Sacer e poi la ragazza che mi aiuterà a parlare con le donne degli aratores, Makaria Scalae, molto abile a capire le difficili condizioni muliebri.”
“Una ragazza che collabora con te? Questa è una novità assoluta! Bravo.”

Intanto abbiamo lasciato lo Ionio e ci avviamo alla foce dell’Irminio dove le chiatte ci porteranno all’interno del territorio ibleo. Pescano grossi gamberi e granchi di fiume che ci vengono serviti alla brace, sono neri e somigliano alle aragoste di mare: rompendo il carapace e le chele ne gustiamo la polpa delicata e saporita.
Attracchiamo tra le canne e saliamo verso l’altipiano. La fatica della strada a piedi, più che altro un viottolo, è resa meno pesante dai fichi neri e bianchi di cui facciamo abbondante provvista. Non ci sono ahimè fichidindia, bisogna aspettare Colombo…
“Io abito qui vicino e anche nel mio orto raccolgo fichi, gelsi e more selvatiche” dico loro mostrando come scansare le spine dei rovi.
Con grande fatica, al tramonto arriviamo a una stazione di posta. Ci aspettano due giovani mandati dai decumani che ci invitano ad entrare prendendo dalle bisacce pane a pasta dura, caci freschi e un orcio di olive verdi condite con olio, aceto e semi di finocchio selvatico.
“La cena, invero frugale, ve la manda il padrone. Non è proprio così, siamo ormai liberti e lavoriamo come agrimensori per Silviano. Mi chiamo Victor Castrum e lui Gheorgos Octo, pernotteremo con voi qui, nella stazione dei Sexaginta. Domani all’alba prenderemo i cavalli per l’ultimo tratto di strada.”
Balle di paglia sono i sedili di questo banchetto rusticano che comprende anche ricotta infornata e grandi cipolle bianche crude e affettate.
Osservo Cicerone: nonostante i disagi, sembra gradire il cibo che non ha nessuna raffinatezza delle sue abitudini romane. Forse, dal fondo dell’anima, gli affiorano i ricordi di Arpino, il luogo della sua nascita; lui, l’homo novus inviso a molta nobiltà senatoria, apprezza anche le cose semplici di natura rurale.
Da bere c’è solo l’acqua piovana, raccolta e conservata nella cisterna: qui ogni goccia di pioggia è preziosa più dell’oro. In un angolo della stanza c’è un larario con rozze statuine fittili di Demetra, protettrice delle messi; Victor si accosta e brucia una fetta di pane sul fuoco di una lucerna a olio dicendo: ”Onoriamo la Dea!”.
È quasi un preludio all’argomento che verrà discusso domani a casa di Silviano, la res frumentaria e il latrocinio di Verre.

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