venerdì, 30 Settembre 2022

IL CASO  FORNACE PENNA  

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La Fornace Penna  sta morendo, inesorabilmente, agonizzante come un animale marino spiaggiato.  A niente hanno portato gli appelli, le interrogazioni, i ricorsi, gli interventi della stampa, i tentativi dei cittadini. La sua morte è il prodotto dell’immobilismo endemico della nostra terra, del pantano melmoso della burocrazia.

Che ne è stato dei  finanziamenti stanziati per il suo recupero, passati da 1.000.000 di euro, a 500.000 e  poi a 250.000, e infine revocati perché rimasti troppo tempo inutilizzati “vista la mancanza di interesse e di progetti da parte della proprietà”?  Fatti di questo genere, è spiacevole ammetterlo, non sono nuovi alla nostra regione. Un dossier presentato dal Centro Studi Enti Locali (Csel)  ha censito al 31 dicembre 2021 ben 138 opere incompiute, pari al 38 %  rispetto a ai dati del territorio nazionale. L’elenco è lungo e variopinto: si va dalle autostrade e dai ponti alla messa in sicurezza di scuole, campi sportivi, centri sociali, dalla ristrutturazione di palazzi degradati  alla riqualificazione dei centri storici. Molti di questi lavori non sono mai iniziati o sono stati rinviati e interrotti per il fallimento delle imprese, per gli intoppi burocratici, per la corruzione  e il conseguente spreco dei fondi, per la lentezza esasperante delle procedure – una media di cinque anni per iniziare – che ha determinato il ritiro dei finanziamenti, dichiarati “scaduti”. Si potrebbe obiettare che oggi restaurare una’antica fornace non è interesse prioritario del nostro paese, martoriato da problemi  come l’immigrazione, la crisi economica, il serpeggiare della pandemia e quant’altro, ma il sospetto è che  il disinteresse nasca da altre ragioni.  Forse non si presta alle speculazioni? Forse è in ballo la criticità cronica del sistema degli appalti? Ma al di là di queste considerazioni, non è forse vero che il livello di civiltà di un paese si misura non solo dall’attenzione riservata alle infrastrutture, ma anche alle opere che trasmettono storia, cultura, bellezza?

Partendo da queste premesse, sembra impossibile che non si sia riusciti a superare, nel corso degli anni, la difficoltà  di cui è costellata questa spinosa vicenda. Prima tra tutte la proprietà.  Si contano in tutto una sessantina di eredi sparsi in Italia e all’estero. Alcuni di essi, pochi, si sono mostrati pronti a collaborare, altri hanno negato il consenso all’esproprio ritenendone troppo bassa la stima, altri ancora sono stati indagati per incuria  nei confronti di una struttura degradata e pericolante. Ma non pare che  queste indagini abbiano avuto alcun seguito, se non quello, cinque anni fa, dell’intervento dei carabinieri che hanno provveduto a recintare la zona.   Purtroppo l’esproprio è condizione indispensabile al proseguimento delle fasi successive. La deputata  Stefania Campo ha  firmato un’interrogazione al governo regionale lanciando un appello per la sicurezza e la salvaguardia della struttura, che, come è noto, ha perso tre arcate nei mesi scorsi e presenta gravi carenze strutturali. E’ un peccato che questa parlamentare, che nel passato ha affrontato diverse battaglie nel campo del recupero della cultura del territorio  (si pensi al  progetto Bitume) non sia riuscita a spuntarla con il governo Musumeci.  In una vicenda che certo non fa onore alle istituzioni locali, e che ricalca innumerevoli cronache di case e ponti crollati, di frane previste, di fiumi esondati per incuria, rimane il rammarico di aver perso ancora una volta la battaglia contro il tempo. Quasi certamente in questo caso non si piangerà nessuna  vittima, non ci sarà nessuna inchiesta, forse qualche servizio farcito di indignazione, per il resto un paio di ruspe basterà a fare piazza pulita  dei massi ammonticchiati. Sul promontorio roccioso  vedremo troneggiare  un resort a cinque stelle con vista mozzafiato che frutterà milioni, e la “fabbrica dei bambini“ sarà soltanto un ricordo.

Claudia Sudano

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