venerdì, 30 Settembre 2022

L’ANNUNCIATA E LA SINDROME DI STENDHAL

image_pdfimage_print

La sindrome di Stendhal esiste: quel misto di estasi e alienazione  che colpisce quando si contemplano talune opere d’arte, io l‘ho sperimentata una volta sola, la prima e unica volta, né prima né dopo di allora. Ancora oggi mi chiedo perché proprio allora e in quel luogo, e non trovo una risposta. Ho visitato gran parte dei musei più famosi del mondo, ho ammirato innumerevoli opere e  spesso ho provato una grande emozione, ma mai me ne sono lasciata sopraffare come quella volta.

Mi trovavo, secoli fa, a Palermo per una visita d’istruzione di pochi giorni: itinerario arabo normanno, barocco e una puntata ad un oratorio serpottiano. Routine. C’erano i colleghi e il consueto vociare scomposto degli alunni in libera uscita. Passammo davanti a Palazzo Abatellis e, mentre mi profondevo nell’illustrazione del magnifico portale spagnoleggiante, mi venne in mente di entrare. Un fuoriprogramma di grande spessore, pensai. Ricordo che non poco interesse suscitò il Trionfo della Morte, sintesi raffinatissima della cecità della morte e del visionario immaginario collettivo medievale. Stavamo ancora commentando i dettagli dell’opera quando la vidi. Una stanza dalle pareti buie e disadorne. Al centro, una teca avvolta dalla luce: impossibile guardare altrove. Dovrei illustrare l’opera, certo, ma gli alunni sono scomparsi, siamo rimaste solo io e lei, l’Annunciata di Antonello da Messina. Mi attrae con il suo sguardo magnetico. Cosa vorrà dirmi? Sono in preda a uno strano disagio, ho i brividi e il cuore mi pulsa dappertutto, ma non distolgo lo sguardo. Il volto cattura la luce, non è una dea, la sua bellezza un po’ ruvida ricorda le nostre contadine, eppure ispira venerazione. L’ovale e il triangolo del viso sono la sintesi di due geometrie perfette. La mano levata non è soltanto una strategia prospettica, frena, prende le distanze, mentre l’altra chiude il velo in un moto tutto femminile di pudore. Le pagine del Magnificat sul leggio sembrano mosse da un alito di vento leggero. La conoscenza della lezione fiamminga e del Rinascimento italiano trovano qui una straordinaria sintesi. Ma non è tutto, manca qualcosa, ed è quest’assenza a situare l’opera in una dimensione inedita e rivoluzionaria. Dov’è l’angelo che appare alla Vergine in tutte le iconografie dell’Annunciazione? “Ave Maria, gratia plena, dominus tecum…” E’ l’annuncio di un evento speciale, umanamente impossibile. Lei è sgomenta, forse spaventata, ma si apre ad un timido  sorriso: accetterà senza riserve l’invito del Signore. L’angelo annunciante potrebbe trovarsi di fronte a Maria, al posto dell’osservatore, che con lei è coinvolto in un muto colloquio? Può darsi, però fisso meglio quello sguardo, e scopro che non si rivolge a qualcuno in particolare. E’ uno sguardo interiore. L’Angelo è dentro la Vergine Maria, è coscienza, consapevolezza dello Spirito che penetra in lei. E’ la prima volta che il divino non si manifesta con le apparizioni e diventa un evento interiore. Mi accorgo che forse sono giunta all’essenza dell’opera, anche se ciò non basta a spiegarne il fascino contagioso. La bellezza, come sosteneva Dostojevski, salverà il mondo? Non so, certo è che siamo gli unici esseri viventi in grado di vivere un’esperienza estetica… Siamo limitati  e coscienti di esserlo, e soffriamo nello spazio angusto della nostra limitatezza. Così si spiega la nostra tensione verso l’Assoluto, che è Bene, Verità, Amore, Bellezza, Armonia sfrondati da ogni incrinatura e imperfezione. Noi piccoli, fragili, mortali, aspiriamo qualcosa di più grande di cui intuiamo di essere parte. E accade che, talvolta, qualcuno di noi abbia il privilegio di sentire un soffio leggero, un brivido che ci fa intravedere, seppure per un attimo, il vuoto arioso dell’infinito.

Claudia Sudano

Condividi