sabato, 3 Dicembre 2022

IPPOCRATE NON L’HA MAI FATTO

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Cominciamo da oggi a pubblicare il libro del dott. Alberto Garavello, un capitolo per volta. Ci auguriamo che la sua lettura possa essere gradita

 INTRODUZIONE

Di solito in Medicina i lavori si scrivono così; introduzione, materiale e metodo, risultati, discussione e bibliografia. Questa non è una pubblicazione scientifica, ma cominciamo lo stesso dall’introduzione. Quello che state per leggere non è un diario vero e proprio perché non è stato scritto nel momento esatto in cui le cose accadevano, ma quasi quarant’anni dopo. Se l’avessi scritto prima probabilmente mi sarei fatto prendere la mano dalle emozioni e dalle arrabbiature, quindi non sarei stato obiettivo e non è un bene. Oggi si parla molto di Sanità, di crisi delle vocazioni, di mancanza di medici, di reparti vuoti, di scuole di specializzazione deserte, ma di tutto questo non si cerca mai la causa. Io ho voluto portare la mia esperienza di studente alla Facoltà di Medicina di Roma “La Sapienza” dal 1978 al 1985 per farvi capire quale è stata la nostra formazione universitaria e professionale, o meglio quella di quei medici di circa 60 anni che oggi trovate quotidianamente nei reparti o nei pronto soccorso. E che spesso vengono criticati, tacciati di incompetenza e talvolta denunciati. Quando si parla di Sanità oggi si parla quasi sempre di soldi che non ci sono, ma nonostante tutto quello che si dice alla Sanità è facilissimo dare soldi, molto meno facile è creare un corso di studi che formi realmente dei medici che, alla fine dei sei anni canonici, siano in grado di curare un paziente, insomma medici “chiavi in mano”. Vi sembra strano? Non direi. Di soldi il Sistema Sanitario Nazionale ne ha divorati parecchi in quarant’anni ed ogni volta che se ne parla sento sempre i soliti lamenti sul “sottofinanziamento” del SSN. Sarà vero, pure al netto di tutti gli sprechi e le malversazioni che leggiamo sui giornali tutti i giorni, ma è altrettanto vero che formare dei medici che non “facciano” i medici ma “siano” dei medici è molto più difficile e mi pare che di sforzi in questo senso non ve ne siano stati molti; se oggi i laureandi stanno un po’ meglio di come stavano quelli della mia generazione credo sia perché sono molti di meno e non hanno sofferto il fenomeno della “pletora medica”, di cui io ed i miei colleghi siamo stati le vittime e neanche le più illustri. Sento spesso i racconti degli specializzandi che vengono in ospedale, ovvero i pochissimi che ancora oggi decidono di fare chirurgia; francamente non mi sembra che le cose siano cambiate molto da quel lontano 26 luglio del 1985 quando mi laureai alla Sapienza di Roma in Medicina e Chirurgia. E anche questo non è un bene. Quando lasciai l’università ed iniziai a frequentare l’ospedale nel 1986, non c’era l’obbligo di frequenza alla specializzazione, ma non c’era neanche lo stipendio che oggi prendono gli specializzandi. In ospedale si andava per imparare a lavorare e tutto questo senza prendere una lira, eppure noi “assistenti volontari” (alla Dottor Tersilli per capirci) eravamo almeno 6 o sette a frequentare il Reparto. E posso dirvi che furono anni straordinari, anche perché trovammo degli ottimi Maestri messi a guidare un reparto non dalla politica, ma da una professionalità guadagnata sul campo. Per carità, anche allora c’erano le raccomandazioni tanto è vero che si diceva che “hanno assunto tre primari, uno comunista, uno democristiano e uno che sa operare”. Ma i Maestri in ospedale c’erano, se li cercavi li trovavi e diffidate sempre di un chirurgo che vi dice di non aver avuto un “maestro”; l’istituzione di per se stessa non forma nessuno, in chirurgia il “maestro” è fondamentale e chi non l’ha avuto lo vedi subito da come muove le mani. Tornando a noi oggi i giornali sono pieni di articoli sulla crisi delle “vocazioni” e sulla mancanza di futuri chirurghi; questo può sorprendere tutti tranne me, che ho vissuto in prima persona le meraviglie dell’università di massa che ci ha avvelenato la vita e la professione per molti anni. Ma andiamo per ordine, non voglio anticiparvi nulla; gli avvenimenti che vi vado a raccontare prendono inizio nella tarda estate del 1978 quando mi iscrivevo (o immatricolavo) alla Facoltà di Medicina dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Erano tempi che oggi non sono neanche immaginabili; uscivamo dal Liceo della violenza degli anni 70, dei collettivi, delle assemblee, delle autogestioni, delle occupazioni, della legge Malfatti, dei consigli di istituto e dei consigli di classe. C’eravamo anche illusi di contare qualcosa, il Liceo era la nostra casa di tutti i giorni e molte amicizie sarebbero rimaste per anni (e per me ancora lo sono.) Ci avventuravamo però in un qualcosa di inesplorato, ovvero il mondo universitario, di cui avevamo poche o punte informazioni; niente appelli in classe la mattina, niente ricreazione, niente interrogazioni o compiti a casa. Informazioni scarse e vaghe, soprattutto dai fratelli maggiori, insomma un salto nel buio. Un salto come quello che sto per farvi fare portandovi nella tarda estate del 1978.

ESTATE 1978. IL SACRO FUOCO DELLA VOCAZIONE

Leviamo tutte le facoltà con la matematica. E già stiamo un passo avanti. Legge? Figuriamoci, tutto il giorno in mezzo ai delinquenti. Storia e Filosofia neanche parlarne, mica voglio andare in qualche Liceo a fare la fine del professor Unrat, quello dell’”Angelo Azzurro”. Scienze? E’ pieno di donne, ma poi che ci faccio? Medicina? Poi posso fare il dentista. Anche se c’è crisi qualche cosa ci tiro fuori. Medicina. Vi sembrerà strano, ma la mia scelta la feci così, del resto nella mia famiglia papà e zio erano laureati, la mia strada per l’Università era obbligata. In genere a Roma il “cursus honorum” del medico era strutturato così; il figlio primogenito della famiglia della buona borghesia faceva il liceo classico e poi si iscriveva a Medicina; con la riforma del 69 è cambiato tutto ed alla facoltà di Medicina ha potuto accedere anche chi non veniva dal Liceo. Onestamente non so se questo sia stato un bene o un male, ma credo che oltre al numero bisognerebbe anche guardare alla qualità dei laureati che si formano nelle facoltà, specie per una che metterà la salute dei suoi figli in mano ai medici che andrà a formare. Ma una cosa mi apparve subito chiara. Eravamo tanti. Anzi, troppi.

Qualcuno dirà; eravate i figli del boom economico voi degli anni 60, ed è vero, infatti due figli nelle famiglie erano quasi la regola, ma purtroppo l’imbuto si farà sentire non tanto al momento dell’iscrizione (avanti tutti a quadrati battaglioni…) ma al momento di cercare un lavoro con la laurea in tasca.

Ma non anticipiamo.

ISCRIVERSI

Iscriversi è il primo esame della facoltà di Medicina, ma nessuno te lo dice e quindi non fai in tempo a prepararti. Vado all’Università senza un’idea precisa dimquello che devo fare e quindi vedere la fila all’Economato per prendere i moduli dell’iscrizione mi fa un certo effetto. Tuttavia durante la coda imparo un sacco di cose interessanti, ad esempio dov’è la Segreteria degli studenti e quando si pensa (si pensa…) inizieranno le lezioni. Allo sportello mi viene consegnata una busta che apro con curiosità: un poker di moduli di conto corrente e un foglio per l’iscrizione o l’immatricolazione (testuale). Dubbio….devo iscrivermi o immatricolarmi? In realtà devo iscrivermi, però mi dovranno dare la matricola, no?

Chiedo. Devo immatricolarmi. Rigiro i fogli nella busta; nessuna indicazione sullo svolgimento delle lezioni, la sede degli Istituti, insomma su dove bisogna andare a sbattere le testa per iniziare. Credetemi, ancora oggi sogno che devo iniziare le lezioni e giro per la facoltà senza sapere dove andare. In realtà tutto è basato sul passaparola tra studenti e presto scopro che sono proprio le colleghe più bruttine le più informate; per andare tranquillo ne scelgo una veramente contro ogni tentazione e vado a far colazione con lei al bar dell’Università. So quello che state pensando di me, ma vi prego di credere che ero veramente alla disperazione. In mezz’ora questa mi fa una mappa di tutto l’iter universitario del primo anno, sbrodolandosi con il cappuccino mentre io prendo appunti a raffica.

Grazie per sempre, collega, mi auguro che ti sia sposata ed abbia avuto tanti figli come desideravi (non credo però). Vittorio, un mio compagno di Liceo di cui più tardi vi parlerò, ha invece scoperto che per le “dritte” burocratiche gli studenti greci sono ancora più agguerriti, in particolare sui professori più pericolosi; li vedrò personalmente esibirsi in alcuni arditissimi cambi di “canale” per dribblare esami tritacarne. Debitamente informato compilo giudiziosamente tutti i moduli e mi presento in Segreteria per iscrivermi. Emozione, ma contegno. Purtroppo la fila della Segreteria è di gran lunga più sanguinosa di quella dell’Economato perché i locali sono piccoli e gli ultimi della coda vengono inesorabilmente schiacciati contro le grate della finestra. Si trova al primo piano di una vecchia palazzina della Città Universitaria; i muri sono piuttosto sporchi (ovvio, con tutta quella gente, però ogni tanto potrebbero pulirli) e tappezzati dai soliti annunci che si vedono in tutte le segreterie universitarie (vendo Morini 3 e 1|2 quasi nuovo, dividerei appartamento con studentessa, vendo cucciolo di maremmano, tutti al concerto di musica cilena al Centro autogestito… eccetera). Uno spettacolo del tutto particolare sono le “mamme da fila” che con pazienza vanno ad iscrivere la figlia o a presentargli lo statone; sono molto temute da noi studenti perché ogni volta allo sportello accendono discussioni chilometriche. Ma il vero spauracchio sono gli studenti nordafricani; generalmente presentano uno statone pieno zeppo di complementari o (peggio) tentando di ottenere cambi di canale funambolici o trasferimenti da altre università. In questi frangenti l’impiegato assume un’aria rassegnata, poi comincia ad elencare i documenti necessari e quelli che mancano ed a questo punto succedono due cose; lo studente di colore inizia a polemizzare in un misto di italiano e romanesco ed io cambio fila.

Si racconta che per prolungare l’appello di un certo complementare (e quindi guadagnare qualche giorno di studio con le prenotazioni) alcuni studenti extracomunitari abbiano iscritto tutta la nazionale di calcio tunisina all’appello della sessione; forse non è vero, ma è verosimile. Mi presento in Segreteria dopo aver ricontrollato mille volte la documentazione che tengo in busta, comprese le fotografie ed i conti correnti. Falsa sicurezza; dovrò tornare altre due volte. La collega non mi aveva detto tutto, oppure mi ero distratto. Spiego: al primo tentativo scopro con dispiacere che ho dimenticato la domanda al Magnifico Rettore (scritta a mano su carta protocollo, “Ma non ho già compilato il foglio della domanda di iscrizione?”“Quella è per la Segreteria!” – Ah si? Bisogna mandargli la letterina come a Babbo Natale? E lui che fa, le legge tutte quante la sera dopo il film? E scarta quelli che gli sono antipatici?), mentre la seconda volta manca un conto corrente (ma nella busta non c’era). La terza volta sono deciso; o mi accettano o rinuncio per sempre. L’impiegato prende i fogli, li esamina uno per uno e mette un paio di firme; immatricolato, si accomodi. E se pensate che le cose siano cambiate di molto devo deludervi; nel 91 partecipai ad un dottorato di ricerca, nella disperazione della disoccupazione. Giudiziosamente presentai tutti i documenti in segreteria (un altra), dopodiché a casa mia giunsero una serie di telefonate a raffica con panico di mia madre: “si presenti per comunicazioni urgenti”. Sospettando chissà cosa corsi allo sportello; il problema era che in due delle tre foto avevo una maglietta gialla e nella terza una maglietta arancione. Un vizio di forma inaccettabile. E il bello è che quel concorso lo vinsi pure; si trattava di un dottorato in chirurgia vascolare e toracica. Per completezza andai a parlare con il docente che almeno nella sua crudezza ebbe il pregio della sincerità: “vabbè… vieni qui qualche volta a fare qualche cartella e poi vediamo.” Questo era il programma del dottorato. Non lo presi come un incoraggiamento ed è inutile dirvi che rifiutai, anche considerato lo stipendio simbolico di 500mila lire al mese, ovviamente con l’impossibilità di fare qualunque altro lavoro (a 30 anni 500mila lire bastano e avanzano, niente vizi per carità!) E anche allora non erano molte; poi mi vengono a dire che i giovani se ne vanno dall’Italia, direi che sono pure troppi quelli che restano.

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