sabato, 3 Dicembre 2022

L’AFFAIRE DI SALVO… PARLIAMONE ANCORA

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Su sollecitazione della nostra amica Montù riprendo il discorso di Romano di Salvo, anche per la curiosità che ha suscitato in molti di voi che leggono queste note. Qualcuno si sarà chiesto; ma qual era la ricerca che voleva portare avanti Romano e che ha suscitato il disappunto e il diniego del suo Direttore, nonostante il parere favorevole del consiglio di Istituto? L’idea (che gli ha rovinato la vita) era semplice e rivoluzionaria insieme e prendeva le mosse da un libro di chirurgia vascolare di un Autore francese, Maurice Servelle. Vediamo. Voi tutti conoscete le varici degli arti inferiori (tutti abbiamo una zia sovrappeso che ne soffre) e la vulgata tradizionale sostiene  che si tratti di un’insufficienza valvolare della grande safena; in pratica il sangue che  “risale” dalla gamba per dirigersi al cuore non trova più la valvola della safena all’inguine che lo trattiene e quindi  “torna indietro” causando la dilatazione di tutte le vene sottostanti. Spiegazione pecoreccia, ovvio, ma l’importante è farsi capire e spero di esserci riuscito. E spiegazione da tutti comunemente accettata, insomma “time honored” come si dice, sia nei congressi che fuori. Servelle in un capitolo intitolato “la sindrome du solaire” sosteneva invece che in alcuni casi il muscolo soleo, un robusto muscolo del polpaccio, “strozza” le vene del circolo profondo e quindi il sangue, non trovando la sua strada tra i tronchi venosi profondi della gamba e della coscia, prende la strada della superficiale vena safena per tornare al cuore, sovraccaricandola, dilatandola e da qui le varici. In pratica; se il casello dell’A1 di Fiano Romano è intasato io per evitarlo esco sulla Tiberina per tornare a Roma. Il casello sono le vene profonde, la Tiberina sarebbero le vene superficiali, ovvero la safena, Roma sarebbe il cuore: chiaramente dopo un po’ la Tiberina bisogna farla a quattro corsie perché non regge più il traffico. E quindi si dilata, proprio  come una safena varicosa. E chiedo scusa all’ANAS per questo paragone, che spero sia stato esplicativo (dire tiberina varicosa sarebbe stato troppo). Quindi galeotto è stato il capitolo di poche pagine di un libro, ma che ha subito solleticato la fervida immaginazione di Romano. Il quale non ha esitato ad utilizzare lo studio delle pressioni venose dell’arto inferiore (con un suo sistema computerizzato costituito da trasduttore analogico digitale collegato al PC) per vedere se bloccando le safene varicose con un laccio le pressioni aumentavano. E queste aumentavano, ero presente per confermarlo. Insomma, chiuso il casello di Fiano e chiusa la Tiberina ingorgo venoso assicurato, pressione delle auto in fila, duelli al cacciavite, duri giudizi sulle madri (come diceva Fantozzi), teoria dimostrata, vive la France! E, a ulteriore riprova, quando il laccio emostatico veniva tolto le pressioni tornavano normali. La soluzione quindi era chiara: mediante un’incisione chirurgica sbrigliare il tendine muscolare responsabile della strozzatura,  liberare le vene profonde e poi studiare il risultato. E questa era la ricerca chirurgica che Romano proponeva e che aveva ottenuto il benestare del Consiglio di Istituto. In un’epoca in cui si sosteneva che le calze elastiche e i flebotonici risolvevano il problema delle varici si trattava di un messaggio a dir poco dirompente; inoltre in un colpo solo si distruggevano le certezze di un trattamento chirurgico consolidato quale lo stripping, per far diventare le varici un intervento quasi ortopedico.  Le pressioni venose si rilevavano con il doppler, all’epoca ancora una novità, le pressioni con l’ago in vena sembravano una bestemmia. E poi c’erano comunque dei problemi; questa teoria andava dimostrata anche con la diagnostica strumentale e allora c’era solo la flebografia che dava risultati incerti,  anche se lo studio delle pressioni venose era piuttosto significativo. Inoltre la sede della “strozzatura” andava almeno dimostrata prima di procedere con il bisturi. Ce n’era abbastanza comunque, come si direbbe in gergo giudiziario per “aprire un fascicolo”, anche se di ricerca, e invece Romano si è trovato di fronte un muro. E quello che è successo lo sapete tutti. Gli anni sono passati, quasi quaranta, e oramai qualcuno comincia a teorizzare di una origine “ascendente” delle varici che, anche se non parla di “sindrome del soleo,” la suggerisce. Senza contare che all’ultimo congresso dell’UIP a Istambul qualcuno ha ammesso che andando a rimuovere le varici di gamba il diametro della Grande safena all’inguine (all’ostio, ovvero al suo ingresso nella femorale) diminuirebbe sensibilmente. Insomma, se dal casello della A1 non posso più prendere la Tiberina questa non si ingorga più e non c’è più bisogno di farla a quattro corsie; in pratica, se finisce l’iperafflusso in una safena utilizzata come circolo collaterale, sezionando le vene che vi portano il sangue che non  passa per il circolo profondo, il calibro ritorna normale. Oggi i mezzi per studiare cosa succede nelle vene profonde del polpaccio durante la stazione eretta e, soprattutto, durante la deambulazione ci sarebbero e finito il clima soffocante degli anni 80, forse sarebbe possibile giungere a qualche conclusione in più. Qualcuno lo farà? La flebologia si sta ponendo molte domande anche perché, con l’andare del tempo, qualcuno ha cominciato a non accontentarsi più di certe risposte. Vedrete che fra qualche anno a un congresso un francese presenterà la sindrome del soleo come una grande novità ed acquisterà gli onori della fama congressuale. Una ricerca non è mai tempo perso, qualunque risultato dia. L’importante è avere voglia di farla.

Alberto Garavello

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