sabato, 3 Dicembre 2022

PIANETA  SICILIA: UN  CASTELLO,  TRA STORIA E LEGGENDA

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Nell’immaginario infantile di tutti noi le grandi fiabe nordiche ruotano immancabilmente attorno a un castello: una mole colossale che si erge cupa e solitaria, provvista di fossati, guglie, torri, merli, abitata da principesse tristi, da streghe perfide e malefiche o infestata di spettri. Un mondo magico dove tutto è possibile, perché tutto è soggetto a incantamento.

In Sicilia sono presenti più di duecento castelli, forse non incantati ma carichi di  fascino. Da Milazzo a Sperlinga,  da Alcamo a Caccamo,  da Castelbuono a  Carini – solo per citarne alcuni –  essi ci raccontano una storia che, prendendo le mosse dai castra e dai fortini contro le razzie saracene, prosegue con i castelli normanni e federiciani, con i grandi castelli feudali e coi palazzi baronali. Architetture composite, coerenti con le innumerevoli contaminazioni di cui è ricca, per la sua stessa storia, l’architettura siciliana militare e non.

Ho visto molti di questi castelli, ma quello di Mussomeli è, a mio parere. il più suggestivo e superbo.

Il castello è plasmato da una naturale efflorescenza: la roccia trasmuta lentamente in mura, archi, feritoie. Solcata da un percorso spiraliforme nel quale si indovina un sentiero di ciottoli in ripida salita, culmina in un ultimo sperone, tra le cui asperità si innestano i contrafforti di un mastio scontroso e solitario. Si affaccia su un vallone per lo più arido, quando non si trasforma, nelle brevi primavere siciliane, nella più dolce e verde delle pianure. Allora il vento lo flagella, e colonie di uccelli selvatici nidificano nelle alte feritoie.

Era primavera quando, tempo fa, andai a visitarlo. Mi colpì subito il  contrasto tra la dolce ondulazione di una vasta pianura erbosa e la rocca a strapiombo alta quasi ottocento metri che, surreale come un miraggio, evocava atmosfere lontane, forse le Meteore greche o i manieri scozzesi, e ciò bastò a promettere alla mia visita le emozioni segrete di un’avventura dell’anima.

Secoli di ribollenti tensioni, la Sicilia del ‘300: gli intrighi dei Baroni finiscono per creare una casta in contrasto con una  Corona sbiadita e impotente. I castelli di questo periodo sono l’immagine architettonica dell’audacia, dell’ambizione e dell’arroganza delle grandi Casate feudali. Il castello di Mussomeli viene edificato dai Chiaramonte nel 1370. Il fortilizio è costruito ad una tale distanza dal borgo (quasi due km) da rendere plausibile l’ipotesi della destinazione strategica, confermata dalla doppia cinta muraria, quella esterna per offrire riparo agli abitanti e quella interna per proteggere la residenza padronale. L’Impianto, che sembra attingere ai castelli svevi e che potrebbe essere nato da una precedente struttura, consiste in spazi quadrati coperti con volte a crociera costolonate e una rosetta nel concio di chiave. Superato il fossato e l’impervia scalinata, si incontra un primo imponente arco ogivale  che si affaccia  su quella che doveva essere una scuderia  destinata ad ospitare cavalli, stallieri, rudi armigeri pronti a tutto. Ancora gradini dissestati, e  mi trovo in una corte poligonale protetta dalle mura merlate, dove si affacciano gli ambienti residenziali, la cappella e i resti del mastio: il cuore del castello. Ciuffi d’erba e fiori di campo si sono fatti largo tra gli anfratti dell’acciottolato. Il cortile è  attraversato da folate di vento che si incunea dalle feritoie.

Oltrepassando alcuni ambienti smangiati dal tempo, ecco la preziosa porta d’ingresso della Sala Del Trono o dei Baroni. Qui, infatti, nel 1391 furono riuniti da Manfredi i baroni siciliani che, poco dopo, decisero di resistere all’armata aragonese che intendeva restaurare l’autonomia della Corona, ma sempre qui, in questa gentile arcata e in queste colonnine dai capitelli fioriti, i Chiaramonte hanno anche lasciato, attraverso un’impronta inconfondibile, il loro amore per la raffinatezza dei dettagli. Parlo del motivo a zig zag che percorre tutto l’arco e che rende riconoscibili molti altri edifici chiaramontani siciliani. La sala, a volta  con capriate lignee, è provvista di due eleganti bifore che si affacciano sullo strapiombo e catturano la luce inquadrando un paesaggio ora scabro ora verdeggiante secondo le stagioni. Non è difficile immaginare l’eleganza originaria di queste stanze, con le pareti intonacate su cui spiccavano ghiere e costoloni impostati su pilastrini angolari a pianta poligonale.

Superata la sala attraversiamo un’angusta scaletta che conduce in una cameretta triangolare, la cui poca luce proveniente da una feritoia non riesce a temperare l’impressione di soffocante clausura. Questa stanza racchiude un sinistro segreto, la leggenda di tre sorelle murate vive dal fratello Federico III, in procinto di partire per una guerra  e geloso della loro verginità. Essendosi la sua assenza prolungata più del previsto, le ritrovò morte per fame. Di notte le tre sventurate donne vagherebbero gemendo, sotto forma di fantasmi, tra le rovine. Oltre alla stanza di li tri donni un’altra leggenda vede come protagonista Laura, la baronessa di Carini, figlia del conte di Mussomeli, Cesare Lanza, e  amante di Ludovico Vernagallo, uccisa dal padre e dal marito per tradimento. Pare che lo spettro della donna si aggiri per le stanze cercando il padre per vendicarsi.

Uscendo nuovamente nel cortile interno, lancio uno sguardo agli imponenti resti del mastio, luogo di vedetta e di estrema difesa, a cui si accede da un solo fianco, attraverso un’ultima stradina che serpeggia irta incuneandosi tra merli  e feritoie.  Il  castello, dopo il declino dei Chiaramonte, passò dal Demanio Regio a vari aristocratici fedeli alla Corona, fino alla famiglia Lanza di Trabia, che ne rimase proprietaria fino al XIX secolo. Gian Giacomo Adria, medico di Carlo V, ne parlava in questi termini: ”Castrum est eminens, forte, pulchrum, cum par non inenitur in hac regione”. E’ vero, questo roccione dantesco che mi sto lasciando alle spalle ha la bellezza di uno scrigno geloso dei suoi segreti secolari, ha la purezza di un’architettura salvata miracolosamente da maldestri ripristini e  sospesa in una dimensione senza tempo.

Claudia Sudano

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