sabato, 3 Dicembre 2022

MITI, EROINE, RIBELLI

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Un ‘incursione nel modo della  ribellione femminile: è questo il senso della mostra “Miti, eroine e ribelli tra Caravaggio, Artemisia Gentileschi e Tamara de Lempicka” presentata   nel Convitto delle Arti di Noto, curata da Pier Luigi Carofano e Tamara Cini, visitabile fino all’otto gennaio. Donne mitiche e bibliche che hanno sfidato prove insormontabili – da Giaele a Betsabea, da Cerere a Giuditta – donne  temerarie diventate artiste a dispetto delle restrizioni della propria epoca, in tutto sessanta dipinti disposti in ordine cronologico, dal ‘500 alla contemporaneità. Ma c’è un’opera che più delle altre colpisce il visitatore: una “Maria Maddalena addolorata” appartenente ad una collezione privata che oggi, grazie al ritrovamento di un atto notarile, si attribuisce quasi certamente a Caravaggio.  Il soggetto è sovrapponibile alla Maddalena piangente che affianca la Madonna nella famosa “Morte della Vergine” del Louvre: anche qui una fanciulla coi capelli intrecciati  e il capo chino piange, chiusa nel proprio dolore. E’ probabile che il disegno iniziale, nato come studio preparatorio, sia stato completato dall’artista e venduto da certo Iacopo Fossano nel 1607. Un dipinto intimo dalla esecuzione rapida e dalla pennellata sciolta, dove le luci e le ombre dialogano rimarcando i volumi: non mi stupirebbe se fosse davvero uscito dalle mani del Caravaggio.

E’ del 1598  “Il Cortegiano“ di Baldassare Castiglione, dove l’autore, oltre a dare indicazioni sul comportamento del vero gentiluomo, per la prima volta dedica un passaggio alla donna di corte, indicandone le virtù.”Voglio che questa donna  – dice – abbia notizie di lettere, di musica, di pittura, e che sappia danzare e festeggiare, accompagnando con  discreta modestia e col dare buona opinione di sé”. A prima vista sembrerebbe che finalmente, nel tardo Rinascimento, il Castiglione abbia voluto sdoganare le restrizioni imposte  alle donne, e non possiamo negare che molte dame di corte si distinguessero per cultura, sensibilità e intelligenza. Ma la realtà è diversa. Solo qualche anno prima, Giorgio Vasari, nelle sue Vite, così si esprimeva a proposito delle pochissime artiste della sua epoca: ”Né si sono vergognate, quasi per toglierci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere ebianchissime mani nelle cose meccaniche e tra la ruvidezza delle tele e de’ marmi”. Forse non c è stato campo in cui la donna abbia dovuto lottare  per farsi spazio in un mondo esclusivamente maschile come quello dell’arte. Nonostante sia ormai passato mezzo secolo dalle lotte femministe, solo recentemente sono state rispolverate  dal passato numerose artiste cancellate dalla memoria storica, in altre parole invisibili.

Le donne  vennero a lungo escluse dalle scuole d’arte e dalle Accademie, era loro vietata la copia del nudo, spesso le si relegava nella sfera “rassicurante“ delle arti applicate. Per accertarsene basta osservare la riproduzione di un dipinto settecentesco che mostra gli allievi, tutti di alto rango, della Royal Academy di Londra, tutti rigorosamente maschi.  In verità una donna ci sarebbe, Angelica Kauffman,  prima e unica allieva dell’Accademia, ma viene confinata in un ritratto posto sulla parete.

Le poche donne che riuscivano a “dipingere come un uomo” godevano di fatto della mediazione di fratelli o padri artisti. Un esempio per tutti: la figlia del Tintoretto, chiamata la Tintoretta, che fu costretta a vestirsi da uomo per entrare nella bottega del padre. Mentre la storiografia artistica di derivazione ottocentesca e maschilista rimaneva in silenzio, si perpetuava il ruolo secolare della donna come musa ispiratrice, la cui fisicità e nudità veniva messa “sotto vetro“ come corpo da mostrare e da godere.

Sofonisba Anguissola (1532) è la prima donna a cimentarsi nel ritratto. Pittrice a  Madrid alla corte di Filippo V, è presente con una dama dal volto triste riferibile al periodo spagnolo. La sua produzione darà il via ad una serie di artiste negli anni successivi, tra cui Lavinia Fontana, che, chiesta in sposa, accetterà le nozze a patto di non rinunciare alla pittura, che coltiverà nonostante le sue undici gravidanze.

Non poteva mancare Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio. E’ noto che, sedotta dal suo maestro Agostino Tassi, subì un processo durante il quale fu torturata e accusata di essere una donna di malaffare. La mostra espone una Maddalena dolce e insieme sensuale, con le mani incrociate sul petto e i capelli biondi che le ricadono sulle spalle, molto diversa dalla vitalità e dalla potenza di altre opere, prima tra tutte quella “Giuditta e Oloferne” che esprime tutta la rabbia per l’ingiustizia subita. A parte quelle di Mary Cassatt e Tamara de Lempicka, sono poche le opere relative ai secoli successivi. Ne segnalo una appartenente ormai alla contemporaneità, un tributo grafico di Giuliano Grittini ad Alda Merini, ritratto asciutto e pregnante, traboccante di personalità nello sguardo acuto e nell’eterna sigaretta in bocca, il viso velato, dall’immagine di un suo manoscritto.

Degno di nota, infine, un esempio di video arte di Federica Marangoni, sempre alla ricerca di nuove tecniche e nuovi materiali per raccontarci la donna lacerata e conflittuale del suo immaginario. In”Box of life”, le parti del corpo di una donna di cera vengono estratte da una scatola, ricomposte e disciolte nella fiamma ossidrica.

La mostra, interessante e godibile, avrebbe tuttavia potuto essere più incisiva se si fossero presentate  esclusivamente  opere di artiste. A parte il Caravaggio, che è comunque un inedito di indiscutibile interesse, il fatto di esporre dipinti  di svariati pittori quasi tutti  di stampo manierista ha annacquato il significato dell’ esposizione, che si rivela, a mio avviso, un’occasione in parte mancata. La rappresentazione della donna è una costante nelle arti figurative a partire dalle Veneri ellenistiche. Pensata come amante sensuale, come vergine casta, come modello di virtù o come Eva tentatrice, è stata comunque sempre al di là, mai al di qua della tela. Occorreva, a mio parere, dare più risalto alla donna come soggetto e protagonista dell’atto creativo, la donna che, fin dal Medio Evo, ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani con colore e pennelli, e ha fatto un lungo e tormentato percorso per ottenere quella visibilità che oggi per fortuna non è più messa in discussione. Basta visitare la Biennale di Venezia di quest’anno per prenderne atto.

Ma voglio andare oltre. Penso che le donne possano affermare di competere con gli uomini in uno stato di vera parità solo quando “le quote rosa“ in tutti i campi, dalla politica alla letteratura all’arte, saranno un lontano ricordo. Non dobbiamo perseverare in una distinzione che, alle lunghe, avrebbe il sapore di una nuova forma di ghettizzazione. La donna ha il diritto di distinguersi perché ha talento, perché è creativa, perché è curiosa e determinata, per la portata innovativa dei suoi progetti, e  non perché è donna, una sorta di specie protetta rientrante in un presunto ”politically correct”. Se poi dovesse emergere quella particolare sensibilità che chiamiamo identità di genere, l’opera avrà un punto di forza in più che, lungi dall’essere discriminante, saprà offrire a chi legge o osserva un dipinto un punto di vista diverso, una sfaccettatura in più tra le tante che è possibile ravvisare in qualunque prodotto, sia esso artistico o letterario

Claudia Sudano 

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