sabato, 3 Dicembre 2022

PIANETA  SICILIA. LE  FORME DELL’ASSOLUTO           

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Gli artisti non muoiono. Non del tutto, almeno. Ne era consapevole anche Orazio, che dall’antichità ci ha consegnato in due parole il suo testamento spirituale: “Non omnis moriar”. Se n’è andato anche Franco Sarnari, che assieme a Piero Guccione aveva dato vita al “Gruppo di Scicli”. Nel 1981 Renato Guttuso, intervistato per il quotidiano il Tempo si era rammaricato del fatto che questi artisti provenissero da una zona di estrema periferia.“C’è una piccola scuola di pittori in un paesino della Sicilia – diceva – di cui l’Italia non sa nulla, di cui le Biennali non sanno niente, non vogliono saperne o non gliene importa niente di saperlo. Questo non è giusto” . Il tempo, fortunatamente, gli ha dato torto. Il “Gruppo di Scicli”, nato come occasione di confronto tra artisti uniti dalla stessa passione, è cresciuto negli anni, e non solo numericamente con la presenza di altre personalità come Polizzi, Colombo, Candiano, Alvarez e tanti altri, ma per l’affinamento e la coerenza del loro linguaggio, attirando l’attenzione della critica e collezionando importanti consensi nelle innumerevoli mostre che li hanno visti protagonisti. Sarnari e Guccione fanno parte dei giovani  intellettuali che gravitano attorno al “Movimento Vitaliano Brancati” nato con l’obiettivo di riscoprire e valorizzare il territorio tramandandone la cultura. Uniti fin dagli anni ’50 da una sincera amicizia che Sarnari  definiva la cosa più bella della sua vita, hanno restituito a quella parte di Sicilia, come Bufalino aveva fatto in letteratura, una specifica identità culturale, inserendola nel dibattito artistico nazionale e sovranazionale.

“Non ho mai conosciuto un pittore di un’ umanità perfino debordante come quella di Franco Sarnari… profonda, profondissima eppure all’apparenza timida. Se non talvolta scontrosa”. Così Marco Goldin, critico d’arte, ci racconta la figura di un pittore romano di nascita (1933) e siciliano d’adozione. Fin dalla sua prima maniera non sfuggono l’ossatura del disegno, la tecnica sapiente che mai si abbandona al tecnicismo, il suo spaziare dall’individuale al sociale al naturale, la simbiosi tra pittura colta e pittura sensitiva che si esprime nel  dialogo costante con gli antichi maestri, personalizzati e trasfigurati. In un’epoca in cui si fa sempre più pressante la domanda di un cambiamento qualitativo della società l’artista, presente nella realtà del suo tempo, non si sottrae neanche al bisogno di denunciarne gli aspetti più volgari e superflui. Il ciclo pittorico più importante, “Frammenti”,  ovvero racconti sull’amore, ci mostra primissimi piani, nudi femminili ondulati, dettagli intimi di corpi che alludono a giochi di amanti, con un linguaggio di matrice fotografica mutuato dai   puntinisti francesi. Poi però volta pagina. Dopo aver osservato con Piero gli affreschi della chiesa di S. Maria a Ispica viene ammaliato dalle opere classiche del passato. In “Cancellazioni” l’artista interviene su opere di Piero della Francesca, Leonardo, Raffaello, Tintoretto, Millet, spinto quasi dall’impellenza di catturarne la magia. Ripreso dopo molti anni, questo ciclo mostrerà una graduale tendenza alla purificazione dell’immagine. La più sintetica conclusione di questa ricerca sarà, negli ultimi decenni, quella sui”Neri”, basati per la maggior parte sullo studio della profondità del mare “col quale si confronta e sente come un confine della mente” (Goldin). Abbandonata ormai ogni tentazione descrittiva, il suo mare nero e assoluto vira infine verso l’astrazione. “So che la pittura è senza futuro – dichiarava Guccione – ma io le dedico lo stesso la mia vita, come un Don Chisciotte”. Folgorato da Cezanne, si trova a Roma negli anni in cui  furoreggia l’Informale, ma lui cerca un’alternativa al linguaggio astratto, la trama profonda e segreta delle cose. Si lascia anche attraversare dalla Pop Art, sperimentando nuove tecniche e materiali, mentre in lui matura l’esigenza di uscire dai problemi di contenuto: la visione è importante solo nella misura in cui genera poesia. Sul finire degli anni ’60 scopre il mare, la sua profondità, la sua distanza, la sua luce, il suo paradiso di bambino. Compra casa a Punta Corvo, cedendo al richiamo dell’azzurro e della terra iblea, non di quello che ha di accogliente e di pittoresco, ma le distese di terre brune e bruciate, i carrubi ritorti dal vento, la superficie piatta e immobile del mare, dove cielo e terra si fondono. Un universo ridotto alle sue linee essenziali, frutto di una lenta rarefazione dell’immagine. Un processo che avviene sottraendo e non sommando, e che al massimo include la scia di quelle correnti oblique che fendono a volte il mare  d’agosto. Sarà anche Fiedrich a suggerirgli quelle intuizioni di immensità, di quiete e d’infinito che ci catturano e ci invitano alla contemplazione sgomenta della vastità della natura. Come Cezanne nella “Montaigne de S. Victoire”, Guccione dice “Potrei dipingere il mare cento volte”, mostrando il tormento inappagato della ricerca pittorica e la coscienza di non aver penetrato fino in fondo il nucleo del mistero.

Franco e Piero: due anime unite da una straordinaria affinità elettiva. Entrambi hanno avuto il coraggio di prendere il pennello in mano in un’epoca difficile in cui veniva considerata arte qualunque cosa non fosse pittura, dall’arte concettuale alle performances, dalla  Body Art Art alla Video Art. Entrambi catturati dal’arte classica – come non ricordare i d’apres di Piero? – hanno intrapreso un cammino che, seppur con modalità diverse, ha condotto all’estrema sintesi  dei soggetti. Entrambi innamorati della campagna siciliana, hanno trasformato ispirazioni e memorie locali in paradigmi universali e senza tempo,

Claudia Sudano

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