mercoledì, 1 Febbraio 2023

L’ALBERGO DI MEMORIE DI GIORGIO MONTANARI

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Tutti custodiamo una “rubrica” di memorie. Ricordi piccoli, accenni di un labile profumo, gesti non significativi ben infissi in noi (chissà poi perché…), il colore del nostro primo paio di infradito da spiaggia, un libro di avventure letto da ragazzi. Non nel cuore, stupido muscolo liscio simile a una pompa idraulica, nei meandri cerebrali attorcigliati come il gheriglio di una noce; si dissipano, si infossano, si incrociano tra loro senza mai perdersi nel labirinto di circonvoluzioni, acquattati sornioni come gatti addormentati solo in apparenza. A volte balzano fuori criptici ed evanescenti, altre volte si danno da fare e innalzano un castello merlato, un edificio dalle magnifiche architetture che lusinga a entrare per ritrovare il se stesso perduto strada facendo.
È quello che accade al protagonista del romanzo “Grand Hotel dei Ricordi” di Giorgio Montanari: il manager dalla fulgida carriera e dalla vita arida, in procinto di ricevere la responsabilità di subentrare al padre, tira fuori dalla libreria un libriccino bianco che innesca il ricordo di un amico d’infanzia e il viaggio a ritroso nel passato di estati assolate, di sogni disattesi. Nella stanza asfittica e “stretta” del suo presente decide di seguire la traccia di un telegramma per ritrovare la lontana luce che odora di mare, di vento, di sabbia.
Nessuno dei personaggi ha un nome proprio, eppure tutti hanno un’identità completa, un idioletto che rende ognuno unico come un’impronta digitale (ad esempio, la parlata irta di superlativi della receptionist), baffi a manubrio, occhiali vistosi, capelli cotonati.
La galleria ha spesso una deriva onirica e surreale: il maestro di musica sordo che dirige il concerto delle onde presso il faro, il pittore cieco che “dipinge” tele bianche per rendere la forza del vento, l’officiante ragazzino, la giovane donna muta che striscia tra l’erba per seguire le intricate radici della grande quercia.
Montanari traccia una pareidolía, guarda oltre ciò che appare e ci indica la via salvifica di seguire la Natura senza le mascherate e le finzioni del perbenismo. Solo così, seguendo la musica della nostra essenza, si può immaginare di fare pace con noi stessi. E se, a volte, i termini usati non sembrano all’altezza (“sbollentata” la rabbia invece di “sbollita”, le orripilanti “chiazze di peluriaccia”), nell’insieme il romanzo ha un suo fascino felliniano, ricco di bagliori introspettivi, impalpabile come i sogni inseguiti tra le scartoffie della realtà, tra falsi sorrisi che sono ghigni diabolici.
Perdere l’anima e infine ritrovarla pulsante di vita in un altrove che conta veramente.

Marisa Scopello

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