mercoledì, 1 Febbraio 2023

PIANETA  SICILIA. ARTE  E  TRADIZIONE  NEI  PRESEPI  DI  MODICA E SCICLI

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Quand’ero bambina i tempi dell’attesa duravano un’eternità, e le feste natalizie non facevano eccezione. Allora l’idea di un albero sfavillante di luci e di colori non mi sfiorava, e, quanto ai regali, mia nonna, defunta da poco, aveva già provveduto per la festa dei Morti. Avevamo altre attese allora, ma una le superava tutte: il Presepe. Osservarlo era un’esperienza magica: il muschio fresco, raccolto da mio padre, diventava un morbido tappeto d’erba che cresceva a vista d’occhio, e sulle asperità rocciose realizzate con sughero e carbone, un mondo in miniatura prendeva vita. Da lì, quando le lucine accese lasciavano intravedere gli interni di casette e grotte abitate da pastori e pastorelle, emanava un senso di intimità calda e accogliente.

C’era, durante le lunghe vacanze natalizie, il giorno dedicato ad un rito che si ripeteva ogni anno, la visita di tutta la famiglia al presepe di S. Maria di Betlemme, che ogni volta  mi offriva nuove e inaspettate emozioni. Solo più tardi ho compreso di trovarmi davanti a qualcosa che andava oltre le suggestioni immediate, e che meritava di essere guardato con occhi nuovi. Anche se i presepi vengono relegati tra i prodotti di stampo popolare e devozionale, ci troviamo di fronte a un linguaggio figurativo dalle possibilità sconfinate, che abbraccia i contenuti religiosi ma diventa anche la trasposizione “teatrale” di un vero e proprio spettacolo, con tanto di protagonisti, caratteristi, comparse, scenografie.  Quello di Modica, però, ci regala qualcosa di più.

Il presepe risale al 1882, circa un anno dopo la  richiesta fatta dalla confraternita di S. Maria di Betlemme. Il “regista”  a cui  viene affidata la progettazione e l’organizzazione dei lavori è Fra’ Benedetto Papale, mentre  per la realizzazione materiale delle statue viene scelta la premiata Fabbrica Bongiovanni Vaccaro di Caltagirone. Il Papale, che si era distinto anche per la composizione di altri presepi siciliani e maltesi, era un attento osservatore della natura. Non gli erano sfuggite le potenzialità creative e paesaggistiche che offriva la morfologia del territorio modicano: rocce impervie e sforacchiate da grotte, anfratti, torrenti, valloni, palme, fichi d’india e altri arbusti spinosi a far da cornice a questa città appollaiata sulle alture. E’ cosi che decide di simulare l’habitat ibleo, cosa che gli permetterà anche di sfruttare al meglio il ristretto spazio della cappella. Circondatosi di un grande numero di collaboratori, murifaber, falegnami, fabbri, pittori, ordina che gli siano fornite le rocce calcaree del Salto, legno di quercia e di carrubo, stalattiti e sughero da mettere a seccare. E’così che nasce un presepe la cui nota dominante è lo stretto rapporto, quasi la simbiosi, dei personaggi con l’ambiente, che si piega ad una logica della profondità, rimpicciolendo man mano che si allontana dallo sguardo dello spettatore e culminando con la veduta delle torri e delle cupole di Betlemme, mentre in cielo compare la figura inedita del profeta Elia, a mostrare che la nascita di Gesù è il compimento di un’antica profezia.

In questo ambiente impervio e selvatico  si muove una moltitudine di sessantasei personaggi, pensati in quattro grandezze diverse, usciti in parte dalle mani di Bongiovanni Vaccaro, in parte – per quel che riguarda la Sacra Famiglia – di Giacomo Azzolina,  “che non sembran di creta, bensì di carne e di ossa, tanta è la vita che brilla nei loro occhi”. I costumi sono quelli che usavano i contadini di Modica in quello scorcio di ottocento, per gli uomini u rabbuni, i causuna, a burritta e una fascia di tela riavvolta nelle gambe, per le donne una camicia stretta allacciata sul busto, un’ampia unneddae u sciallu, tutti immersi nella dura fatica della loro quotidianità: lavare al fiume, attendere ai lavori campestri, trascinare un asino recalcitrante, allattare, attingere l’acqua, vendere i prodotti della terra. Ma anche solo contemplare, adorare, suonare, rimanere stupefatti per l’apparizione della cometa – u spavintat’a stidda – e per la nascita di un Bambino speciale. Un’umanità sulla cui descrizione lo scultore può giocare di fantasia, pur mantenendo inalterate alcune regole fisse del linguaggio specifico dei presepi. Il risultato finale è simile a quello che si otterrebbe con uno scatto fotografico: catturare il frammento di una realtà dura, fatta di povertà e di fatica, con cui il popolo che accorreva a visitare il presepe poteva identificarsi. Questo non deve stupirci, visto che siamo ancora sulla scia delle istanze realistiche indicate dal Verga e proseguite dal Pitrè. Forse è questa la differenza principale rispetto all’altro Presepe monumentale della provincia, quello di Scicli, realizzato dal napoletano Pietro Padula nel 1773, che pare abbia ispirato il Papale per la presenza del doppio prospetto, il primo sulla cappella e il secondo sulla navata. Qui la presenza di costumi dalle stoffe sopraffine, le rovine antiche  al posto della grotta e quel quid di classicheggiante che emana dalla Sacra Famiglia, sono sufficienti a collocarlo all’interno dell’insigne tradizione napoletana. Nel presepe di Scicli l’attenzione rimane polarizzata sulla cesellatura e sulla sapiente caratterizzazione individuale delle figure, in quello di Modica lo sguardo abbraccia tutto l’insieme: la logica narrativa scaturisce dalla relazione tra figure e paesaggio.

Al di là delle tecniche con cui sono stati realizzati, entrambi questi presepi, come del resto tutti quelli che costellano le città e i borghi d’Italia, sono un simbolo dell’identità cristiana nonché eredi di un’antichissima tradizione e di un forte legame con gli usi e i costumi del territorio. Ma sono soprattutto la risposta ad una ricerca di bellezza e di emozione. Arte minore? Non ha importanza. “La dignità dell’artista – asseriva K. Chesterton –  sta nel suo dovere di tenere vivo nel mondo il senso della meraviglia.

Claudia Sudano

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